venerdì 1 maggio 2015

I remember you well in the Chelsea Hotel


In rete, utilizzando la posta privata, mi è capitato più volte di mettere in piazza le mie esperienze di vita vissuta - e tra queste resta un punto fermo il mio soggiorno al Chelsea Hotel di New York City. Ma andiamo per ordine sparso.
Sabato 19.11.2011 il Fatto quotidiano versione online pubblicava questo scritto: 

Chelsea Hotel: che cosa resta?

Conoscete il Chelsea Hotel? Quello di New York s’intende, un luogo frequentato da alcuni dei personaggi più creativi al contempo più autodistruttivi del mondo. Ecco, se lo conoscete, cominciate “a fare memoria”. Proprio quest’anno a causa dei costi eccessivi di manutenzione è stato venduto. Sarà probabilmente ristrutturato per diventare un hotel di lusso. Questo è quanto.
Più che un albergo “Il Chelsea” passava per essere “La Casa” dove la libertà dello spirito, la tolleranza delle diversità, facevano il palo con l’arte e la creatività. Insomma, un rifugio ideale per tutti gli artisti, talentuosi e non. Testimone d’eccezione di quel periodo e di quell’hotel è sicuramente Patti Smith, tanto che in Just Kids scrive: “Era un disperato, vibrante rifugio per mendicanti con la chitarra, poeti, drogati, drammaturghi, registi spiantati e attori francesi”. E conclude dicendo: “Chiunque passava da lì era qualcuno e nessuno nel mondo là fuori”.
Capito l’andamento? Non era un albergo qualunque, ma a tutti gli effetti un posto da ricordare e se possibile da celebrare. Ed è proprio quello che deve aver pensato Massimo Cotto nel concepire Chelsea Hotel, ovvero un reading poetico/musicale che ha debuttato in prima nazionale mercoledì scorso presso il Teatro Piccolo Orologio di Reggio Emilia. Il giornalista, supportato da Mauro Ermanno Giovanardi - storica voce dei La Crus - e da Matteo Curallo alle chitarre e al piano, prima di cominciare ha tracciato le coordinate della serata: “Al numero 222 della 23sima strada, tra la settima e l’ottava avenue, dal 1883 sorge un edificio che in origine era un condominio e poi è diventato un albergo; no, ”L’Albergo!”: Il Chelsea Hotel - conclude il giornalista - ha chiuso le sue porte da poco ma non smetterà mai di essere un mito per tutti quelli che sono passati di lì.”
E allora che cosa resta? Rimangono le storie, vere e proprie testimonianze di un tempo divenuto eterno. Rimane soprattutto la voglia di raccontare il lascito di un’epoca tristemente consumata, almeno quanto la moquette rossa di quei corridoi, ora percorribili attraverso il sogno di una serata finita dentro i cassetti della memoria.
Allacciate le cinture di sicurezza e mettetevi comodi, si parte.
Sono i numeri delle stanze a scandire la durata del viaggio; dentro “la 100”, ad esempio, si consuma la storia d’amore tra Sid Vicious e Nancy Spungen. A fare la differenza, la morte della ragazza. Ci piace pensare che non sia stato il bassista dei Sex Pistols, ma la verità rimane, ai giorni nostri, uno dei tanti misteri irrisolti del Chelsea.
Those were the reasons and that was New York,
Quelle erano le ragioni e quella era New York,
Quindi, anziché bussare, conviene proseguire, magari incappando “nella camera 103”: altro sogno oppure altro incubo? Qualunque cosa sia, appartiene a Edith Piaf, ospite ad honorem dell’hotel ma soprattutto monumento della canzone francese. Una vita, la sua, governata dalle limpide traiettorie della sfortuna; come risaputo, essa si manifesta quando vuole ma soprattutto con precisione assoluta.
Salendo le scale, le fattezze di un androne oscuro e cieco inquietano: a mitigarne l’effetto, ci pensano i toni soffusi di Dancing Barefoot, restituita attraverso il canto caldo di Giovanardi, perfetto nella parte e crooner indiscutibile nel confutabile panorama della musica italiana attuale.
Poco più in là c’è “la 203”, ovvero un optional ad esclusivo appannaggio di Artur Miller, così come “la numero 411”; dietro quella porta Janis Joplin e Leonard Cohen hanno fagocitato le proprie passioni, assecondando gli istinti di una notte, da consegnare ai tenutari di un futuro impossibile. Tra questi, vi era certamente Robert Mapplethorpe, che assieme a Patti Smith visse “nella 1017” i momenti più felici della sua breve esistenza. Quelle mura racchiudono il seme di un amore unico, fuori dalle convenzioni ma non per questo meno vero.
“Io lavoro al bar di un albergo a ore e porto su il caffè a chi fa l’amore” - canta nel frattempo Giò, restituendo intatto il pathos della canzone originale, interpretata da Herbert Pagani.
In quelle camere è capitata pure la signora Ciccone, in arte Madonna; “a processo di santificazione non ancora avvenuto”, faceva il bello e il cattivo tempo con Basquiat, amico fragile di tante battaglie, morto anch’egli prematuramente.
In random al Chelsea Hotel hanno lasciato il segno anche Bob Dylan, Joni Mitchel, Edie Sedgwick, Lou Reed, Andy Warhol, Stormeé de Larvieré, Charles Bukowski, Allen Ginsberg, Dylan Thomas, Arthur C. Clarke. Impossibile citarli tutti, trattasi di una lunga seria di personaggi che in verità, il segno, l’hanno lasciato soprattutto nelle nostre esistenze.
“La fine del viaggio” coincide con la scoperta che anche Massimo Cotto ha dormito al Chelsea Hotel e, come tutti coloro passati da lì, qualcosa da raccontare ce l’ha. Non vi rivelerò che cosa: provate a scoprirlo seguendolo, consci del fatto che “viaggiare”, a volte, vuol dire scoprirsi, magari lasciandosi consumare dal lascito delle altrui esistenze ma anche e soprattutto dalla propria.




