lunedì 23 maggio 2022

Il massacro del Grappa (Viale dei Martiri, Bassano del Grappa)


Prefazione
di Dianella Gagliani

Questo libro di Sonia Residori è la storia del rastrellamento del Grappa che si risolse in un massacro di inermi, ma è anche la storia di una gigantesca menzogna e di un’enorme ingiustizia che conferiscono all’“evento” la fisionomia di una grande tragedia collettiva. Gli esecutori negarono ogni loro responsabilità, alcuni reparti non vennero neppure processati e, alla fine, nessuno scontò la pena per quanto aveva commesso: le vittime, dopo l’ingiustizia del massacro, subirono l’ulteriore ingiustizia dell’assenza di giustizia.
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Residori si concentra soprattutto sull’azione dei massacratori - nazisti e “repubblichini” -, ma osserva lo stesso movimento partigiano di cui discute la leggenda che lo vuole ancorato ai soli valori combattentistici e a un mondo di eroi, più robot che uomini, votati innanzitutto alla morte. Con ciò colloca il suo lavoro nella storiografia più generale che da decenni, e specialmente dal volume di Claudio Pavone del 1991, ha sottolineato la complessità della Resistenza e la sua molteplicità (nonché il suo carattere “morale” prima che “militare”).
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Per quanto non sia possibile far piena luce su tutti i singoli episodi di quelle giornate, inequivocabile risulta la fisionomia della carneficina. Quella che doveva essere e si cercò, poi, di far passare come un’“operazione militare” contro i partigiani - l’“Operazione Piave” -, acquistò dopo poche ore i tratti del massacro contro prigionieri e civili disarmati. Le forze della Resistenza asserragliate sul Grappa non avevano - infatti - le armi adeguate e sufficienti e neppure le munizioni per fronteggiare un rastrellamento in grande stile e, dopo un breve tentativo per contrastarlo, dovettero abbandonare il terreno.
Si può senza dubbio parlare di ingenuità dei comandi partigiani che non seppero prevedere un attacco di quelle proporzioni, ma in questo caso, come in altri analoghi, non si deve cadere nell’errore di prospettiva storica che presuppone una parità di condizioni fra il rastrellatore e il rastrellato, fra chi ha imposto e vuole imporre con la forza il suo ordine militare, politico, culturale e amministrativo e chi cerca di opporvisi ed è obbligato a muoversi nella clandestinità. Inatteso in quelle sembianze il rastrellamento produsse panico fra molti di quei ragazzi che si erano rifugiati sul Grappa, quasi una zona libera, per sfuggire alle ingiunzioni della Repubblica sociale che li voleva precettati per la continuazione della guerra dell’Asse, che era - non si deve dimenticare - la guerra per il Nuovo ordine europeo razzista e antisemita.
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Dunque, una violenza particolare, eccessiva, abnorme. Quale espressione infatti possiamo usare per caratterizzare l’impiccagione dei 31 uomini appesi agli alberi di alcune vie principali di Bassano del Grappa? Sapendo, poi, che il cappio era già stato predisposto e che giovanissimi “repubblichini” passavano, su un camion, lungo il percorso con i partigiani o presunti tali catturati, si fermavano sotto l’albero di turno, sistemavano il laccio attorno al collo del prigioniero e procedevano dando a quest’ultimo una spinta o semmai aggrappandosi al suo corpo perché penzolasse meglio?
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Dunque, vanto di Pavolini (e senz’altro anche di Mussolini) per quella presenza italiana fra le truppe rastrellatrici. E forse allora vanto degli stessi combattenti “repubblichini” che si erano inquadrati il 20 settembre a Bassano, «in uniforme, equipaggiati ed armati», per essere passati «in rivista dal Capo di Stato Maggiore».
Predisposizione, quindi, anche da parte della Repubblica sociale del rastrellamento. E anche fierezza per quella ostentazione di forza. Ma nel dopoguerra tutto questo venne negato. Come scrive Residori, i militi di Salò dissero di essere convenuti al massiccio del Grappa per una “gita” o per una “esercitazione”, di non essere stati assolutamente informati dell’azione che si andava a svolgere. Quando dovettero ammettere di essere stati presenti ai posti di blocco che nella pedemontana dovevano impedire la fuga dei rastrellati, dichiararono che nel luogo in cui si trovavano non era accaduto nulla e che, comunque, loro non avevano sparato.
