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sabato 9 aprile 2016

Sulle tracce degli Hittiti



In questi ultimi tempi è riaffiorata la mai sopita guerra tra Grecia e Turchia. Stavolta non si usano le armi ma si riempiono piccole isole con centinaia di migliaia di migranti in fuga dalle guerre create ad hoc dai Paesi esportatori di democrazia bancaria. Questa drammatica realtà mi dà lo spunto per raccontare delle mie esperienze vissute in terra turca, storie ambientate negli anni in cui m’interessavo all’affascinante mondo degli Hittiti, che mai furono una piccola tribù citata nella Bibbia come storiella vuole, ma una grande e influente progenitrice della nostra civiltà.

Agosto 1982. Sostituita la vecchia e distrutta R4 con una nuova, fiammante R5 (950 cc di cilindrata) io, mia moglie e nostro figlio (sette anni, otto a novembre) osiamo spostare i nostri confini puntando decisi verso sud, con sosta a Brindisi, il porto d’imbarco per Igoumenitsa. In terra greca la nostra rotta punta verso oriente: Salonicco, Stavros, Kavala (con le rovine di Filippi) e Alexandroupoli, l’ultimo avamposto prima del confine turco - ma anche l’unica città dove le banche usavano cambiare la valuta greca con quella turca. Sì, perché trent’anni fa l’Euro non esisteva …e tra la Grecia e la Turchia non è mai corso buon sangue.
Passare certi confini, poi, non era cosa facile: meglio arrivare di buon mattino, armarsi di santa pazienza e sperare di non trovare un militare represso. Aggiungo: noi tre si viaggiava in beata solitudine, senza scorta né raccomandazioni …e mia moglie ha i capelli biondi naturali, cosa che in certe parti del mondo ha tuttora i suoi pro e i suoi contro.
Essendoci passato quattro volte, quel confine lo ricordo bene: una vasta area pianeggiante ricoperta da acque palustri da superare su di uno stretto ponte, lungo un paio di chilometri, al cui termine vi era l’area di sosta ingombra di camion. Qui si doveva lasciare l’automezzo, e dopo un primo controllo dei documenti iniziare il giro delle sette chiese per farsi mettere sul passaporto i timbri di prammatica, operazione complicata dal fatto che noi si viaggiava su di un’automobile immatricolata in Italia. Marca e targa venivano trascritti sul passaporto e questo significava che io e quella macchina eravamo uniti in matrimonio indissolubile: insieme entravamo in Turchia, insieme dovevamo uscire, anche nel caso che l’auto (e/o il proprietario) fosse andata distrutta in un incidente: i carri attrezzi e i carri funebri servivano allo scopo. Una precauzione voluta per evitare che una volta in Turchia dichiarassi un furto dopo aver venduto l’auto, una transazione vietata dalla legge.
Dopo un’intera mattinata passata a sbrigare carte, ecco il momento del si passi e allora via, verso Istanbul e il suo campeggio comunale. Istanbul: un sogno avverato e una pausa di alcuni giorni per alleviare i disagi del lungo viaggio. Sebbene le strade di questa metropoli fossero sature di biciclette, furgoncini, carretti e …dromedari, senza difficoltà raggiungevo il centro con la mia R5, posteggiando fuori delle moschee, dei musei - e la sera nei pressi del vecchio ponte di Galata (quello di legno, ora distrutto) dove usavamo cenare in uno dei fatiscenti ristoranti del suo piano inferiore, con un cameriere che m’invitava a seguirlo per scegliere i pesci da cucinare direttamente dalle barche dei pescatori.