Personalmente ho trovato questo testo lacunoso, laddove ignora la Vera Storia (iniziali maiuscole, all’americana) del Chelsea, il suo legame col socialismo di stampo francese, la ricerca dei migliori materiali per la sua costruzione e, di conseguenza, la minuziosa selezione degli inquilini. Per nostra fortuna, oggi questo gap può essere livellato ricorrendo a un libro davvero imperdibile: Chelsea Hotel. Viaggio nel palazzo dei sogni, scritto da Sherill Tippins e pubblicato in Italia da EDT. Nel suo libro, la Tippins utilizza il Chelsea per raccontare la società newyorchese a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, coi suoi politicanti e i suoi poliziotti collusi con ogni possibile illegalità purché a danno dell’anestetizzato popolino, che tutto sopporta e pagando tace. NYC di cent’anni fa: lo specchio dell’Italia di ieri, di oggi e di sempre.


Lo stesso giorno volli rendere noto l’articolo del Fatto, accompagnandolo con delle note che ripropongo:

sabato 19 novembre 2011 18:32
Un tempo capitava che ragioni professionali mi portassero a New York City, la metropoli, tra quelle da me visitate, più libera da condizionamenti piccolo borghesi.
Non ho mai amato gli alberghi senz’anima da turista “tutto incluso”, caratterizzati da grandi hall e stanzine mignott.
E poi... a NYC il mito era uno e non trino: il Chelsea Hotel, che una targa bronzea a lato dell’ingresso definisce “monumento nazionale”.
Dentro, il Chelsea non offriva misere stanze, ma appartamenti con cucina. Vox populi voleva che era inutile tentare di prenotarne uno, dato che questi erano abitati tutto l’anno da inquilini, in gran parte musicisti, scrittori e attori (o presunti tali) e solo quando uno di loro partiva per un viaggio o per una tournée si liberava un appartamento disponibile all’affitto.
Ci si doveva affidare alla buona sorte …e mai arrivare secondo (e a mio vantaggio vi è il fatto che non ho mai creduto alle vox populi).
Ottenuta la licenza superiore, avevo promesso a Marcomaurimarco il suo tanto sospirato viaggio a New York, il primo per me da privato cittadino e non, come in passato, per ragioni professionali. Da casa ho sollevato la cornetta del telefono, ho composto il numero del Chelsea, ho chiesto se avevano un appartamento libero. Immediata la loro risposta: sì, uno è disponibile. Il prezzo? più che abbordabile, se raffrontato alle stamberghe di Venezia in periodo di carnevale o alle claustrofobiche stanzette della Milano da sbafare in periodi fieristici. E vai! ...e per entrare in atmosfera metto sul piatto vecchi album con canzoni dedicate al Chelsea: Patty Smith, i Doors e Leonard Cohen con la sua storica Chelsea Hotel, che nella versione Chelsea Hotel #2 così inizia:

I remember you well in the Chelsea Hotel,
you were talking so brave and so sweet,
giving me head on the unmade bed,
while the limousines wait in the street.

we were running for the money and the flesh.
And that was called love for the workers in song
probably still is for those of them left.

