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mercoledì 1 luglio 2020

MANI. Viaggi nel Peloponneso (Porto Kagio e il Tenaro o Capo Matapan)


Porto Kagio è una baia molto bella ma un po’ triste, una profonda insenatura scavata nella pendice orientale della penisola, in corrispondenza di Marmari sulla sponda opposta, e la ripida sella tra i due forma l’istmo che collega Capo Matapan al Mani. Sulle alte rupi tra qui e il Capo sorgeva una volta il tempio di Poseidone, sul sito di un tempio di Apollo di età micenea. Era il santuario centrale degli spartani, asilo inviolabile di chi vi si rifugiava e sede di un oracolo. Era anche un grande luogo d’incontro dei notabili delle città laconiche, e uno dei vari templi di Grecia dove le anime dei morti potevano essere evocate dai loro uccisori e placate con sacrifici. Lapidi di marmo trovate fra le rovine dimostrano che i sacrifici umani non erano ignoti. Pausania - non lo storico e geografo ma il vincitore di Platea - fu rinchiuso e fatto morire di fame in questo tempio quando gli spartani scoprirono le sue intese segrete con Serse.
Nelle vicinanze, al margine del golfo, sorge una scogliera dalla quale Petrobey ordinò fosse gettato un prete delinquente. Legato mani e piedi, questi fu lasciato perire sulle rocce dove si era schiantato. Entrambi i fatti hanno lasciato una maledizione sulle rispettive località.
Come abbiamo visto, il tempio fu probabilmente distrutto dai pirati della Cilicia. Poco ne resta, e molti frammenti di lapidi commemorative di qui e del Kiparissos sono sparse nei villaggi vicini. Sul ripido fianco settentrionale si stendono i ruderi di una gigantesca fortezza turca, costruita al culmine negativo delle fortune maniote, contemporaneamente a quella di Kelefa. Il luogo fu teatro di dure battaglie vittoriose dei manioti contro i turchi durante il regno di Zanetbey: azioni comandate dal grande Lambros Katsonis e dal padre di quell’Odisseo Androutzos che più tardi condivise una grotta vicino a Delfi con Trelawny, mentre a Missolungi, sulla costa, Byron giaceva in agonia.
Il nome Porto Kagio deriva o dal veneziano Porto Quaglio o dal francese Port aux Cailles, perché le rupi circostanti sono l’ultimo luogo dove le quaglie, migranti a sud a migliaia, sostano prima di spiccare il volo per Creta e l’Africa.









Sulla mappa la parte meridionale del Peloponneso sembra un dente deforme appena strappato dalla gengiva, con tre penisole protese a sud come scheggiate e cariate radici. Il rebbio centrale è formato dalla catena del Taigeto, che, dalle colline pedemontane a nord nel cuore della Morea alla punta di Capo Matapan battuta dalle tempeste a sud, si allunga per un centinaio di miglia. Per circa metà della sua lunghezza - settantacinque miglia sul lato occidentale e quarantacinque sull’orientale, per una larghezza di cinquanta miglia - il Taigeto si spinge affusolandosi in mare. Questo è il Mani. Dato che la catena supera i 2400 metri nella parte centrale, calando a nord e a sud di balza in balza, queste distanze a volo d’uccello si possono tranquillamente raddoppiare e triplicare, e a volte, calcolando via terra, decuplicare. Come il Taigeto dell’entroterra divide la pianura messenica dalla laconica, il suo proseguimento, il Mani immerso nel mare, divide l’Egeo dallo Ionio, e il suo capo selvaggio, il Tenaro, l’ingresso nell’Ade degli antichi, è il punto più meridionale della Grecia continentale. Nulla se non il vuoto Mediterraneo, che s’inabissa a profondità enormi, giace tra questo sperone di roccia e le sabbie africane, e da questo punto l’immensa muraglia del Taigeto, le cui cime più alte sbarrano i confini settentrionali del Mani, innalza un nudo e arido inferno di roccia.





