venerdì 10 ottobre 2014

Joyce, o la "resurrezione" di Svevo


Quando Aron Hector Schmitz (poi Ettore Schmitz, poi Italo Svevo) scrive e fa stampare a sue spese due romanzi, Trieste è soggetta al governo di Vienna e i commerci che ruotano attorno all’attività portuale creano ancora ricchezza, l’humus adatto al proficuo sviluppo delle attività artistiche di contorno.
Sposando Livia Veneziani, la vita di Ettore cambia registro: lascia il suo vecchio lavoro per entrare nell’azienda del suocero, con frequenti viaggi in Inghilterra a scopo professionale.
Dal 1905 alla Berlitz School di Trieste la lingua inglese è insegnata da un giovane irlandese decisamente strambo e forse per questo ricercato. Lui non annoia con lezioni grammaticali, ma ama entrare fin da subito nel vivo della conversazione attraverso il tema a lui più caro, la letteratura.
In breve il professor Joiz si ricava una sua fetta di clientela nel mondo della nobiltà e fra i ricchi commercianti, a cui impartisce lezioni anche in privato.
Questo giovane - James Joyce all’anagrafe - ha ereditato dal padre la sana abitudine che oggidì caratterizza politici, banchieri, alto clero e industriali da rapina: vivere il meglio possibile grazie ai soldi altrui.
Nel caso specifico, Joyce usa frequentare quotidianamente i ristoranti, passare le notti nelle osterie scolando quanto più vino bianco possibile (ma sempre il migliore) e frequentando postriboli. All’opposto, quel che proprio non rientra nel suo DNA è il metter mano al portafogli per pagare i creditori, proprietari degli appartamenti in affitto inclusi. Da qui la ragione dei suoi continui cambiamenti d’indirizzo; ma di questo ne parlerò altrove.
Un modo di vivere, questo suo, così “fotografato” da Ernest Hemingway in una lettera indirizzata a Sherwood Anderson e datata Parigi, 9 marzo 1922: «… Joyce ha un libro maledettamente meraviglioso. [L’Ulysses, appena pubblicato da Sylvia Beach] Probabilmente ti arriverà per tempo. Intanto le notizie dicono che lui e tutta la sua famiglia stanno facendo la fame, però poi quella tribù di celti la trovi tutte le sere al Michaud dove Binney [Hadley] e io possiamo permetterci di andare soltanto una volta alla settimana o giù di lì.
Gertrude Stein dice che Joyce le ricorda una vecchia di San Francisco il cui figlio si era arricchito nel Klondyke e la vecchia non faceva che andarsene in giro storcendosi le mani e dicendo: “Oh Il mio povero Joey! Il mio povero Joey! Ha troppi soldi!”. Questi maledetti irlandesi, devono sempre lamentarsi per una cosa o per l’altra, però mai sentito dire di irlandesi che muoiono di fame

Un bel giorno a Villa Veneziani il professor Joiz decide d’introdurre nella didattica la lettura di alcune sue poesie e parti del suo nuovo libro in fase di stesura. Ettore e Livia Schmitz ne sono profondamente colpiti e a modo loro vogliono omaggiare l’insegnante: lei esce in giardino e rientra con un mazzo di fiori freschi raccolti per lui, Ettore gli confida un suo segreto: a suo tempo pure lui aveva scritto due libri, invenduti e snobbati dalla critica letteraria.
Joyce li legge con voracità e già alla successiva lezione è in grado di recitarne intere parti a memoria davanti allo stupito autore. Tra i due nasce un nuovo rapporto - e per Joyce si aprono nuove fonti di credito a fondo perduto.

Lo so, ho raccontato tutto in fretta, restringendo tempi e modi, ma è una scelta voluta: ho in casa una copia de La vita di mio marito, firmata Livia Veneziani Svevo e come sempre - non uso a spacciar per mia la farina presa dal sacco altrui - cedo la parola a chi meglio di me può raccontare il peso che il beone, puttaniere e sifilitico James Joyce (l’inventore della letteratura “cubista”, primogenitura contestata da Gertrude Stein*) ha avuto nel far conoscere al mondo l’opera dell’integrato borghese Ettore Schmitz (Non aveva che genio: nient'altro. Del resto era stupido, egoista, opportunista, gauche, calcolatore, senza tatto scriverà l'acido Bobi Bazlen in una lettera da lui inviata ad Eugenio Montale), proponendo una selezione di pagine mirate.

* Nota: Scrive Richard Ellmann in James Joyce, Feltrinelli 1964, p. 608: In Rue de Fleurus, a pochi isolati dalla Shakespeare and Company, Gertrude Stein era seccata al veder minacciata la sua posizione di prima sperimentalista. “Joyce”, ammetteva, “è bravo. Joyce è un buon scrittore. Piace alla gente perché è incomprensibile e tutti ci trovano qualcosa da capire. Ma chi è venuto prima? Gertrude Stein o James Joyce? Non si dimentichi che il mio primo gran libro, Tre vite, fu pubblicato nel 1908. Ulysses era ancora di là da venire. Joyce ha fatto qualcosa, certo. Tuttavia la sua influenza è locale. Come Synge, altro scrittore irlandese, ha avuto il suo giorno di gloria”.
I due primogenitori - in verità, le sperimentazioni linguistiche di Tre vite sono vino annacquato rispetto a Ulysses e Finnegans wake - fecero di tutto per non incontrarsi mai. Una sola volta accadde, a una festa in casa di Eugène Jolas, e in quella occasione Joyce si rivolse alla Stein: “Strano che viviamo nello stesso quartiere e non ci siamo mai visti.” “Già” rispose lei con tono distaccato. Furono le uniche parole che si rivolsero in vita.