Lasciare l’Europa e mettere le ruote in Asia minore era l’ultimo punto fisso del viaggio: la prima volta abbiamo voluto provare il vecchio traghetto, le successive abbiamo optato per il ponte sul Bosforo, quello inaugurato nel 1973. Una volta in terra asiatica, ad Alikahya Fatih le strade si dividevano: a destra per Bursa e la costa, sempre diritti per Ankara e l’entroterra. Noi abbiamo puntato sulla capitale, anche perché interessati alla visita del suo Museo delle Civiltà Anatoliche, il luogo dove sono custoditi molti reperti hittiti. Ricordo ancora l’arrivo in salita, su strada sterrata, con sosta davanti all’ingresso del museo. Nessun turista oltre a noi e tanta curiosità di vecchi e bambini per i tre italiani che viaggiavano su di una piccola automobile e non sulla classica Mercedes di quarta mano e coprivolante in finto pelo di pecora, orgoglio dei turchi lavoranti in Germania tornati in patria per le ferie estive.
Dopo Ankara, ancora verso oriente tra campi multicolori, fitti boschi alpini, strade tortuose, camion riccamente dipinti e radi villaggi dove fermarsi per un pasto, per fare benzina (solo distributori BP, acronimo di British Petroleum …e anche questo insegna) o per dormire. Una sera ho chiesto ad un ragazzo se nei dintorni vi era un campeggio. Lui mi ha guardato strano, poi mi ha risposto: perché? non ti bastano tutti i prati che ci sono qui? Finimmo ospiti in una linda casa, con nostro figlio libero di andare a giocare coi suoi coetanei - e come facessero a capirsi (e si capivano, eccome!) resta ancora un mistero.
Alla fine, dopo le dovute soste per visitare sperduti siti archeologici, eccoci alla meta: Boğazköy-Hattuša, l’antica capitale hittita sviluppatasi ai piedi dell’acropoli di Büyükkale. Al villaggio arriviamo di pomeriggio e subito la nostra automobile è circondata da una torma di ragazzini che reclamano la presenza di nostro figlio nei loro giochi - e che noi all’ora di cena dovevamo cercare di strada in strada. Era questo, l’arrivo in un villaggio, uno dei momenti più attesi da noi, quando ci lasciavamo coinvolgere dall’ospitalità del popolo contadino. Una famiglia volle farci visitare la loro cantina, dove, alla luce di una torcia improvvisata con le pagine di un giornale, ammirammo gli affreschi del soffitto, la volta di una chiesa cristiana.
Una mattina, mentre noi si vagava alla ricerca di antiche strutture, ci vediamo avvicinare da un uomo della mia età, coi suoi neri baffoni e un asino alla briglia. Lui parla il suo dialetto, noi il nostro e quindi non capiamo le sue intenzioni. A questo punto lui agisce: prende Daniella per i fianchi e la issa sulla groppa dell’asino. Poi prende Marco e lo fa sedere dietro a sua madre. Adesso tutto è chiaro: sarà lui a guidarci tra valli e meandri, portandoci nei luoghi da noi ricercati. Strada facendo il nostro uomo si ferma, estrae di tasca un coltello e punta la lama verso di me. Ho capito: metto le mani in tasca e tolgo un affilatissimo coltello regalatomi a Creta, un vero rasoio. Lui lo ammira con occhi da competente. Entro pochi secondi lo scambio è fatto: lui ha in tasca il coltello di Creta, io il coltello turco. Adesso possiamo proseguire: gli uomini a piedi, donne e bambini sulla groppa dell’asino, come buona educazione pretende.
Il nostro giro finisce a casa dell’improvvisata guida, dove sua moglie si prodiga per rimpinzarci di cibo e di tè bollente. Non soddisfatta, estrae da sotto il letto una cassa, ne estrae un abito tradizionale e lo offre a Daniella. Con tatto lei rifiuta il dono: la nostra ospite ne ha bisogno, in Italia finirebbe in un armadio. La donna comprende e rilancia: se non vuoi il mio abito non potrai rifiutare un ingombrante e pesante vaso da cui spunta un alberello. Qui intervengo io, aprendo il bagagliaio dell’auto per far capire che mai quel dono potrebbe entrare in così poco spazio. Alla fine ce ne siamo andati con una forma di pane fresco, ancora caldo, cotto nel forno di casa…