I resti del tempio di Poseidone







Pozzo romano


Pavimento di abitazione


Il Tenaro o Capo Matapan








«Eccola» disse. «L’entrata dell’Ade».
Temeva di arrestare il motore, dichiarò, perché riavviarlo era un’impresa, ma avrebbe girato in cerchio finché fossi tornato. Così mi tuffai e mi diressi alla grotta che sbadigliava come la sbilenca mascella superiore di una balena (quella inferiore è sott’acqua) per una diecina di metri sopra il mare. Mentre entravo a nuoto ne uscì uno stormo di rondini, e vidi i loro piccoli nidi attaccati alle pareti della grotta e ai fianchi delle stalattiti. La grotta diventava molto più buia penetrando nella montagna, e un paio di pipistrelli che probabilmente stavano appesi al soffitto svolazzarono squittendo verso la luce. Il soffitto si abbassava, e nuotando lungo le pareti viscide trovai una diramazione a destra e la seguii per un breve tratto; ma cessava quasi subito. Girai tutt’intorno e nuotai sott’acqua per vedere se ci fosse un ingresso sommerso a un’altra grotta marina; ma non c’era niente. Adesso avevo il soffitto a meno di mezzo metro sopra la testa, e potevo toccarlo con la mano. L’aria era buia ma sotto la superficie l’acqua brillava di un magico azzurro luminoso, e con una sola botta della mano o del piede si suscitavano sciami di bolle fosforescenti. Stranamente, il luogo non era affatto sinistro, ma, a parte la freddezza dell’acqua mai raggiunta dal sole, silenzioso, calmo e bellissimo. La luce sottomarina proveniente dalla lontana imboccatura della grotta fa sì che all’intruso, quando si immerge infiorato di fosforo nelle gelide profondità, sembra di nuotare nel cuore di un colossale zaffiro.
Non avevo immaginato che tutto il pavimento della grotta stesse sott’acqua. Nessuna leggenda ne parla, sebbene non vi sia ombra di dubbio che questa è la grotta usata per quelle famose discese agli Inferi. Quando Afrodite, adirata, mandò qui la povera Psiche perché le riportasse il misterioso scrigno della bellezza, la fanciulla fu così consigliata da una torre benevola (divenuta capace di parola alla vista di lei che stava per gettarsi dalla sua sommità): «Non lontano da qui sorge la famosa città greca di Lacedemone. Va’ subito là e chiedi che ti indichino la via per il Tenaro. È un luogo fuori mano non facile a trovarsi, situato in una penisola a sud. Quando vi giungerai troverai uno dei ventilatoi degli Inferi. Infilaci la testa e vedrai una strada in discesa, dove non passa nessuno. Imboccala subito, e ti porterà direttamente al palazzo di Plutone. Ma non dimenticare di portare con te due focacce d’orzo inzuppate in acqua di miele, una in ciascuna mano, e due monete in bocca».
Che qui la terra si sia ribaltata? Che abbia immerso sott’acqua una di quelle smisurate caverne tanto comuni nelle montagne greche, che si addentrano serpeggiando scivolose nel buio minerale per lunghi e lunghi tratti, nelle quali, con improvvise e strane correnti d’aria che ti spengono il moccolo, si passa carponi accanto a canne d’organo, a baratri, a favi di pietra, e tra stalattiti e stalagmiti simili a molari e a denti del giudizio di un mostro tremendo sul punto di serrarli, per arrivare infine, nel cuore profondo senz’aria del monte e grondando sudore come nel più caldo dei calidaria, al soffocante santuario di un qualche santo locale, trogloditico e semiselvaggio (come quello di san Giovanni Cacciatore sull’Akrotiri a Creta), installato per neutralizzare gli antichi demoni ctonii che ivi dimoravano prima dell’avvento del cristianesimo? Una grotta sterminata dalla quale i lacedemoni, sapendo dove conduceva, si ritraevano terrorizzati? La sua bocca poteva trovarsi sommersa e allagata nel diafano abisso sotto i miei piedi che pestavano l’acqua; forse l’aveva obliterata una frana o sigillata un macigno. Le umide pareti circostanti erano massicce e compatte. Fortunatamente la mitologia è di rado così letterale, e il fatto che Caronte potesse non essere il primo barcaiolo che Psiche dovette pagare il giorno della sua discesa è senza importanza. Laggiù era la via per il fiume popolato di spettri e l’orribile cane a tre teste (le due focacce per lui, come le due monete per il traghettatore, erano un biglietto di andata e ritorno), per i campi oscuri e le lunghe tristi sale di Persefone; il grigio mondo dove il fantasma della madre svanì più volte tra le braccia di Odisseo come l’ombra di un sogno. Fu sotto questa stessa grotta che il misero Orfeo, nel terribile viaggio alla ricerca della perduta Euridice, addormentò l’odioso Cerbero con la dolcezza della sua lira; e fu qui che Eracle trascinò su all’aria superna il cane infernale schiumante e ringhiarne (e, a me pare, bagnato fino al midollo), tenendolo per la triplice collottola.
C’è sempre qualcosa che incute una timorosa reverenza in queste terrestri identificazioni con l’Ade. Il Lete, dicono, fluisce con le sue acque d’oblio vicino alle Sirti in Africa. La sorgente dello Stige manda la sua cascatella giù per le rupi del monte Chelmos in Arcadia, e io ho seguito le funeste sinuosità di Cocito attraverso le pianure tesproziane in Epiro, non lontano dalla profonda forra sotto l’indomabile Sufi dove l’Acheronte cade con rombo di tuono. (Per ragioni letterarie io l’ho attraversato vittoriosamente a nuoto tre volte). È da queste parti che Odisseo, per ordine di Circe, scese tra le ombre. Più sinistra di tutti, a poche miglia da Napoli, accanto al cupo laghetto d’Averno, è la galleria scavata nel tufo vulcanico dove abitava la Sibilla Cumana, e dove alla luce tremolante delle fiaccole si può vedere, tanto lontano dalla sua sorgente achea, un affluente dello Stige. Qui Enea compì la sua facile discesa. Nei prati vicino a Enna i contadini siciliani indicano ancora la sorgente di Ciane, dove Plutone aprì la terra con un colpo di tridente per portare Persefone giù nel suo tetro regno.
Con poche bracciate girai l’angolo di roccia, il soffitto si alzò e l’imboccatura assolata della grotta si aprì in un semicerchio luminoso dove ancora roteavano e cinguettavano le rondini. Fuori, nel sole sfolgorante, il caicco, sebbene vicino, sembrava molto piccolo e distante. Viaggiava ancora in cerchio, solcando e risolcando la sua scia circolare. Joan sedeva al timone, Panagioti, appoggiato all’albero, si accendeva una sigaretta. Com’era chiara la luce del giorno, e splendenti i colori! Mi attaccai all’ancora al giro seguente della barca, e afferrata l’asta e messo un piede sull’unica marra rugginosa presi la mano tesami da Pangioti e salii a bordo. Joan tirò a sé la barra del timone e la scia si spiegò in una linea diritta verso sud. Panagioti mi offrì una sigaretta e l’accese col suo mozzicone.