Al Chelsea io e Marcomaurimarco ci siamo rimasti per un’intera settimana, vivendo in un ambiente unico, con una reception mai alberghiera, ma un filtro tra “in” e “out”, fianco a fianco a coinquilini dai visi più o meno noti ma sempre friendly.
Poco oltre, all’angolo della strada, un locale gestito da una famiglia di greci era il nostro rifugio mattutino per colazioni ricche di carboidrati e grassi, che smaltivamo con lunghe camminate, limitando l’utilizzo della metrò alle ore notturne (con visita a un bar del Bronx dopo la mezzanotte...).
Adesso il mitico Chelsea è stato chiuso e venduto.

Alcuni dei miei corrispondenti pensarono di aggiungere le loro note alle mie, e tra i commenti da me ricevuti ne ho selezionati due (e una mia risposta):

sabato 19 novembre 2011 19.04
Caro Giancarlo, bello il tuo ricordo personale di questo mitico hotel. Ho verificato su Internet che già nel 2007 aveva cambiato pelle, era diventato una sorta di resort di lusso, dunque nella sostanza aveva chiuso anni fa. Bellissima la canzone di Cohen, anche per me è fantastica. Ciao, Matteo D.

lunedì 21 novembre 2011 10.40
Belli questi tuoi ricordi: anch’io ho il mio Chelsea Hotel nel cuore. Si chiamava Hotel Europa ed era ubicato a Tbilisi: credo di averci passato almeno un paio di settimane a più riprese. Era un luogo difficile da vivere - l’esatta antitesi dell’Albergo asettico e standard delle grandi catene alberghiere che ti fanno sentire “a casa”, che tu sia a Jakarta o a Rio De Janeiro - per i tanti disagi che c’erano, ma in quel luogo si sarebbe potuto ambientare un romanzo di Bukowski, una poesia di Rimbaud o un film di Ferreri, tanta era l’umanità più o meno dolente che lo abitava.
Ora l’ha comperato una banca e lo stanno ristrutturando per farci qualche beauty farm o qualche media shopping: l’amico Z. mi tiene costantemente informato sugli sviluppi. Un caro saluto, Paolo B.

RISPOSTA lunedì 21 novembre 2011 13.18
Si, Paolo, certi ricordi restano in noi, anche se per ragioni diverse.
Il mio scritto sul Chelsea si riallacciava all’articolo del Fatto, quindi mirato.
Ma altri posti hanno un loro angolo nella mia memoria: la mia tendina su di un prato in centro a Mestia, in Svanezia, “albergo” frequentato da tutti gli Svani, che arrivavano con vino, grappa, formaggio e pane fresco...
Ma anche la mia tendina piantata ai margini di un villaggio Bondo, “pericolosissimi” (a sentire i corrotti poliziotti locali) aborigeni dell’Orissa, col fuoco acceso a pochi metri di distanza e grandi feste notturne con musiche e danze fino al sorgere del sole, giusto per tenermi compagnia.
L’Hotel 55 in Connaught Place a New Delhi, base di molti dei miei viaggi in India, dove il personale mi permetteva di sostare per riposare e farmi una doccia tra un treno e l’altro, gratuitamente.
Ma il luogo più vicino a quello da te descritto resta un albergo nel Kachchh, che il terremoto dell’anno 2002 ha diviso in due parti, separate da un “precipizio” profondo 10 metri e largo due, che superavo in equilibrio su di una tavola da muratore. Clientela locale, visto che nessun occidentale visita quei luoghi disgraziati. Un’umanità che mi regalava serate uniche, tutti raccolti intorno ad un tavolaccio intenti a cercare di conoscere il mondo “altrui” sorseggiando the bollente...

Come si è potuto notare, le note dei miei corrispondenti evitano di commentare l’incipit della canzone di Leonard Cohen da me intenzionalmente inserito nella mail, che qui sotto rendo in lingua italiana - traduzione non poetica, con possibili variazione sul tema:

Ti ricordo bene dentro il Chelsea Hotel,
Parlavi così coraggiosamente e dolcemente,
Facendomi un pompino su un letto disfatto,
Mentre le limousine aspettavano in strada.

