lunedì 25 gennaio 2021

Gran fermento sui ghat di Mathura, 25 gennaio 2006


mail inviata da Mathura
il 25 gennaio 2006

L'intero volume India_2006
arricchito da numerose Note esplicative
è in rete, scaricabile gratuitamente

Gran fermento sui ghat stamattina. Allo Shyam un uomo attillato da brahmana di lusso - giacca marrone lunga al ginocchio e pantaloni bianchi - mi saluta con un gran sorriso. Qui saper tutto di tutti è sport nazionale; dunque lui ben sa che l’occidentale a suo tempo (anno domini 2000) invitato personalmente dal “papa arancione” a seguire il suo parikrama sul fiume in occasione dello Sri Sri 84 krosh Vrajamandal sono io (anche perché allora come adesso avevo preso una stanza nello stesso albergo, dove ho ritrovato lo stesso gestore e gli stessi inservienti, tutti con buona memoria visiva). È naturale che mi veda con un occhio speciale: raccolgo gli strascichi del tempo.
Anche lui vuole essere gentile e mi chiede di partecipare al rito del bhumi, incitandomi a scattare fotografie. Con una scala a pioli saliamo ad una terrazza che dà sul fiume, dove trovo Viswanatha caturvedi, oggi ottantenne, un tempo patewaz (lottatore). Il suffisso caturvedi (quattro veda) indica che è nato in una famiglia di casta sacerdotale.
Il mio ospite ha 51 anni e si chiama Vipin Swami. Anche lui di casta caturvedi, è il fondatore del Viswa Sanatan Dharma Rakshah Dal, un’associazione che gestisce tutte le attività religiose di Mathura. Mi faccio spiegare ogni cosa in dettaglio e traggo le conclusioni che quest’uomo ha messo in piedi la Confcommercio della Fede. Aggiunge che la sua foto è spesso sui giornali, anche oggi. Bene.




Nel frattempo, dal basso un ragazzo gli passa un recipiente d’acqua fresca di fontana. Un secondo ragazzo passa dei sacchetti. In uno vi è una discreta dose di marjuana cotta (“rispetto a quella naturale questa va subito alla testa” mi dice), in un altro vi sono una trentina di palline di hashish.
Rifila il tutto al vecchietto e questo prende un paio di pugni di marjuana, aggiunge un tot di hashish, un po’ d’acqua ed inizia a tritare l’impasto tra due pietre, creando il “green butter” o hemp. Finito il suo lavoro passa il macinato a Vipin. Questi prende un colino, vi mette l’hemp e gli versa sopra il resto dell’acqua fino a riempire due vasi metallici, uno chiaro e l’altro di rame. Chiedo se i due colori sono casuali, ben sapendo la risposta: mi conferma che l’uno è maschio, l’altro è femmina. Ora travasa il contenuto da un recipiente all’altro facendo descrivere al liquido verdastro un’ardita curva nell’aria. Così facendo Vipin recita una simbolica copula tra i due recipienti in modo che i rispettivi umori liquidi diano vita all’Uno (e al metafisico Tre). Il Grande Gioco del Rito è in corso, il tutto cantando salmi in onore di Shiva. Ora è il momento finale: l’hemp viene bevuto tenendo il boccale alto sopra la bocca, in modo che cada in gola con discreto impeto. Inizia il vecchio col suo bravo mezzolitro, segue Vipin; a me viene offerta la terza ed ultima dose. Chiedo venia, ma rifiuto. Fanno salire sul tetto un terzo caturvedi che prende il mio posto. Comprendo che il fatto di essere sulla terrazza (l’altare dove si celebra il rito) mi ha messo sullo stesso piano sociale di un caturvedi - e conoscendo l’India non è roba da poco. Ma droga è droga e questa - l’ho visto più volte - fa sballare di brutto. Ora i tre si siedono al sole e gli effetti della sacralizzata bevuta si vedono subito. Il perfetto inglese di Vipin diventa un ciarfugliare, la faccia di Viswanatha assume aspetti grotteschi.