sabato 31 maggio 2014

Il Mani, Patrick Leigh Fermor e Bruce Chatwin


IL MANI. Per la gente del Peloponneso Mani è il nome dello stretto dito di terra che separa Kalamata e Gythio da Capo Tenaron. Alta sul mare domina la catena montuosa del Taygetos; per secoli, le sue impervie forre hanno offerto ai manioti riparo dai barbari arrivati dal mare. È terra arida, da capre, e il poco spazio disponibile ha costretto a vivere in stretta coabitazione, un’ottima ragione per scatenare feroci lotte tra clan, a turno assediati all’interno delle case-torri che affratellano queste terre alla caucasica Svanezia.
I primitivi abitati del Mani si sono sviluppati in collina e Kardamyli - località tanto vecchia da essere citata da Omero - non fa eccezione. Oggi l’antica cittadella è rappresentata dal complesso eretto a cavallo tra il 17° e il 18° secolo dal kapitanios Panayotis Troupakis: un palazzo, la chiesa di Agios Spiridon e la piazza fortificata. Poco lontano due tombe - di cui una con ossa umane in vista - e la fonte dell’acqua.
Estremo sud del Mani “interno” - nonché seconda punta continentale più meridionale d’Europa - Capo Tenaron (Capo Matapan, per gli italiani) propone le sue gemme: il minuscolo tempio di Poseidone e un mitico ingresso all’oltretomba.