Stavamo correndo per i soldi e per il sesso.
E quello era chiamato amore per chi lavorava nella musica
Probabilmente lo è ancora per quelli di loro rimasti.

Un linguaggio, crudo, esplicito, senza giri di parole: giving me head non si può tradurre con sinonimi, quali l’asettico fellatio. No. Al massimo lo si può tradurre con una parola diversa da regione a regione, ma non certo – come capita di leggere in certe traduzioni in rete - “mi davi la testa”. Dai! siamo adulteri, maggiorenni e vaccinati. Se si hanno di questi pruriti è meglio lasciar perdere e passare oltre.
Resta il fatto che questa è stata la frase più cruda mai uscita dalla penna e dalla bocca di L. Cohen, poi ritiratosi per un trentennio in un monastero buddhista, e l’unica di cui dovrà vergognarsi, chiedendo scusa al suo pubblico. Non certo per le parole - molti/e ragazzini/e di dieci anni dicono di meglio - ma per l’avere spiattellato al mondo del suo fugace incontro con Janis Joplin, allora al vertice della sua breve carriera artistica (nata nel 1943, muore nel 1970). Un momento intimo, dirà in seguito L. Cohen, che tale doveva restare. Ma è il senno di poi a saturare i cimiteri.
Andy Wharol utilizzò le camere del Chelsea Hotel per girare un film che in versione originale durava oltre sei ore, poi dimezzate. Disponibile fino a poco tempo fa su internet, ora non lo è più ...ma altri non mancano.



Il Chelsea Hotel si riaffaccia nelle mie memorie nel 2014, anno in cui sul web impazza un breve filmato che vede un sacerdote irlandese intonare un’altra hit di Leonard Cohen: Hallelujah. Di getto scrissi un pezzo per il periodico online Leccoprovincia, che ripropongo integralmente:

I remember you well

Impazza di questi giorni su internet il filmato che mostra un prete irlandese, Ray Kelly, reinterpretare Hallelujah, una celebre hit di Leonard Cohen:
Riascoltare questa canzone mi ha riportato ad una mai dimenticata vacanza in Irlanda.
Io e Daniella viaggiavamo sui mezzi locali e dormivamo nei b&b o negli ostelli della gioventù, dove - vista la nostra tenera età - sempre si prodigavano per darci la camera migliore (e gli ostelli li abbiamo trovati sempre nel centro delle città, mai in periferia come si usa nei paesi incivili).
A Dublino ho lasciato due cuori infranti: si, due uomini alti e nerboruti mi hanno dichiarato il loro amore. Il secondo si è spinto ad invitarmi a lasciare il lodge per trasferirmi a casa sua, dove a giorni avrebbe dato una festa per il suo compleanno. Quando Daniella ha osato “ma io sono sua moglie”, il mio nuovo ‘amico’ le ha risposto: please, go home, madame. In quel momento ecco arrivare il suo fidanzato, un armadio alto e grosso, di professione poliziotto. L’amico ci lascia per andare a baciarlo sulla bocca. Il bacio dura a lungo. Noi due ne approfittiamo per sgaiattolare fuori dal locale.
Miei amori a parte, a Dublino abbiamo passato serate incantevoli ascoltando tanta buona musica. Una sera, passando davanti ad una palazzina sentiamo suonare e cantare un irish-blues. Senza esitare saliamo le scale, arriviamo ad una porta aperta, entriamo in una casa. Dentro, un tot di persone è seduta per terra ascoltando un musicista. Lo facciamo anche noi, appoggiati con la schiena al muro e sorseggiando una half-bitter prontamente servitaci. Al termine dell’audizione mi avvicino al musico, mi presento e cominciamo a dialogare. Lui m’informa d’aver inciso un disco e per agevolarmi la ricerca scrive il suo cognome sopra un sottobicchiere da birra.
Il giorno dopo in un negozio chiedo una copia “del disco di ...” ma il commesso mi gela: “quale disco, visto che ne ha incisi almeno una ventina?” Pensierino: lui, l’artista da “almeno una ventina” di dischi incisi, la sera prima era seduto per terra a parlare e bere con me, un perfetto sconosciuto imbucatosi in una festa: immaginate lo stesso in Italia?
Fuori dal negozio un musicista da strada intona Foxey Lady di Jimi Hendrix, da lui musicalmente riadattata per chitarra ritmica e magistralmente cantata. Ne conserviamo memoria.