[pp. 82-87] Le nostre vite si svolgevano in piena armonia. Ettore sembrava apparentemente pacificato, ma le sue ossessioni continuavano ad assediarlo segretamente. Il 10 gennaio 1906 scriveva su un album, le cui rimanenti pagine sono per la maggior parte vuote:
«Perché diavolo parlo tanto della mia vecchiaia? Non certo per paura della mia morte che non mi desta né curiosità né paura. Io penso che effettivamente la mia vita sia stata troppo corta. Fu molto piena di sogni che io non notai né ritenni. Non rimpiango di non aver goduto abbastanza ma sinceramente rimpiango di non aver fissato tutto questo periodo di tempo. Del resto se ci fossero molti altri che sentissero come me! Povera umanità! Quante autobiografie! Letizia crebbe e io non conservo della sua prima infanzia altro che delle pallide fotografie.
Tutto a me d’intorno muore giornalmente nell’oblio perché io sto estatico a vedere, frastornato da un mondo di gente che mi grida nelle orecchie. Siora Livia aveva vent’anni ed ora ne ha trentuno passati. A me pare come se essa avesse avuto sempre questa età e se arriverò all’età cadente, tutti noi saremmo stati sempre vecchi».
Aveva quarantatrè anni e considerava già chiusa la sua vita, mentre tante felici sorprese gli riserbava ancora il destino.
Lo scrittore pareva dormire nel profondo, quasi ignorato da noi e apparentemente guardato da lui stesso con una specie di compatimento: «Io mi ricordo che pochi anni or sono un uomo d’affari interruppe le trattative serie per domandarmi: «È vero che voi siete l’autore di due romanzi?». Arrossii come sa arrossire un autore in quelle circostanze e, visto che l’affare mi premeva, dissi: «No! No! No! È un mio fratello». Ma quel signore, non so perché, volle conoscer l’autore dei due romanzi e si rivolse a mio fratello, il quale poi non fu molto lusingato dall’attribuzione che evidentemente scemava la sua rispettabilità professionale».