PATRICK LEIGH FERMOR. La carriera di “viaggiatore” di Patrick Leigh Fermor comincia il 9 dicembre 1933, quando lui - nato l’11 febbraio 1915 - è ancora nel diciottesimo anno d’età. Messo in spalla lo zaino che fu di Mark Ogilvie-Grant - compagno di viaggio di Robert Byron nel viaggio sul Monte Athos - e vestito un vecchio cappotto militare, dal Corno d’Olanda (Hoek van Holland) s’incammina verso Costantinopoli (come si chiamava allora) per “cambiare scenario, lasciare Londra e l’Inghilterra e attraversare l’Europa come un vagabondo - o, come dissi tra me e me, come un pellegrino o un palmiere, un chierico vagante, un cavaliere povero o leroe di L’amore e il chiostro!”.
Se la prende comoda. A casa ritorna nel gennaio del 1937, dopo aver attraversato l’Olanda, la Germania che iniziava a innamorarsi di Hitler, la pianura ungherese, la Moldavia, i Carpazi, calpestato le strade della capitale turca e frequentato i monasteri del Monte Athos (gennaio-febbraio 1935).
Nel ’39 è tempo di guerra. Avendo studiato greco antico, l’Intelligence britannica arruola Leigh Fermor col grado di ufficiale di collegamento dislocato presso il quartier generale greco. Paracadutato a Creta, con l’aiuto di William Stanley Moss e di alcuni partigiani di Anogia, il maggiore Fermor (Michalis per i suoi amici greci) organizza un colpo di mano che ha dell’incredibile: vestito da soldato tedesco si mette in mezzo alla strada e poco prima di Knossòs blocca l’auto del Generalmajor Kreipe, il comandante tedesco della divisione Sebastopol. Con questa coraggiosa e incruenta cattura, Leigh Fermor entra nel cuore dei greci, popolo che a guerra conclusa non esita a conferirgli importanti onorificenze. Londra gli riserva il titolo di baronetto.
A suo modo, anche Hollywood decide di ricordare le gesta di Fermor a Creta: nel 1957 esce sugli schermi Night Ambush (Colpo di mano a Creta in Italia), con Dirk Bogarde nella parte di PLF, un film tratto da Ill Met By Moonlight, libro scritto dal citato Moss e pubblicato nel 1950 da George G. Harrap. Per la sua prima edizione italiana si deve aspettare il 2018, quando esce da Adelphi col titolo Brutti incontri al chiaro di luna, sottotitolo: Il rapimento del generale Kreipe.
Nel dopoguerra, Leigh Fermor riprende a vagabondare, stavolta in compagnia di sua moglie Joan. Sono di questo periodo le sue escursioni nel Mani - in parte a piedi e in parte su caicchi - e fra le isole dei Caraibi.
Tra un viaggio e l’altro trova il tempo di raccontare le sue esperienze in libri ormai considerati dei classici della letteratura. Al pubblico italiano Fermor arriva col contagocce: da Garzanti esce nel 1957 L’albero del viaggiatore (orrendamente tradotto) e poi basta fino al 2004, anno in cui Adelphi pubblica Mani. Viaggi nel Peloponneso (uscito in lingua originale nel 1958), riepilogo di una serie di viaggi fra terra e mare, realtà e storia, miti e leggende.
Cinque anni dopo da Adelphi esce Tempo di regali. A piedi fino a Costantinopoli. Da Hoek van Holland al medio Danubio, traduzione di A Time of Gifts (1977). Il continuo di questo viaggio, Between the Woods and the Water (1986) Adelphi lo pubblica nel 2013 col titolo: Tra i boschi e l’acqua. A piedi fino a Costantinopoli. Dal medio Danubio alle Porte di ferro. La trilogia si conclude nell’aprile del 2015, quando Adelphi pubblica La strada interrotta. Dalle Porte di ferro al Monte Athos (titolo originale: The Broken Road. From the Iron Gates to Mount Athos), con una interessante Introduzione di Colin Thubron e Artemis Cooper datata primavera 2013.
Buon ultimo, nel giugno 2021 da Adelphi esce Rumelia. Viaggi nella Grecia del Nord, traduzione italiana di Roumeli. Travels in Northern Greece del 1966.