In autobus ci spostiamo a Galway, cittadina legata alla vita di Joyce. L’autista mette un CD e ci fa partecipi della musica che a lui piace. Mi alzo, lo avvicino e gli chiedo notizie sui cantori. Prima di scendere mi passa un foglietto su cui ha scritto: Christy Moore e Clannad.
Sull’Inis Mòr, la maggiore delle isole Aran, la sera - spariti i turisti da viaggio organizzato - noi due si restava in compagnia, al pub ovviamente, dei pescatori locali. Unico ristorante aperto, qui ci veniva fornita un’abbondante cena a base di crostacei (economici al portafoglio), serviti da un’alta cameriera - due metri o giù di lì - che per non mettere un imbarazzante distacco tra lei e il cliente usava mettersi in ginocchio, così che i suoi occhi fossero all’altezza dei miei.
Che altro dire: trovare due uomini che s’innamorano di me e una giovane donna usa ad inginocchiarsi ai miei piedi era una cosa che mai mi era successa prima. Se non è un viaggio indimenticabile questo…

Restando a L. Cohen, un’altra sua canzone da me amata s’intitola Chelsea Hotel. Influenzato anche ma non solo dal suo testo (che ricorda un momento d’amore da lui vissuto con Janis Joplin), un giorno di vent’anni fa o giù di lì, in partenza per New York, alzo il telefono e chiamo la reception di questo “Monumento nazionale” - come recita una lapide in bronzo apposta all’esterno. Mi rispondono. Chiedo se hanno una stanza libera per sette giorni, cosa normalmente ritenuta impossibile. Si, mi risponde, l’abbiamo. Numero della carta di credito per cauzione e tutto è fatto. Sul posto mi sono visto assegnare un appartamento con camera, salotto e cucina al costo di una semplice (e sovente volgare) locanda “una stella” di Venezia in tempo di carnevale.

Come si evince dai pochi esempi di cui sopra, mi sono sempre accontentato di poco, ma questo poco me lo sono goduto al massimo. Non fosse così, mai avrei fatto mio l’epitaffio inciso sulla tomba di Nikos Kazantzakis, “nascosta” sopra le diroccate mura di Iraklion, che una carissima amica del posto, padrona della lingua antica e del dialetto, mi ha tradotto: Mi accontento di poco - Non ho bisogno di un dio - Sono un uomo libero. Per Nikos, malato di cancro - e sapendo che a un defunto non poteva essere elargito - i potenti papas greci si attivarono per impedire che a lui fosse dato l’ormai farlocco premio Nobel. Nikos morirà poco dopo - e questi dettagli chiariscono l’epitaffio.
Rimango in quel di Iraklion: dall’isola di Creta sono sempre tornato arricchito dalla musica di Ross Daly e di Psarantonis, star locale nota per il suo carattere per nulla malleabile. Questo non gli ha impedito di farmi un gradito regalo: una sera la citata amica mi presenta a Psarantonis, sua vecchia conoscenza. Alcuni giorni dopo lui avrebbe tenuto un concerto a Rethymno: “venite, sarà una bella serata” promette il biondo Antonio. Alla data convenuta noi siamo lì, all’interno di un locale da sciuri, seduti ad un tavolo. Il concerto è previsto per le 22 ma lui arriva verso le 23 (siamo in Grecia, mica al nord…). Dopo un paio di canzoni lui alza lo sguardo oltre la liraki e scruta tra i tavoli. Ci vede, finisce il pezzo, scende dal palco e viene a sedersi con noi. Beviamo, chiacchieriamo, mentre il pubblico pagante rimane in timorosa attesa del proseguo della serata.
Perché una cosa è chiara a tutti: a Creta Psarantonis è L’ARTISTA. E ai modi e ai tempi di un Artista si deve rispetto, sempre. L’alternativa è starsene a casa o altrove, libera-mente.

Chiudo con una serie di scatti in bianco e nero, ricordo cartaceo (e adesso digitale) del mio soggiorno al Chelsea Hotel. Siamo alla fine degli anni Novanta - e l'ultimo scatto ricorda il locale gestito da greci dove al mattino facevamo il pieno di colesterolo espanso...
Sotto a questi aggiungo gli altri scatti in bianco e nero su New York City.


© Testo e fotografie di Giancarlo Mauri


CHELSEA HOTEL







































NEW YORK CITY









































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