Per farlo uscire da quella specie di dormiveglia occorreva una scintilla e questa si sprigionò nel casuale incontro con lo scrittore irlandese James Joyce.[1]
Già nel primo viaggio in Inghilterra Ettore aveva sentito la necessità di perfezionarsi nella lingua inglese. Conosceva perfettamente il tedesco, abbastanza bene il francese (s’era impratichito con me già all’epoca del fidanzamento), ma gli erano noti solo gli elementi dell’inglese. Lo studio della lingua fu la causa della sua fortunata amicizia con Joyce. Questi era venuto da Dublino a Trieste nell’autunno del 1903, portando con sé la giovane moglie, Nora Barnacle. Era giovane, aveva poco più di vent’anni, povero, al principio della sua meravigliosa carriera letteraria. Era giunto a Trieste dopo un’avventura tragicomica: preso il treno Vienna-Trieste, per errore era sceso a Lubiana alle quattro del mattino. Quando, l’indomani, chiese a un passante della via S. Nicolo, dov’era il recapito della Berlitz School triestina, capì di avere sbagliato città. E pieno di apprensione perché aveva con sé poco denaro, aspettò tutto il giorno e parte della notte alla stazione di Lubiana il treno per Trieste. Giuntovi, lasciò la moglie nel piccolo giardino prospiciente la stazione e andò alla ricerca della scuola per avere un aiuto in denaro. Capitò per sbaglio in una via di città vecchia dove dei marinai inglesi stavano azzuffandosi con delle donne di malaffare. Volle fare da interprete e da paciere, ma male gliene incolse: sopraggiunta la polizia fu arrestato assieme agli altri e trattenuto tutto il giorno in prigione, mentre la povera moglie lo aspettava seduta su una panchina del giardino, senza danaro, ignorando la lingua della città straniera.
Quante volte sentii raccontare con brio indiavolato da Joyce quest’avventura, il cui ricordo lo divertiva moltissimo!
Dopo aver insegnato per qualche tempo alla Berlitz School, se n’era staccato e viveva dando lezioni d’inglese, correndo di casa in casa. Ettore, oltre ad apprendere la lingua, desiderava trovare un’esperta guida per la migliore conoscenza della moderna letteratura anglosassone. Si rivolse a Joyce, che in quell’epoca era l’insegnante di moda presso la ricca borghesia triestina e così s’incontrarono.
Fra il maestro, oltremodo irregolare, ma d’altissimo ingegno (conosceva diciotto lingue tra antiche e moderne), e lo scolaro d’eccezione le lezioni si svolgevano con un andamento fuori del comune. Non si faceva cenno della grammatica, si parlava di letteratura e si sfioravano cento argomenti. Io pure vi partecipavo. Joyce era divertentissimo nelle sue espressioni e parlava il dialetto triestino, come noi, anzi un triestino popolare appreso nelle oscure vie di città vecchia dove amava sostare. Anche in Svizzera e a Parigi il dialetto triestino rimase il mezzo espressivo abituale della famiglia e dei figli, nati a Trieste: Giorgio dalla bella voce ereditata dal padre, e Lucia diventata danzatrice e abile disegnatrice. Ricordo ancora le sue magnifiche illustrazioni per un poema di Chaucer dedicato alla Vergine Maria.
Nonostante la differenza di età e di nazionalità, l’amicizia fra loro sorse immediata. L’irlandese, che non aveva mai parlato ad alcuno dei suoi lavori letterari, portò ben presto i suoi manoscritti a Villa Veneziani. Erano le poesie di «Chamber Music» e alcuni capitoli dei «Dubliners». Ricordo di essere scesa in giardino dopo la lettura del racconto «I morti», ultimo capitolo dei «Dubliners», a cogliere dei fiori e di averne fatto omaggio allo scrittore. Mio marito gli presentò a sua volta i due volumi dimenticati, prima «Una vita», per il quale aveva una particolare tenerezza, e poi «Senilità», come per dirgli: «Anch’io fui uno scrittore». Joyce li lesse subito e durante la lezione successiva dichiarò che secondo la sua opinione Svevo era stato ingiustamente negletto. Aggiunse con calore che certe pagine di «Senilità» non avrebbero potuto scriverle meglio i più grandi maestri del romanzo francese. A quelle parole inaspettate un balsamo scendeva sul cuore di Ettore. Egli lo guardava con grandi occhi incantati, beato e stupito. Mai avrebbe pensato di sentire tali lodi dei suoi romanzi dimenticati. Quel giorno non poté staccarsi da Joyce, lo accompagnò fino alla sua abitazione, in piazza Vico, narrandogli lungo il percorso le sue delusioni letterarie.
Era la prima volta che apriva il cuore a qualcuno per mostrarne la profonda amarezza. Joyce parlò diffusamente della scoperta nella sua cerchia di conoscenti ed agli intellettuali che andavano per la maggiore. Recitava persine a memoria le ultime pagine di «Senilità», si scagliava contro la cecità della critica, affermando che Svevo era un romanziere molto originale, l’unico moderno scrittore italiano che riuscisse a interessarlo. Ma anche di fronte a simili elogi l’ambiente triestino rimaneva sordo e incredulo.
L’irlandese trovava in Ettore una mentalità affine alla sua, un metodo analitico congeniale. Louis Gillet arrivò a dire, nel 1937, in una conferenza tenuta a Parigi, che Joyce aveva subito l’influenza di due soli scrittori italiani: Giambattista Vico e Italo Svevo.
Da allora, durante le lezioni parlarono continuamente di progetti e di problemi letterari. Mio marito confidò all’amico il suo proposito di svolgere un racconto intorno a un vecchio e a una fanciulla - realizzato più tardi col titolo «La Novella del Buon Vecchio e della Bella Fanciulla» - e Joyce discusse con lui in ogni particolare la concezione di Bloom sviluppata poi nell’«Ulisse».[2]
Sul carattere dubbioso di Ettore, il temperamento battagliero o tenace, la profonda sicurezza dell’irlandese (egli aveva risposto in giovinezza a un vecchio poeta: «È vero, io non subii l’influenza vostra, ma è deplorevole che voi non possiate subire la mia perché siete troppo vecchio») ebbero un benefico influsso. Lo si sente anche dal ritratto che Ettore ne fece molti anni dopo alla conferenza tenuta al «Convegno» di Milano l’8 marzo 1927:[3] «Il Joyce è ora più che quarantenne, ma è rimasto quale arrivò a Trieste. Sottile, alto, snello, potrebbe sembrare uno sportman se non si movesse con l’abbandono di persona cui le proprie membra non importino affatto. Quelle membra sono state trascuratissime e non hanno conosciuto giammai lo sport e la ginnastica. Da vicino non apparisce dunque il combattente strenuo che l’opera sua coraggiosa farebbe pensare. Molto miope, porta degli occhiali forti che gl’ingrandiscono l’occhio, e tale occhio azzurro, di grande importanza anche senza gli occhiali, guarda con un’eterna curiosità e con una freddezza altrettanto grande. Io non so fare a meno di figurarmi che quell’occhio non sarebbe meno curioso e freddo posandosi su un avversario col quale il Joyce dovesse misurarsi».
L’ammirazione e il consenso di Joyce furono un balsamo miracoloso per la profonda ferita all’amor proprio, sempre viva e bruciante. Appena allora cessò di riguardare i suoi romanzi come degli errori giovanili. Prono sotto il verdetto negativo, il suo talento era rimasto sepolto nella «tristezza del silenzio», come soleva dire.
Ed ecco che l’amico risvegliava in lui, e questa volta per sempre, lo scrittore.
La guerra mondiale doveva staccarli. Joyce si rifugiò a Zurigo, trasferendosi poi a Parigi. Non tornò più a Trieste, ma doveva ricomparire nella vita di Svevo e assumervi un ruolo importantissimo.