Nei primi anni Ottanta in queste lande anatoliche non ancora invase dalle truppe cammellate dei viaggi organizzati tutto era a disposizione di tutti, senza controllori né biglietterie e noi, essendo l’area archeologica di Boğazköy-Hattuša immensa, per visitare i reperti e per fare il giro interno delle mura ci siamo serviti del nostro automezzo, come consigliatoci nel villaggio. Simpatici ragazzini si proponevano di farci da guida, ma si capiva subito che era una scusa per entrare in un’automobile, una novità per loro. I più timidi ci avvicinavano per offrirci improbabili reperti antichi in cambio di pochi spiccioli; dopo una giocosa trattativa nessuno è rimasto deluso.
L’area archeologica: dopo la visita al museo di Ankara, dove sono custoditi gli originali, ben sapevamo che i leoni messi a guardia delle porte di Karatepe e di Malatia erano delle riproduzioni, ma essendo davvero simili ai deportati queste falsità nulla toglievano al fascino di quei luoghi. Anzi: erano più belli questi falsi in loco, illuminati dal sole, che non gli originali, custoditi in un ambiente buio e male illuminato da fioche lampade a luce verdastra. Trovai istruttiva la traversata delle mura entro gli stretti passaggi ricavati alla loro base, postierle lunghe decine di metri e utilizzate in tempo di guerra per le sortite degli assediati. Una tecnologia, questa, datata XIV-XIII secoli aec: oggi sapremmo fare di meglio senza l’uso del calcestruzzo?

Distante alcuni chilometri dal villaggio, al santuario rupestre di Yazilikaya abbiamo dedicato un’intera giornata. Posteggiata l’auto, per prima cosa ho voluto fare il giro esterno del recinto, Il libro delle rupi di Ceram alla mano, dove la foto di frontespizio mostra una roccia su cui è scolpita una processione divina: dodici rilievi di Dio in marcia da sinistra verso destra. Dodici, come dodici sono i Profeti maggiori, dodici i Profeti minori, dodici gli Apostoli, dodici i mesi dell’anno e tanti altri dodici sacralizzati. Trovato il pertugio da dove è stata scattata la foto del frontespizio, è tempo di dedicarsi all’intera struttura. Scavalcati i resti dei muri ci si ritrova nel vasto cortile interno, dove una parete di calcare a forma di U è tutta scolpita con figure di divinità che rimandano, per simboli palesemente esibiti, alle divinità hindu - laggiù arrivate dopo un passaggio tra i miti della Mesopotamia e della religiosità iraniana. L’ingresso alla seconda camera, nascosta alla vista, è stato il mio battesimo nel regresso in utero: una stretta fessura nella roccia introduce in un primo, breve, corridoio. Poi si piega a destra e si entra nel sancta sanctorum, chiuso sul fondo. Si è nell’utero rigenerativo della Grande Madre e con la pazienza si ha modo di comprendere quel che gli antichi scultori hanno realizzato. Pazienza, ho scritto, perché si deve aspettare che i raggi del sole fecondino questa galleria e solo allora, e per un breve lasso di tempo, si ha la visione della nascita (o rinascita) dei simboli sacri scolpiti nella roccia: la luce radente, creando piccole ombre, mette in rilievo quel che a prima vista ci è stato negato di vedere, grigio su grigio. Sulla parete est, quella che fronteggia la processione delle dodici divinità, ecco pian piano apparire la grande figura del dio-spada (alta più di tre metri), con alla sua destra l’immagine del re Tudhaliya IV in veste cerimoniale e cartiglio reale, protetto dal dio Šarruma.
La perfetta visione di questi rilievi rupestri - datati 1250-1220 aec - dura poco: mezzora o giù di li. Poi il sole diventa frontale, le ombre svaniscono e le immagini tornano ad essere invisibili anche se, adesso che sappiamo dove si trovano, aguzzando la vista qualcosa s’intuisce…
Tre giorni dopo ci rimettiamo in viaggio, puntando verso alcune delle città più antiche del mondo: Alacahöyük, con la sua monumentale Porta delle Sfingi datata XIV secolo aec, con sosta ristoratrice, strada facendo, alle acque sorgive di Pamukkale: piscine naturali deserte, strade non asfaltate, i primi alberghi in fase di costruzione.

