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mercoledì 21 maggio 2014

La fiaba del re nudo è sempre d’attualità



Ogni giorno strilli allarmanti sulla crisi economica e sulla incredibilità della classe politica riempiono le pagine dei quotidiani, ed è prassi consolidata che i più quotati esperti del reame riempiano quel che resta del foglio con le loro elucubrazioni, di norma smentite dalla realtà il giorno precedente la pubblicazione.
Non essendo un professionista del settore, sull’argomento posso soltanto esporre modeste opinioni da bar e tabacchi, confidando che qualche prestigiosa testa pensante possa aggiornarmi sull’Ultima Vera Verità. Nell’attesa che questo accada, trovo conforto nella rilettura di alcuni testi che arricchiscono le mie librerie.
Uno di questi, The Commonwealth of Oceana, è un libro di James Harrington pubblicato per la prima volta a Londra nel 1656 e ripreso da Franco Angeli nel 1985 col titolo La Repubblica di Oceana. Alle pagine 102 e 103 leggo:

Se un uomo è il solo signore di un territorio, o supera il popolo, possedendone tre parti su quattro, egli è il gran signore. Per questo il Turco è chiamato così, per la sua proprietà: il suo governo è la monarchia assoluta. Se poche persone o la nobiltà, o la nobiltà con il clero, sono signori della terra o superano la proprietà del popolo in proporzione analoga, ciò produce l’equilibrio gotico e il governo è una monarchia mista, come quella di Spagna e di Polonia. Se invece l’intero popolo è il padrone della terra, o tiene la terra suddivisa in modo tale che nessuna persona o nessun gruppo, nell’ambito dei pochi o dell’aristocrazia, abbia una preponderanza, il governo (senza l’intervento della forza) è una repubblica. Se interviene la forza, in qualunque di questi tre casi, essa deve adeguare il governo al fondamento, oppure il fondamento al governo; oppure, quando non tiene il governo in accordo con l’equilibrio proprietario, esso risulta non naturale ma violento; se poi è subordinato al volere del principe, è una tirannide; se al volere di pochi, è una oligarchia; se consiste nel potere del popolo, è anarchia. Ciascuna di queste confusioni, perché l’equilibrio proprietario non vi corrisponde, non è che di breve durata, in quanto si oppone alla natura dell’equilibrio, che anziché venir distrutto, distrugge coloro che vi si oppongono.

Anche se questa formulazione è vecchia di oltre tre secoli e mezzo, individuando chiaramente il nesso causale esistente fra la sovrastruttura politica e la struttura economica, a mio avviso il teorema di Harrington è tuttora valido per buona parte del pianeta Terra.

Il secondo libro è opera di Francois Bernier (1620-88), filosofo e medico francese, acuto osservatore della società indiana che ben conosceva per aver vissuto lunghi anni alla corte del Gran Moghul a Delhi. Nel 1670, questa esperienza orientale si trasformerà nella Histoire de la dernière révolution des états du Grand Mogol, che insieme alle tre Lettres à Monseigneur Colbert, Monsieur de La Mothe le Vayer e Monsier Chapelain verranno pubblicate (1991) da Ibis col titolo Viaggio negli Stati del Gran Mogol.
Con i suoi scritti, Bernier ci propone una teoria del modo di produzione industriale così riassumibile: la povertà economica delle società orientali rispetto all’Europa del XVII secolo è da imputare sia alla prevalenza della proprietà statale su quella privata (con relativo controllo politico dei meccanismi economici), sia alle loro forme di dominio, che impediscono la messa in moto del motore dello sviluppo economico in quanto di fronte ad esse i sudditi non hanno diritti di sorta. In altre parole: finché la concentrazione di tutta quanta la proprietà terriera (la maggior industria dell’epoca) si trova nelle mani di un solo uomo, l’imperatore, di fronte a lui tutti i sudditi si trovano in uno stato di assoluta dipendenza e questo non può che generare uno Stato dispotico, con inevitabile inefficienza economica. A questa legge non sfuggivano neppure i re ed i nobili dell’Impero, pur sempre dei servi (anche se di alto rango) che l’imperatore-padrone poteva in qualsiasi momento, a suo capriccio, elevare di rango e ricchezza o mandare a morte senza giustificazione. Da qui, la necessità dei cortigiani di dover compiacere il Gran Moghul in ogni circostanza, nella speranza di conservare lo status sociale acquisito per il maggior tempo possibile. Riprodotto il modello in cascata gerarchica, alla fine nessun cittadino poteva dirsi al riparo dalla violenza dei vari governatori, casta che sfogava le proprie insicurezze (soprattutto quelle collegate all’ondivagante cadreghino) saccheggiando a piene mani le proprietà terriere a loro affidate, al solo fine di poter esibire il lusso più sfrenato. Di fronte a tanta cupidigia, ai commercianti e agli artigiani non restava che far di tutto per apparire poveri, arrivando a seppellire il denaro per sottrarlo alle mani rapaci del potente di turno. Da parte loro, i contadini lavoravano poco e male, poiché sapevano che ogni loro bene che superava il minimo vitale sarebbe stato requisito dagli agenti delle tasse.
A quanto sopra esposto, si aggiungeva l’assoluta indifferenza dei governanti per tutto ciò che riguardava l’economia, visto che essi non conoscevano che una sola fonte di utilizzo delle risorse carpite: lo sciupìo vistoso. Come risultato, tutto il surplus prodotto dai lavoranti veniva divorato da una élite di parassiti, il cui obiettivo era quello di tenere in uno stato di cronica depressione l’economia sociale, in fede all’assioma che vuole lo Stato forte se il popolo è debole: creare continue paure - tecnica del terrorismo, ovvero seminare continuo e strisciante terrore - e/o problemi al popolo è sempre stato il gioco prediletto dei politicanti di scarsa utilità sociale.
Bernier chiude la sua Lettre à Monseigneur Colbert augurandosi che i monarchi d’Europa « non fossero mai proprietari di tutte le terre che possedevano i loro sudditi », poiché, se ciò fosse accaduto, « i loro regni non avrebbero potuto essere nello stato in cui si trovavano, così ben coltivati e popolati, così ben costruiti, così ricchi, così civili e così fiorenti come li si poteva vedere.»