* * * * *

[pp. 101-109] Ma ecco nel 1925 inatteso, improvviso, un sole di gloria sorgere e illuminare la sua vita. Aveva ormai sessantatré anni. Ricordo quel giorno di gennaio. Eravamo seduti intorno alla grande tavola che riuniva per la colazione assieme a noi anche la famiglia di Letizia con i tre bambini. Egli aprì distrattamente una lettera giunta da Parigi. Cominciò a leggerla ad alta voce e già all’intestazione restò senza fiato. Cominciava così: «Egregio signore e Maestro». Era la lettera di lode e di compiacimento di Valery Larbaud.
Non ricordo d’averlo visto mai tanto raggiante. Doveva questa grande soddisfazione a James Joyce. Lo scrittore irlandese era riapparso come un astro benefico nella sua vita. Dopo la tormenta della guerra si erano incontrati nel 1919 a Parigi e ogni volta che Ettore vi era di passaggio capitava allo Square Robiac dove veniva sempre accolto come un vecchio amico. Joyce aveva sempre una viva nostalgia di Trieste e volentieri sarebbe tornato a viverci. Nel 1921 Ettore gli portò gli appunti dell’ultimo episodio di «Ulisse», che l’autore aveva lasciato in custodia a Trieste. Consistevano in un mucchio disordinato di carte che riempiva un’intera valigia. Ecco la curiosa e originale lettera con la quale Joyce aveva richiesto a Ettore lo speciale favore:

«5 gennaio 1921
Boulevard Raspail 5 - Parigi VII
Caro signor Schmitz, l’episodio di Circe fu finito tempo fa ma quattro dattilografe rifiutarono di copiarlo. Finalmente si presentò una quinta la quale, però, lavora molto lentamente, sicché il lavoro non sarà pronto prima della fine di questo mese. Mi si dice conterrà cento settanta pagine forma commerciale. L’episodio di Enneo [sic!] il quale è quasi finito, sarà pronto anche verso la fine del mese. Secondo un piano stabilito dal mio avvocato a New York «Ulisse» uscirà colà verso il 15 giugno p. v. in un’edizione privata e limitata a 1500 esemplari dei quali 750 per l’Europa. Il prezzo sarà di sterline 12,50 risp. 6 sterline l’esemplare. Percepisco 1000 sterline come tacitazione. Contemporaneamente però si preparano articoli ed articoletti per sfondare la cittadella non so con quale risultato e poco m’importa.
Ora l’importante: non posso muovermi da qui (come credevo di poter fare) prima di maggio. Infatti da mesi e mesi non vado a letto prima delle due o le tre del mattino, lavorando senza tregua. Avrò presto esaurito gli appunti che portai qui con me per scriver questi due episodi. C’è a Trieste, nel quartiere di mio cognato, l’immobile segnato col numero politico e tavolare di via Sanità 2, e precisamente situato al terzo piano del suddetto immobile nella camera da letto attualmente occupata da mio fratello, a ridosso dell’immobile in parola e prospettante i postriboli di pubblica insicurezza, una mappa di tela cerata legata con un nastro elastico di colore addome di suora di carità, avente le dimensioni approssimative d’un 95 cm. per cm. 70. In codesta mappa riposi i segni simbolici dei languidi lampi che talvolta balenarono nell’alma mia.
Il peso lordo senza tara è stimato a kg. 4,78. Avendo bisogno urgente di questi appunti per l’ultima azione del mio lavoro letterario intitolato «Ulisse» ossia «Sua mare grega»,[4] rivolgo codesta istanza a lei, colendissimo collega, pregandola di farmi sapere se qualcuno della sua famiglia si propone di recarsi prossimamente a Parigi, nel quale caso sarei gratissimo se la persona di cui sopra volesse avere la squisitezza di portarmi la mappa indicata a tergo.
Dunque, caro signor Schmitz, se ghe xe qualchedun de sua famiglia che viaggia per ste parti la mi faria un regalo portando quel fagotto che non xe pesante gnanca per sogno parchè, la mi capissi, xe pien de carte che mi go scritto pulito cola pena e qualche volta anca col bleistiff quando no iera pena. Ma ocjo a no sbregar el lastico, parche allora nasserà confusion fra le carte. El meio saria de cior na valigia che se poi serar cola ciave che nissun poi verzer. Ne ghe xe tante di ste trappole da vender da Greinitz Neffen rente del Piccolo che paga mio fradel el professor della Berlitz Cul. Ogni modo la mi scriva un per de parole dai, come la magnemo. Revoltella me ga scrito disendo che xe muli de saminar per zinque fliche ognidun e dopo i xe dolori de revoltella e che mi vegno là per dar lori l’aufgabe par inglese a zinque fliche, ma non go risposto parche iera una monada e po la marca mi vegnaria costar cola carta tre fliche come che xe ogi coi bori e mi avanzaria do fliche per cior el treno e magnar e bever tre giorni, cossa la voi che sia.[5]
Saluti cordiali e scusi se il mio cervelletto esaurito si diverte un pochino ogni tanto. Mi scriva presto, prego.
James Joyce»


Da questa lettera si può desumere la cordialità che esisteva fra i due scrittori, da cui derivava l’intima comprensione nel momento dello sconforto. Spinto dall’idea amara dell’ostilità ch’egli credeva sorta intorno a «Zeno» e da un sentimento di ribellione, Ettore s’era appellato all’amico già glorioso, lamentandosi dell’insuccesso e inviandogli il volume. Non nutriva troppa fiducia d’essere ascoltato. Il suo temperamento pessimistico gli inibiva la speranza. In quegli anni, poi, dopo il primo cordiale incontro, le relazioni fra i due s’erano limitate a brevi visite durante i nostri passaggi per Parigi e allo scambio di affettuosi biglietti di augurio a Capodanno, ma Joyce nella sua trionfale ascesa aveva accolto il grido amaro del confratello e così aveva risposto:

«30 gennaio 1924
Caro amico, sono andato alla stazione ma nessun treno era in arrivo (nemmeno ritardato) all’ora indicatami; ne ero dispiacente. Quando ripasserà per Parigi? Non potrebbe pernottare qui?
Grazie del romanzo con la dedica. Ne ho due esemplari avendone già ordinato uno da Trieste. Sto leggendolo con molto piacere. Perché si dispera? Deve sapere che è di gran lunga il suo migliore libro. Quanto alla critica italiana non so. Ma faccia mandare degli esemplari di stampa a
M. Valery Larbaud, M. Benjamin Crémieux, Mr. T. S. Eliot, Mr. F. M. Ford.
Parlerò e scriverò in proposito con questi letterati. Potrò scrivere di più quando avrò finito. Per ora due cose m’interessano. Il tema: non avrei mai pensato che il fumo potesse dominare una persona in quel modo; secondo il trattamento del tempo nel romanzo. L’arguzia non vi manca e vedo che l’ultimo capoverso di «Senilità»; «Sì, Angiolina pensa e piange, ecc...» ha sbocciato grandemente alla chetichella.
Tanti saluti alla Signora, se si trova costì. Spero avremo il piacere di vedere loro fra breve.
Una stretta di mano
James Joyce
P.S. Mandi anche a Gil Berseldy, The Dial, Nuova York».


Seguendo il consiglio, Ettore s’era affrettato a spedire il volume a Larbaud e a Crémieux. L’esito ne era stato la lettera di plauso inaspettata:

«li 11 gennaio 1925
Egregio Signore e Maestro,
Dacché ho ricevuto e letto la Coscienza di Zeno ho fatto tutto quello che ho potuto per far conoscere in Francia questo libro ammirevole. Propaganda solamente orale, ma efficace, come Lei vedrà.
Nell’estate scorsa si fondò la rivista «Commerce», trimestrale, diretta dal più grande dei nostri poeti, Paul Valéry, da Leon Paul Fargues, conosciuto dalla élite come uno dei migliori scrittori di vanguardia, e da me; e subito questa rivista si pose al primo rango delle riviste francesi di letteratura pura. L’idea di questa pubblicazione venne dalla principessa di Bassiano, moglie del principe Roffredo Caetani, di Roma, la quale ci fornisce i fondi e ci dà anche consigli efficaci.
Prima della fondazione della rivista avevo fatto leggere alla principessa La coscienza di Zeno, e adesso che siamo in preparazione dei numeri IV e V, lei desidera che pubblichiamo alcuni brani: da 10 a 15 pagine del Suo libro. La questione della traduzione non ha difficoltà: fra i nostri migliori scrittori di vanguardia contiamo tre o quattro ottimi traduttori d’italiano, disposti a tradurre le pagine che sceglieremo. L’unica cosa che ci manca, dunque, è l’autorizzazione di Lei e dell’editore Cappelli.
Per parte mia vorrei dare in «Commerce» un breve studio sopra la di Lei opera, studio che darei, più tardi, e più completo, nella «Nouvelle Revue Française» o nella «Revue Européenne». Ma non conosco i Suoi altri libri, che ho cercati l’estate scorsa in Bologna e in Firenze senza incontrarli, e Le sarei gratissimo se Lei avesse la bontà d’inviarmeli.
Il nostro amico James Joyce, come Lei avrà saputo, ha dovuto subire un’altra operazione agli occhi, e adesso sta bene e lavora.
La prego scusare tante domande e credermi, egregio Signore e Maestro,
il Suo devoto ammiratore,
Valery Larbaud».


Trepidante, gli spedì subito «Senilità» e «Una vita». Dopo aver letto le due opere lo scrittore francese gli scriveva:

«20 febbraio 1925
Egregio Signore e Maestro,
Scrivo sotto la dettatura del Signor Valerio Larbaud. Ricevo la Sua lettera del 16. Mi scusi se non ho risposto subito alla Sua prima. Sono stato occupatissimo. La ringrazio por i due libri.
Per quel che Le avevo scritto stiamo organizzando la campagna in Suo favore. Forse cominceremo con un articolo, di uno di noi, sopra un giornale italiano questa estate.
Poi per il quinto numero di «Commerce» che uscirà nel mese di ottobre prossimo prepareremo una selezione di pagine tradotte in francese. Di «Senilità» prenderemo le pagine 162-172 che ho lette a parecchi amici e che furono ricevute con applausi e qualcheduno pronunciò il nome di Marcel Proust.
Della «Coscienza di Zeno» prenderemo le pagine 16-36 e 477-496. Di «Una vita» che un mio amico sta leggendo adesso, non so ancora se daremo un campione. Forse faremo dei cambiamenti in questa scelta, e forse anche daremo titoli (ma fra parentesi) alle pagine scelte. Il titolo «Senilità» ci sembra poco adatto al romanzo, e se si dovesse tradurre al francese per intero, credo che sarebbe meglio prendere come titolo «Emilio Brentani». Siamo impazienti di cominciare la campagna, ma abbiamo tanto da fare ognuno che le cose non possono andare con la rapidità che vorremmo, pure già c’è un rumore del nome di Lei fra i migliori scrittori giovani di qui. Il resto verrà a poco a poco.
Mi creda, egregio Signore e Maestro, Suo devotissimo ammiratore
Valery Larbaud»