Tre anni dopo - stavolta su di una Fiat Ritmo Sport acquistata di seconda mano e subito sperimentata nel deserto del Sahara (agosto 1983; noi tre, le piste di terra battuta, le oasi, la popolazione locale …e tanto caldo) - eccoci ad Aphrodisias, allora sconosciuta area archeologica rivelatami il giorno prima della partenza da un provvidenziale articolo del National Geographic, il mensile allora riservato ai soli membri dell’omonima società. Pochi lavoranti, serpi e ramarri in quantità, una miriade di blocchi di marmo scolpito sepolti dalle erbacce. E poi di nuovo a Pamukkale, ospiti del generoso Mehmet, produttore di vino e venditore di antichi tappeti. Seguì il giro dei laghi centrali, la visita dei villaggi della Cappadocia e infine, sulla strada del ritorno, dopo una sosta a Çatalhöyük - sito dove è stata rinvenuta la statua della Dea seduta sul trono (o Dea partoriente), terracotta datata 7000-5500 aec, oggi esposta ad Ankara - eccoci a Bursa, la città nota per le danze dei Dervisci e per la qualità dei suoi coltelli: ancor oggi metto in tavola quelli acquistati nel suo bazaar. Istanbul rimane l’ultima tappa prima di Alexandroupoli, città greca che mai ha mancato di darci il bentornato nella civile Europa offrendoci il meglio della sua corrotta polizia…

Da questi viaggi sono tornato con migliaia di diapositive a colori, la cui selezione è stata da me utilizzata per una conferenza dove illustravo, scatto dopo scatto, l’apparire e il rapido svanire delle incisioni rupestri nel sancta sanctorum di Yazilikaya. Le hanno viste solo gli intervenuti alla serata organizzata dal Centro Culturale Guernica di Bresso (MI), l’unico Ente che ha osato correre questo rischio. Il vento cambiava: culi e tette imperavano sui teleschermi e la noiosa Cultura ne subiva i contraccolpi.
Oggi queste slides riposano accanto a migliaia di altre scattate in ogni angolo del mondo, oggi in gran parte estinto. Per questa ragione questo post non è illustrato con le mie fotografie, ma una dritta ve la regalo: potrete vedere quel che vi ho descritto consultando il già citato Il libro delle rupi di Ceram (pseudonimo di Kurt Wilhelm Marek), Einaudi editore e Ittiti di Kurt Bittel, volume 17 della collana Grandi Civiltà, reperibile in edizione economica stampata da RCS-Corriere della Sera: oltre alle immagini, vi troverete anche le mappe dei luoghi sopra descritti e un po’ di storia sull’affascinante mondo degli Hittiti.
Se poi vorrete approfondire alcuni temi sul culto delle Dee Madri rivolgetevi a Il linguaggio della Dea. Mito e cultura della Dea Madre nell’Europa neolitica, l’illustratissimo volume scritto da Marija Gimbutas e pubblicato da Longanesi nel 1989 (ma esistono successive ristampe, in edizione economica).

© Testo di Giancarlo Mauri

Viaggiare nei primi anni Ottanta:
due ingressi e due uscite da Grecia e Turchia
occupavano 4 pagine del passaporto




Una recente mappa dei luoghi
e due incisioni di
Charles Texier (1834)




La processione divina di Yazilikaya
e la Dea partoriente di Catalhoyuk