BRUCE CHATWIN. A Nizza, il 18 gennaio 1989 la morte ci ha privato della stringata prosa di Bruce Chatwin. L’accattivante descrizione di alcuni dei suoi viaggi - con grande utilizzo della fantasia e tanto, tanto lavoro in sede editoriale, come raccontato dal suo editor Susannah Clapp in Con Chatwin, Adelphi 1998 (da leggere) - l’ha fatto diventare, suo malgrado, l’icona dell’homo viator dedito alla ricerca e conoscenza, vagante per il mondo con zaino, scarponi, penna e moleskine da riempire con appunti e disegni.
Scrive: “la vera casa dell’uomo non è la casa, è la strada. La vita stessa è un viaggio da fare a piedi”. Si sposta attraverso i continenti “con irrequieta erranza e con l’orrore del domicilio”. Per Chatwin i viaggi “non arricchiscono la mente, ma la creano”. Poi, nel privato, si riempie di debiti per acquistare case in campagna e appartamenti in città.
Diventa famoso col libro In Patagonia, uscito in Inghilterra il 14 ottobre 1977. Il libro successivo, Il viceré di Ouidah, appare il 23 ottobre 1980, anno orribile per Chatwin: stancatasi del ménage omosessuale del marito, Elizabeth, la moglie americana, lo caccia di casa, rifiutandogli, perché cattolica, il divorzio. Si aggiunga: le mani bucate di Bruce rendono necessaria la vendita di Holwell Farm, la casa acquistata nel 1966 grazie all’aiuto dei genitori di lui, di lei e di tanti debiti con le banche. Ci riescono nel 1981, in cambio di 170 mila sterline: Diedi a Bruce 50.000 dollari ricavati dalla vendita per comperare il suo appartamento di Eaton Place (Londra) dice Elizabeth. Lei opta per una nuova casa di campagna - Homer End, Ipdsen, Oxford - dove andare vivere con le sue amate pecore mentre lui, staccato un grosso assegno al suo architetto John Pawson perché gli sistemi l’appartamento londinese, vola in Kenya con Donald Richards, il suo compagno.
Sulla collina nera, il libro successivo, esce nell’autunno del 1982 e a novembre vince il premio Withbread per la categoria romanzo d’esordio. Decisione discutibile: i giudici non avevano considerato In Patagonia e Il viceré d’Ouidah opere narrative. Subito dopo Chatwin entra al St. Thomas’s Hospital per un intervento chirurgico, dovuto forse alle emorroidi o connesso al suo “orrendo disturbo di pancia” che da tempo l’affligge. Ne esce fortemente debilitato e per recuperare le forze il più lontano possibile dall’odiata Inghilterra il 19 dicembre raduna i fogli di Alternativa nomade e parte per l’Australia.
Sempre alla ricerca di un luogo tranquillo dove continuare la stesura del libro australiano, nel mese di gennaio del 1984 sverna nel sud, in Grecia. L’appartamento che Charles Haldeman, un amico americano, aveva a La Canea non è più disponibile (mentre Charles era ad Atene, a La Canea il suo ragazzo, un bellissimo giovane cretese, presa un’accetta aveva spaccato la testa ad Allen Bole, un omosessuale americano amico di Chatwin) quindi è necessario spostarsi altrove. Non molto distante, nel Peloponneso, abitano Patrick e Joan Leigh Fermor, ed è da loro che Bruce cerca e trova gratuita ospitalità.
In verità, nell’84 a Kardamyli Bruce ci rimane per poche settimane - a febbraio è già in Sud Africa, a Pretoria, ospite di Bob Brain. Ben più lunga è la sua permanenza nell’anno successivo. Come sempre arriva verso la fine di gennaio e per due mesi è ospite nella casa dei Fermor. Buoni sì, ma non coglioni recita un vecchio adagio - o per meglio dire, come sbottò un nobile spagnolo, amante di Bruce: ha la fama di grande viaggiatore, ma quando ti si piazza in casa poi non lo mandi più via - nel mese di aprile Chatwin trasloca all’Hotel Theano, una struttura distante alcune centinaia di metri da casa Fermor. Nella sua stanza circondata da ulivi e cipressi e da cui sente la risacca del mare ogni giorno scrive fino alle 14, quando depone la penna per incamminarsi sulle pendici del Taygetos in compagnia di Paddy. Di norma Bruce evita di camminare con persone incapaci di tenere il suo passo veloce, ma non è così con Fermor, di cui vuole sempre restare al fianco perché da lui desidera imparare, scrivendo sui taccuini ogni citazione uscita dalla bocca del collega scrittore - e una di queste, salvitur ambulando (lo si risolve camminando), diventa un suo dogma. Di queste lezioni ambulanti ne farà buon uso in Le Vie dei Canti, il titolo del libro australiano uscito il 25 giugno 1987.
Ed è durante una di queste gite che i due, esplorando delle gole calcaree, s’imbattono in una sghimbescia chiesa bizantina costruita su di uno sperone roccioso. Tutt’intorno vecchi ulivi non lesinano l’ombra. Bruce se ne innamora - “il più bel posto che si possa immaginare” scrive - e decide di farlo suo. Ci è rimasto per sempre.