[…] Intanto nella primavera del 1925, approfittando di uno dei nostri soliti viaggi d’affari a Londra, facemmo una sosta a Parigi per conoscere di persona i due illustri letterati francesi che s’erano così vivamente interessati al caso Svevo. Joyce combinò una cena in un ristorante vicino alla Gare Montparnasse. Era presente anche un giovane scrittore francese, Nino Frank. Mio marito, in genere molto socievole e con tutti di un’affabile dolcezza, s’intonò subito perfettamente ai nuovi amici, i quali gli dimostrarono un’ammirazione che ci stupiva. Preso come da una leggera ebbrezza, quella sera parlò moltissimo. Egli amava farsi ascoltare, tanto più se gli interlocutori erano suoi pari.
La sera seguente fummo invitati in uno dei salotti letterari più aristocratici, quello della principessa Bassiano Caetani, la sostenitrice di «Commerce», nella sua villa di Versailles, la «Villa Romana». Erano pure intervenuti Larbaud e Crémieux. Nella lunga e brillante conversazione mio marito accennò ad una novella a cui stava lavorando. Doveva trattarsi di quella poi intitolata «Corto viaggio sentimentale». Durante quello straordinario e felice soggiorno conoscemmo anche la moglie di Crémieux. Era una donna di squisita e profonda intelligenza. Còrsa d’origine aveva studiato a Firenze e parlava l’italiano con accento ed espressione perfetti. Ci si vedeva ogni giorno o nel suo salotto o a colazione qua e là. Si stabilì fra lei ed Ettore una viva corrente di simpatia che si tramutò ben presto in amicizia, e si allacciò fra loro una corrispondenza che fu troncata solo dalla scomparsa di lui. A lei egli confidava anche i sentimenti che amava celare agli altri e, dubitoso sempre, attingeva a quell’amabile fonte conforto e forza.

* * * * *

[pp. 121-122] Ma ecco apparire la traduzione francese di Zeno fatta da Paul Henri Michel a compensarlo delle nuove delusioni. Era stato Crémieux a proporre a mio marito questo giovane letterato, che si dedicava con tanta passione alla traduzione di opere italiane. […] Il libro apparve in Francia pubblicato dalla Librairie Gallimard. Per la traduzione tedesca Joyce aveva consigliato a mio marito di rivolgersi al Rheinverlag che stampava tutte le sue opere. Il traduttore fu un giovane fiumano, Piero Rismondo, occupato a Vienna nella redazione della «Wiener Allgemeine Zeitung». Egli si era presentato in casa nostra come ammiratore e come traduttore. Dall’editore tedesco venne a Ettore il primo compenso tangibile per la sua fatica letteraria. Egli che amava tanto far doni si affrettò ad offrirmi l’assegno in marchi accompagnandolo con un affettuoso biglietto.

* * * * *

[pp. 125-127] Anche il sentirsi chiamare il «Proust italiano» lo stupiva. Egli non aveva conosciuto le opere di questo scrittore che nel 1926. Era stata la signora Crémieux a chiedergli alla nostra prima visita a Parigi: «Connaissez-vous Proust? No? Eppure voi gli somigliate». Subito s’era informato sui libri dello scrittore francese, li aveva acquistati tutti in blocco e s’era accinto a leggerli con grande interesse. Lasciò un giudizio su Proust in un inedito: un abbozzo di parallelo fra questi e Joyce:

« ...Io non sono un critico e rivedendo questi appunti dubito di aver saputo darvi una chiara idea di questo romanzo. E ancora un tentativo faccio per chiarirlo. Mi pare importante stabilire la sua nessuna analogia con l’opera del Proust. Da noi si sente sempre citare il Joyce accanto al Proust. Vorrei separarli definitivamente. È un compito abbastanza facile. Nella vita s’incontrarono una sola volta. Una notte il Proust, già tanto sofferente, si risolse ad uscire da quella sua casa dalle finestre ingessate dei Champs-Elysées, probabilmente costrettovi dal bisogno di una inchiesta per poter finire qualche sua frase o qualche suo inciso su qualche avvenimento reale. Fece la conoscenza del Joyce e, distratto dal proprio bisogno, subito gli domandò: «Conosce lei la principessa X?». «No», rispose il Joyce, «né me ne importa affatto». Si separarono e non si rividero mai più.
Io penso che se i due grandi scrittori s’imbattessero ciascuno sul loro terreno, su quello della loro arte, ed uno di essi andasse gridando per farsi sentire, essendo tanto lontano l’uno dall’altro: «Fratello, conosci questo?». L’altro risponderebbe: «No; e non me ne importa niente affatto».
Il Proust è l’artista della grande prosa narrativa. La sua frase crea a forza di completezza; si evolve nei suoi incisi di cui ognuno è un scoperta, una sorpresa. Non gli basta mai e narra, narra spinto dal bisogno nostalgico dì ricercare il tempo che non è più. Sulla sua tela s’aggiunge tratto a tratto, colore a colore per aderire alla realtà. L’intonazione perfetta del quadro risulta dalla perfetta visione della realtà. Pare che il suo racconto manchi di piano. Che bisogno ce ne sarebbe visto che i fatti avvenuti non possono mancare di ordine?
E quella sua realtà quando diviene satira si fa tale quasi senza suo intervento. La realtà può talvolta farsi sentire con la sola precisione.
Ma il Joyce è tutto l’opposto. Egli è l’artista che ha preparato tutto il piano d’avventura da cui sorsero i personaggi. Trasse dalla realtà quelli che prediligeva e ne fece una cosa tanto intera da sostituire tutta la realtà. Non mi figuro neppure che sappia lavorare su una tela. Deve aver plasmato le sue figure prima di dipingerle e riempie il suo laboratorio di creature dalle tre dimensioni tanto vive che si crede si muovano e parlino senza l’aiuto di nessuno. L’autore rigido fa dimenticare ch’egli potrebbe soccorrerle. Lo si vede immoto perché cela la propria fatica.
Nel Proust la realtà si fa una scienza. Ognuno dei suoi personaggi è studiato nelle sue origini e nei suoi organi.
Non vi è traccia di tale studio nel Joyce. Altri (il lettore) può farlo, visto che la creatura intera gli è stata consegnata. Qui ho tentato di sezionarlo io e Dio solo sa quello che ne ho fatto. Ma non è da tale analisi (dunque neppure dalla mia) che ne derivi la gioia che da l’opera di Joyce. Quella nebbia che è soffusa sul libro suo diventa così tanti suoi scopi non detti, e dallo stesso suo destino intellettuale insolito lentamente si dirada e il lettore scopre di aver collaborato con l’aiuto di una guida incomparabile alla creazione di un mondo intero conosciuto benché misterioso come quello da cui fu copiato. Da ciò il grido di sorpresa e di ammirazione di tanti eccelsi critici. Io intendo benissimo quello che vuoi dire il grande poeta e critico T. E. Eliot quando dichiara che chi imiterà...».