C’erano i morti ma non c’erano gli assassini. Di fronte all’evidente incongruenza si tentò, in sede processuale, di addebitare ogni responsabilità ai tedeschi. Prendeva allora l’avvio, anche nel nostro Paese, quel teorema del “tedesco cattivo” che tanto cammino avrebbe fatto nel dopoguerra e che era molto utile per scagionarci delle nostre responsabilità.
Già nei primi mesi dopo la fine del conflitto si faceva strada in Italia il costrutto della “colpa tedesca” e della “discolpa italiana” che la memorialistica fascista, da Anfuso a Graziani, avrebbe sanzionato incontrando tanti seguaci nell’opinione pubblica non fascista o persino antifascista, così come allora in numerosi giudici dei tribunali epurativi.
Dagli studi di Andrae, Klinkhammer, Schreiber, Collotti, Pezzino, Carlo Gentile conosciamo i caratteri e i risultati della “vendetta tedesca” e dello stragismo messo in opera da SS e Wehrmacht in Italia. Ma la teoria della violenza e del terrore perpetrati esclusivamente dagli uomini del Terzo Reich riversa sul “nemico esterno” ogni responsabilità degli omicidi e dei massacri, i quali, come italiani, non ci riguarderebbero o, meglio, ci riguarderebbero in quanto vittime e non come autori-esecutori-responsabili.
Vedere i tedeschi come concentrato di ogni male ha come conseguenza il rafforzarsi del mito degli “italiani brava gente” e implica che si concepisca la questione del male come una questione biologica, che attiene a un popolo o a una “razza”, mentre un altro popolo o un’altra “razza” ne sono indenni in quanto portatori naturali di bene.
Residori ci ricorda, sulla scorta degli studi di Del Boca e Rodogno, il nostro comportamento stragista in Africa e nei Balcani e si interroga sulla specifica violenza degli anni 1943-1945 (nei quali la violenza coloniale fu trasferita sul suolo patrio) e sui suoi intrinseci legami con i fascismi.
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«Se le Brigate Nere avessero voluto, avrebbero potuto fare del bene. Essi prendevano ordini dai Tedeschi, ma volendo avrebbero anche potuto chiudere un occhio, perché i Tedeschi non li controllavano molto accuratamente»: la deposizione del teste Zanatta al processo sui fatti del Grappa chiarisce alcuni dei margini di autonomia di cui potevano godere i fascisti italiani persino nel corso di un rastrellamento. Essi erano subalterni ai nazisti ma anche autonomi fino a poter prendere la decisione di uccidere “in piena libertà” anche in assenza di truppe tedesche: «I fascisti hanno impiccato mio figlio, dirà Maria Scopel. Tedeschi non ne ho visti all’impiccagione di mio figlio».
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L’intreccio fra terrore pianificato e terrore spontaneo, quest’ultimo innestato sul primo e impossibile in quelle forme reiterate senza un imprimatur dall’“alto”, caratterizzò la “liberazione” del Grappa da parte dei nazisti e dei “repubblichini”. La presenza di adolescenti delle Fiamme bianche per tutta la durata dell’“Operazione Piave” e perfino di un bambino, Tonino, in un plotone di esecuzione non può lasciar dubbi sul tipo di guerra programmata a Salò. Quasi che anche l’Italia non dovesse restare seconda rispetto alla Germania nella mobilitazione totale della popolazione, compresi i ragazzini. Non si sarebbe del resto giunti, su un piano centrale, ad ammettere i minori di diciotto anni nelle Brigate Nere anche senza il consenso del padre? E sulla stampa non si tesseva ripetutamente l’elogio dei bambini “patriottici”?
L’assenza di giustizia nel dopoguerra non rese giustizia alle vittime ma, forse, non rese giustizia neppure a questi adolescenti e bambini istigati a diventare assassini. Certo, allora si era lontani dalle soluzioni individuate in un periodo a noi più vicino, in Sud Africa con la Commissione “Verità e Riconciliazione” e ora in Ruanda con le Corti popolari, allo scopo di far uscire i rispettivi Paesi dal sangue e dal dolore, dal lutto e dalla vendetta, mediante la giustizia. Sicuramente, nel 1945, non tutta la classe dirigente italiana, come qui sembra suggerirsi, era intenzionata a salvare comunque i fascisti; ma altrettanto sicuramente nulla di sostanziale si può obiettare all’analisi e al commento di Residori sull’assenza totale di giustizia e sull’impalcatura di menzogne messa in piedi da quanti, perpetratori, furono chiamati in giudizio.
Menzogna e occultamento, menzogna e negazione. Fino a oggi.



LE FOTOGRAFIE DI
GIANCARLO MAURI
Viale dei Martiri
Bassano del Grappa