EPILOGO. Positivo all’HIV, Bruce trascorre gli anni successivi tra ricoveri ospedalieri e cure a domicilio, costretto su di una sedia a rotelle e amorevolmente assistito da Elizabeth, con cui si era riappacificato complice un trekking nel Khumbu. Siamo alla fine. Scrive Nicholas Shakespeare, il biografo di Bruce: Chatwin peggiorò rapidamente. Domenica 15 gennaio, ultimo giorno in cui rimase cosciente, trascorse la maggior parte del tempo disteso sulla terrazza. … A notte fonda iniziò a emettere un terribile suono. Gli dissi: “Bruce, Bruce, gira la testa”, ma non era più cosciente. Era entrato in coma. Non riprese più conoscenza. Fu trasportato in ambulanza in un ospedale pubblico di Nizza (i Chatwin alloggiavano nello Château de Seillans, un forte dell’XI secolo di proprietà della scrittrice Shirley Conran, amica di Bruce), dove morì all’1:30 di mercoledì 18 gennaio, quattro mesi prima di compiere 49 anni.
Il 20 gennaio Elizabeth lo fece cremare a Nizza. Feci dire una messa greca al forno crematorio, una messa nella mia chiesa di Watlington e una messa commemorativa nella cattedrale greca ortodossa di Santa Sofia, a Bayswater, cui parteciparono tutti.

Tempo dopo Elizabeth ritorna dai Fermor portandosi appresso l’urna delle ceneri, chiedendo a Patrick il favore di andarle a seppellire in quell’angolo del Peloponneso da lui tanto amato. L’amico scava con una pala e versa le ceneri ai piedi di un ulivo. Poi ricopre il tutto con la terra. Nessun segno esterno disturba l’eterno riposo di Bruce. Sono poche le persone che conoscono l’albero-monumento di Chatwin e a loro compete eseguire una volontà del defunto: venire qui per un allegro picnic e versare un bicchiere di retsina sopra le sue ceneri.

NEL MANI, 50 ANNI DOPO I FERMOR
di Daniella Forestan

2005. Dopo aver letto Mani. Viaggi nel Peloponneso, Giancarlo decide di andare a ripercorrere gli itinerari dei Fermor. E così, mentre io vago solitaria in Spagna sul Camino Francés, lui parte alla volta del Peloponneso dove, libro alla mano, segue passo dopo passo le vicende narrate.
In quegli stessi giorni Fermor si trova nella sua casa maniota. Ben sapendo che Leigh Fermor è nato nel 1915 - dunque novantenne - e informato che è suo desiderio non venire disturbato dagli idioti che per il solo fatto d’aver comprato un suo libro si ritengono autorizzati a piombargli in casa senza chiedere il permesso, un tardo pomeriggio Giancarlo bussa con discrezione alla porta. Ne esce la governante che subito chiarisce: “In questo momento Fermor sta leggendo, e quando lui legge non riceve nessuno”. Scusandosi ancora per l’irruzione, Giancarlo trova lo spazio per presentare il motivo che l’ha spinto nel Mani: seguire le tracce dei Fermor per trarne una delle sue seguitissime conferenze. La signora, burbera ma intelligente, risponde: “Aspetti qui che informo Fermor”. Ritorna sorridente: “Fermor l’aspetta nel suo studio”. Inizia così una loro bella amicizia.

2007. Stavolta a Kardamyli ci sono anch’io. Alloggiamo in una casa presa in affitto, base di partenza per nuove escursioni sul Taygetos.
Leigh Fermor, informato della nostra presenza nel Mani, non manca di chiamarmi sul cellulare per invitarci a pranzo nella sua casa sepolta dal verde e affacciata sul mare: “Quando io e Joan decidemmo di costruire questa casa, qui vi erano solo sterpaglie, tutte strappate con le nostre mani”, m’informa.
Dopo gli aperitivi - e finito il rosso di Breganze - è il momento del dialogo. Gentile e premuroso, Paddy non smette di regalarmi precisi dettagli della sua vita avventurosa, con soste per cantare vecchie canzoni italiane da lui imparate in tempo di guerra. Pezzo forte resta Il capitan della compagnia, da noi eseguito con alcolica maestria. Prima di lasciarci, chiede se siamo già stati da Bruce. No, non l’abbiamo ancora fatto, ma ora abbiamo un motivo in più.