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[pp. 129-130] Dopo la comparsa della traduzione francese, qualche cosa si mosse anche in Italia. La critica italiana aveva polemizzato con quella francese, quasi rammaricandosi dell’aureola di gloria donata da questa a uno scrittore italiano. Allora l’editore Morreale fece delle proposte concrete e nel 1927 comparve la seconda edizione di «Senilità» che Ettore aveva completamente riveduto dal lato linguistico. Nella prefazione egli testimoniava pubblicamente la sua gratitudine a James Joyce che aveva saputo «rinnovare il miracolo di Lazzaro: …che uno scrittore sul quale incombe imperiosa l’opera propria abbia saputo più volte sprecare il suo tempo prezioso per favorire dei fratelli meno fortunati, è tale generosità che, secondo me, spiega l’inaudito successo ch’egli ebbe, poiché ogni altra sua parola, tutte quelle che compongono la sua vasta opera, furono espresse dallo stesso grandissimo animo». Ma a Joyce volle fare un dono, una cosa molto preziosa per lui e molto cara al suo cuore: il ritratto che il Veruda mi aveva fatto in età giovanile.

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[pp. 141-142] Il «Convegno» gli aprì subito le porte. Nei nostri frequenti viaggi a Milano (viaggiavamo ora sempre insieme) frequentammo quelle belle sale, come pure il salotto ospitale della signora Ferrieri. Lì egli conobbe tutta l’élite intellettuale milanese. Al «Convegno» tenne la sua prima ed ultima conferenza. La sera del 26 marzo 1927 parlò su Joyce e si soffermò specialmente sull’«Ulisse». Sebbene non abituato al pubblico, quella sera era molto tranquillo. Lesse le numerose cartelle pacatamente con la sua voce limpida e calma, che anche nell’uso della lingua italiana conservava l’accento triestino. Ma un superbo festeggiamento pubblico lo ebbe a Parigi durante una riunione del Pen Club, alla quale parteciparono cinquantaquattro letterati. Benjamin Crémieux era l’organizzatore di tali cene letterarie in onore degli eminenti scrittori europei di passaggio per Parigi. Si dette una cena in onore di Italo Svevo per festeggiare l’uscita in veste francese della «Coscienza di Zeno». Assieme a lui si festeggiavano il russo Isaak Babel, l’autore de «L’Armata a cavallo», e il poeta rumeno Pilliat.
La tavola bianca a ferro di cavallo correva lungo le pareti. Ettore era seduto al centro accanto a Crémieux e a Jules Romains. Quest’ultimo presentò i festeggiati e ne fece l’elogio.
Io ero seduta accanto a Joyce che dopo la cena confidò a Comisso, l’unico scrittore italiano presente al banchetto: «Dicono che io abbia immortalato Svevo, ma io ho immortalato anche le chiome della signora Svevo. Erano chiome lunghe e bionde. Mia sorella che le vedeva sciolte me ne parlava. Vicino a Dublino vi è un fiume che attraversa la tintoria e le sue acque sono rossastre come quel tavolo; allora mi è piaciuto di parlare di queste due cose che si somigliano nel libro che sto scrivendo. Una signora avrà queste chiome, che sono le chiome della signora Svevo». Alludeva al volumetto «Anna Livia Plurabella» per cui aveva preso pure il mio nome scrivendo poi scherzosamente a mio marito: «A proposito di nomi ho dato il nome della Signora alla protagonista del libro che sto scrivendo. La prego però di non impugnare né armi bianche né quelle da fuoco giacché si tratta della Pirra irlandese (o piuttosto dublinese) la cui capigliatura è il fiume sul quale (si chiama Anna Liffey) sorge la settima città del cristianesimo. Rassicuri la sua signora in quanto riguarda la figura di Anna Livia. Di lei non tolsi che la capigliatura e quella soltanto a prestito per addobbare il rigagnolino della mia città, l’Anna Liffey, che sarebbe il più lungo fiume del mondo se non ci fosse il canale che vien da lontano per sposare il gran divo Antonio Taumaturgo e poi, cambiato parere, se ne torna com’è venuto».
Accanto a Joyce era seduta la moglie, felice di parlare di nuovo con me il dialetto triestino, e poi Ivan Goll, Paulhan, Mac Orlan, Ilja Ehrenburg, Martin Maurice e tanti altri. Ettore si dolse di non poter contraccambiare le cortesie di Romains parlandogli dei suoi libri che non conosceva ancora. Si affrettò a comperarli il giorno seguente e li lesse subito al suo ritorno a Trieste.