Un’analisi acuta ed audace (per l’epoca) quella di Bernier, ma non del tutto nuova: secoli prima, nella Muqaddima - l’introduzione all’opera Peuples et nations du monde, edita a Parigi da Simbad, 1986 -, lo storico e sociologo arabo Ibn Khaldun (1332-1406) aveva formulato una legge generale la cui validità mi pare ancora attuale:

Se il potere statale spreme i sudditi con imposte eccessive e sottopone i loro beni a interventi arbitrari, il risultato inevitabile è una drastica contrazione delle capacità produttive della società, poiché gli investimenti, base del dinamismo economico, vengono metodicamente scoraggiati. Fino a quando una dinastia resta fedele allo spirito di corpo e di superiorità, essa riposa sul beduinismo, vale a dire sull’indulgenza, la generosità, l’umiltà, il rispetto della proprietà altrui, almeno nella più parte dei casi. Allora, le imposte individuali sono leggere e i contribuenti sono energici e attivi nelle loro imprese: essi coltivano nuove terre, il che accresce il numero dei contributi fondiari e, per conseguenza, l’insieme delle risorse fiscali. Ma non appena la dinastia incomincia a degenerare, essa adotta uno stile di vita fastoso che richiede crescenti risorse finanziarie. Allora le imposte diventano sempre più numerose e sempre più gravose e il popolo perde ogni disposizione per lo sviluppo agricolo. Esso confronta con il suo magro reddito le spese e le imposte dello Stato, e perde ogni speranza. Molti abbandonano la terra. Il risultato è una diminuzione generale della ricchezza nazionale. Talvolta il fisco pretende tirarsi d’impaccio aumentando le imposte fino al punto in cui il limite del possibile è raggiunto. Il costo dell’agricoltura è troppo elevato, le imposte sono troppe pesanti e ogni speranza di guadagno diventa teorica. Di conseguenza, la ricchezza nazionale continua a decrescere e le imposte ad aumentare. Alla fine, la caduta della civiltà segue la scomparsa di ogni possibilità di coltivare con profitto la terra ed è lo Stato che ne soffre, poiché è lui il beneficiario dello sviluppo economico. Vessare la proprietà privata, significa uccidere negli uomini la volontà di guadagnare di più, inducendoli a temere che la spoliazione è la conclusione dei loro sforzi. Una volta privati della speranza di guadagnare, essi non si prodigheranno più. Gli attentati alla proprietà privata fanno crescere il loro avvilimento. Se essi sono universali e se investono tutti i mezzi di esistenza, allora la stagnazione degli affari sarà generale, a causa della scomparsa di ogni incentivo a lavorare. Al contrario, a lievi attentati alla proprietà privata corrisponderà un lieve arresto del lavoro. Poiché la civiltà, il benessere e la prosperità pubblica dipendono dalla produttività e dagli sforzi che compiono gli uomini, in tutte le direzioni, nel loro proprio interesse e per il loro profitto. Quando gli uomini non lavorano più per guadagnare la loro vita e cessa ogni attività lucrativa, la civiltà materiale deperisce e ogni cosa va di male in peggio. Gli uomini per trovare lavoro si disperdono all’estero. La popolazione si riduce. Il paese si svuota e le sue città cadono in rovina. La disintegrazione della civiltà coinvolge quella dello Stato, come ogni alterazione della materia è seguita dall’alterazione della forma.

Come si vede, già oltre sei secoli fa questo geniale uomo d’Arabia aveva ben descritto i gravi danni economici prodotti dalla figura del sovrano-imprenditore, il quale, grazie alla sua potenza finanziaria e la pressione politica, era in grado di alterare ogni concorrenza, costringendo i mercanti a vendere le loro merci a prezzi inferiori ai costi di produzione, causando dapprima la loro rovina, poi quella dell’intera economia nazionale. Per Ibn Khaldun, non rispettando i diritti proprietari del popolo governato e soffocando ogni incentivo umano, il dispotismo resta una forma di dominio altamente irrazionale capace di annientare ogni incentivo umano. Sua inevitabile conseguenza è l’atrofia di ciò che alimenta il motore della macchina produttiva: lo spirito di iniziativa.

Come dire: la fiaba del Re Nudo è sempre d’attualità.

© testo di Giancarlo Mauri