Scarponi ai piedi, di buon mattino attraversiamo Kardamyli seguendo antiche strade in mezzo agli orti e tra alberi di limoni profumati. Il temporale della notte ha lasciato nell’aria un aroma speciale.
Prima di Pano Kardamyli abbiamo salutato un pescatore intento a stendere i polpi da poco pescati: sembrano enormi ragni appesi ai fili. Una donna vestita di nero con in testa il tradizionale cappello di paglia a larghe tese appare e scompare tra cascate di clematis viola. Usciti dal folto della vegetazione scorgiamo le torri fortificate della cittadella, raggruppate intorno alla chiesa di Agios Spiridon e al suo campanile.
La nostra mèta è di certo entusiasmante: stiamo andando a salutare Chatwin, nel posto che Paddy ha rivelato a Giancarlo. La bottiglia di vino è nello zaino.
Per raggiungerlo bisogna innalzarsi non poco su ripidi pendii, in mezzo ad una lussureggiante vegetazione e avvolti da profumi dimenticati di erbe aromatiche.
Lasciata alle spalle la vecchia Kardamyli, il sentiero lambisce quelle che la leggenda vuole siano state le tombe di Castore e Polluce, i fratelli di Elena di Troia.
Mentre saliamo il silenzio e la solitudine ci portano a recuperare una dimensione di vita perduta. In questo paesaggio affacciato sul Mediterraneo i contrasti geografici sono impressionanti. Siamo sulle pendici del Taygetos, montagna che srotola verso l’azzurro mare tappeti di flora dalle svariate sfumature di colori.
Da Agia Sofia la vista spazia sul mare blu cobalto e sui crinali del monte, dove i cipressi, leggeri punti esclamativi - “matitine” le chiamava Chatwin - disegnano profili verde scuro dietro cui si nascondono i radi abitati di queste valli remote. Una sorgente d’acqua ci disseta e i frutti dei gelsi, dolci e succosi, ci ridanno forza.
Dopo un breve pianoro il sentiero si perde, ma l’intuito alpinistico di Giancarlo trova subito una “direttissima”. Una traccia s’inerpica verticale tra erbe odorose ma sempre più pungenti; più sopra, a loro subentra una foresta di odiose ortiche. Il mio spirito romantico vacilla non poco.
Sembra di non arrivare mai, ma ecco spuntare il tetto di una casa, poi un’altra... Isolata sul suo sperone roccioso appare la chiesetta attorniata dagli ulivi: come già detto, sotto uno di questi, senza lapide né segno alcuno, sono state sparse le ceneri di Bruce Chatwin.
Ci sediamo a ridosso della sghimbescia struttura bizantina. Mangiamo pane e frutta e beviamo retsina, condividendola con Bruce, che sentiamo presente in questo luogo da lui tanto amato.
Non molto lontano una donna raccoglie erbe che definisce miracolose. Non ci va di dubitarne. Ammiriamo il volo di un rapace, il cui grido rompe il silenzio.
Torniamo al mare per un’altra via, non dimenticando di passare da Paddy per informarlo della missione compiuta.


Patrick Leigh Fermor ci ha lasciati il 10 giugno 2010, all’età di 96 anni. Sulla lapide tombale di Joan aveva fatto incidere il desiderata d’origine greca: Ti sia lieve la terra. Sulla sua, lettere in greco antico affermano che lui, Patrick Leigh Fermor, Era più greco di un greco.

© testo e foto di Giancarlo Mauri
Nota: per ovvie ragioni nessuna fotografia è associabile
al reale luogo di sepoltura delle ceneri
di Bruce Chatwin

Kardamyli

Kardamyli

Kardamyli

Kardamyli

Pano Kardamyli

Pano Kardamyli

Pano Kardamyli

Pano Kardamyli

La casa di Patrick Leigh Fermor

Patrick Leigh Fermor nel suo studio


Patrick Leigh Fermor e Giancarlo Mauri

Patrick Leigh Fermor e Giancarlo Mauri

Patrick Leigh Fermor

Patrick Leigh Fermor e Daniella Forestan


Le inventate tombe di Castore e Polluce



Agia Sofia






Nel Mani interno

Capo Tenaron