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Profilo autobiografico
(1928)

[pp. 224-225] … Ma Zeno si crede un malato eccezionale di una malattia a percorso lungo. E il romanzo è la storia della sua vita e delle sue cure.
Questo romanzo fu pubblicato nel 1922, (se ne sta preparando la ristampa). Meno che a Trieste trovò una incomprensione assoluta ed un silenzio glaciale. A Trieste si occuparono di esso il Benco e il D’Orazio. Il prof. Ferdinando Pasini, in un giornale di Trento, gli dedicò subito tanta ammirazione come il romanzo non ne trovò che dopo il successo. Questo dev’essere qui detto ad onore del Pasini e della critica italiana in genere.
Lo Svevo diceva che ad onta della sua lunga esperienza tale insuccesso lo stupì e lo addolorò tanto profondamente da danneggiare la sua salute. Aveva 62 anni e scopriva che se la letteratura era nociva sempre, a quell’età era addirittura pericolosa. Scrisse ad Ettore Janni del Corriere della Sera pregandolo di leggere il libro che, seppure difettoso, doveva contenere qualche cosa che ad un critico come lui poteva rivelarsi importante. Il Janni non risposte. Nel 1924 un comune amico raccomandò lo Svevo a Giulio Caprin da cui gentilmente fu ricevuto a Milano. Il Caprin però allora dichiarò al vecchio signore che il Corriere della Sera non disponeva di abbastanza spazio per occuparsi del suo libro. Tuttavia più tardi il Caprin gli dedicò due righe fra i «Libri ricevuti» per notare che il romanzo era abbastanza interessante, ma scucito. Non era più il silenzio, ma la vera ostilità. Fu un atto di ribellione dello Svevo quello di appellarsi al Joyce. Con poca speranza. Nei lunghi anni i due vecchi amici avevano conservato una reciproca benevolenza che però non si manifestava che nello scambio di biglietti d’augurio a capo d’anno. Lo Svevo seguiva con simpatia l’inaudito successo del Joyce, ma chissà se l’artista tanto differente da lui avrebbe trovato nel proprio cuore un po’ di simpatia per il confratello meno fortunato?...
Il resto del caso Svevo è stato raccontato ad esuberanza nella prefazione alla seconda e recente edizione di Senilità.



[1] James Joyce (1882-1941). Era giovanissimo quando incontrò Italo Svevo già maturo. Visse a Trieste dal 1904 al 1914. Tutta la sua opera, eccetto le liriche e «Work in Progress», è nata in questa città. Vi abbozzò anche la trama e scrisse i primi capitoli dell’Ulisse. Sui rapporti intercorsi fra J. Joyce e I. Svevo, uno dei saggi più recenti è quello di Richard Ellmann sulla Kenyon Review (Summer 1954): «The backgrounds of Ulysses» in cui protagonista è Leopold Bloom è fatto risalire al modello reale di Italo Svevo.
[2] Stanislaus Joyce, fratello dello scrittore, in una sua conferenza all’Università di Trieste nel maggio 1955, affermò che Svevo aveva avuto qualche parte nella formazione dell’Ulisse: raccontò come il fratello James, per descrivere Bloom, interrogasse quotidianamente Svevo per essere in chiaro sui più minuti particolari caratteristici della razza ebraica, tanto che anni dopo, con Stanislaus, Svevo sbottò: «Mi dica qualcosa dell’Irlanda, qualcosa di intimo, qualcosa che non è conosciuta generalmente. Sa, suo fratello, mi ha fatto tante domande sugli Ebrei che desidero essere alla pari con lui».
[3] James Joyce in «Saggi e pagine sparse» op. cit. nota 22. Tradotta da Stanislaus Joyce, la conferenza di Italo Svevo apparve in inglese nel 1950, stampata dalle Officine Grafiche Esperia, Milano, e distribuita dalla New Direction, New York. «Un solo giornale di Milano parlò di tale lettura: Il Secolo», annota lo Svevo nel «Profilo autobiografico». Per l’esattezza ne aveva parlato anche L’Ambrosiano.
[4] Su’ mare grega; mare madre; imprecazione dialettale triestina, gergo plebeo.
[5] Versione letterale del brano dialettale della lettera di Joyce: «Dunque, caro signor Schmitz, se c’è qualcuno della sua famiglia che viaggia da queste parti mi farebbe un regalo portando quel fagotto che non è pesante neanche per sogno perché, mi capisce, è pieno di carte che io ho scritto pulito con la penna e qualchevolta anche con la matita quando non c’era la penna. Ma occhio a non strappare l’elastico, perché allora nascerà confusione fra le carte. Il meglio sarebbe di prendere una valigia che si possa chiudere con la chiave che nessuno possa aprire. Ce ne sono tante di queste trappole da vendere dai Nipoti Greinitz accanto al Piccolo che pagherà mio fratello il professore della Berlitz School. In ogni modo mi scriva un paio di parole dàgli, come la mangiamo! Revoltella (l’Istituto commerciale) mi ha scritto dicendo che ci sono ragazzi da esaminare per cinque soldi ognuno e dopo sono dottori di revoltella e che io venga là per dar loro il compito di inglese a cinque soldi, ma non ho risposto perché era una scempiaggine e poi il francobollo mi verrebbe a costare con la carta tre soldi come è oggi col denaro e mi avanzerebbero due soldi per prendere il treno e mangiare e bere per tre giorni, cosa vuole che sia».


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