Dopo di loro, altri tre caturvedi salgono sulla terrazza per preparare l’hemp. Vipin mi dice che andrà avanti così per tutto il giorno, in ordine decrescente di casta. Mi insegna anche i nomi alternativi - ma sempre appropriati al luogo e al momento - per definire questo impasto: shankarabuthi, shivabuthi, vijiya siddhi, bhang e hemp. Saluto tutti. Lascio il paradiso (delle oche direbbe il Carlin Porta, ottocentesco poeta milanese) e rimetto i piedi per terra.







Vedo preparare il candan o “burro giallo” nello stesso posto dove l’avevo visto fare cinque anni fa. Si tratta di un impasto di sandalo e zafferano e il suo utilizzo (messo sulla fronte, in orizzontale) è riservato ai soli sacerdoti e agli idoli.
Le gradinate finiscono all’altezza di una vecchia moschea trasformata in tempio. Sul terrazzo superiore vedo altri tre uomini intenti a preparare l’hemp. La statua in marmo del vecchio rishi Surdas tutto vede, ma tace.









Alle spalle dei ghat vi è il mondo abitato dai comuni cittadini. Nella cittadella, chiusa da mura e con grandi portali, le strade sono strette e con ripidi saliscendi. Giro tranquillo, tutti mi salutano. Entro nella fortezza, ora abitazione, e dalle sue mura mi godo il paesaggio: di fronte ho il villaggio di Durvasa (ci sono stato ieri, ritornerò anche oggi) sovrastato dal suo bianco tempio.


























Alla mia sinistra vi è un’isola. Con la fantasia penso sia quella su cui Krisna usava portare le gopi (vaccare) per far loro ammirare la notte stellata. Conoscendo le sue inclinazioni, credo non si sia limitato a questo. A tal proposito, scrive Jayadeva, poeta indiano vissuto nel XII secolo:

Nel cielo di velluto dei suoi seni,
spalmato di luminoso muschio di cerva,
ornato con la luna dai segni delle unghie,
unisce un filo di pietre preziose
come un chiaro mazzolino di stelle:
nel bosco su un’isola della Jumna
trionfante Murari ora si delizia.
Fra le sue cosce ampie, dimora del piacere,
trono aureo nel palazzo d’amore,
distende una fascia gemmata,
come un festone ridente intorno a un portale:
nel bosco su un’isola della Jumna
trionfante Murari ora si delizia.

È lo stesso poeta, indiscreto quanto mai, a rivelare come alla pergola sulla riva del fiume fosse giunta anche l’innamoratissima Radha. Vi arrivò signorina, ritornò signora:

Radha, incapace di frenare oltre il desiderio,
Si rivolge all’amica dicendo
“O Shakti, fa’ in modo che Krisna si unisca a me,
Perché sono infiammata dal desiderio”,

E quindi in sei strofe espone quello che accadrà a lei e a Krisna,

Quando lui arriverà:
Sarò piena di vergogna nell’incontrarlo dopo tanto tempo
Ma lui mi renderà desiderosa dicendomi cento cose graziose
Sorriderò dolcemente e parlerò con gentilezza
E lui allenterà il sari di seta sul mio monte di Venere.
Mi stenderà sopra un letto di foglie
E lui giacerà a lungo sul mio seno
Lo abbraccerò stretto e lo bacerò
E anche lui mi abbraccerà con lo stesso trasporto
E bacerà il mio labbro inferiore.
Chiuderò gli occhi con languore
E le sue guance si abbelliranno con i segni del piacere
Il corpo si inumidirà per il sudore della foga
E lui sarà scosso dai tremiti del supremo eccitamento.
Io ripeterò il verso del cuculo
E lui farà più di ciò che consigliano i libri erotici
Cadranno i fiori dai miei capelli e si scioglierà la crocchia
E sui miei seni turgidi lascerà i segni delle unghiate.
Tintinneranno le catenelle alle mie caviglie
E lui completerà l’atto d’amore
La mia fascia si scioglierà e sarà tutta sfilacciata
Mi prenderà per i capelli e mi bacerà.
Mi abbandonerò al languore, al momento dell’orgasmo
Lui avrà gli occhi semichiusi, simili a fiori di loto
Il mio corpo sussulterà come un serpente,
Incapace di reggere ancora
E Krisna sarà felice per aver soddisfatto la sua passione.