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venerdì 13 ottobre 2017

Carlos Casagemas, peintre, ami de Picasso


Prima giornata “intera” a Parigi. Destinazione Saint-Ouen. Il cimitero, non il mercato delle pulci, anche se poi la strada è la stessa. Cimitero dimenticato anche da chi ha scritto libri sui cimiteri di Parigi. O almeno, non descritto nei due volumi che ho in casa: l’illustratissimo e bilingue Secrets des cimetières de Paris - Secrets of the Paris Cemeteries di Jacquelin Barozzi, Éditions Massin 2012 e il più letterario Les Cimetières de Paris di Michel Dansel, Éditions Denoël 1987. Tra le loro pagine primeggiano le aree del Père-Lachaise, di Montparnasse, di Montmartre e giù giù fino ai più piccoli cimiteri di periferia felicemente dimenticati dai giri turistici massificati, ma del cimetière de Saint-Ouen nessuna traccia.
In mio aiuto arriva sant’Internet, dove trovo una piantina voluta dalla Mairie de Paris, con breve spiegazione, numerazione dei campi e l’elenco di 71 tombe di prestigio. La stampo ed evidenzio due punti di mio interesse, così descritti:
- VALADON Suzanne (1865-1938) peintre (mère d’Utrillo)
- CASAGEMAS Carlos (1881-1901) peintre, ami de Picasso (La mort de Casagemas, 1901 par Picasso).


Arrivarci è facile: linea 4 della metropolitana, direzione Porte de Clignancourt. Al capolinea si continua a piedi per avenue Michelet, coi suoi larghi marciapiedi occupati dai venditori di ciarpameria varia. Qui la fauna umana è essenzialmente magrebina, giovane e - nel mio caso - inutilmente incazzata. La cronaca: vedo una vitrea porticina deturpata da scritte e per abitudine alzo la fotocamera all’occhio. Un venditore subito mi urla no foto! no foto! Senza abbassare la fotocamera gli rispondo: perché no? Lui ci resta lì come quel de la mascherpa - forse perché finora nessun viso pallido ha osato reagire alla sua provocazione - e non trova di meglio che ribattere il mantra di cui sopra. Con gesto plateale scatto una foto, poi una seconda. Calo la fotocamera e mi giro: vedo occhi bianchi su sfondo scuro che scrutano la non-reazione dell’ammutolito no-fotista. Saluto e me ne vado, puntando al sottopasso del Boulevard Phériphérique.

Poco più avanti, sulla destra vedo una costruzione in fase di ruspante abbattimento. Intuito il mio interesse un uomo in gita col suo pisciante cagnolino apre il dialogo:
- Hanno abbattuto una chiesa copta per costruire un supermercato.
- E i copti adesso dove vanno?
- Eh, loro hanno già la chiesa nuova, più in là - e mi indica un posto indefinito.
- Già. Il cimitero è lontano?
- Prima a destra, c’è un cartello.

Una sequenza di show rooms lucranti sul culto dei morti è il miglior segnavia: le esposizioni di tombe marmoree si alternano ai venditori di fiori.
All’ingresso del cimitero un verde cartello regala brandelli di cronaca spicciola.
Di fronte ho l’alberata Avenue du Rond-Point, a sinistra l’Avenue de l’Ouest. Seguendo quest’ultima ben presto sono alla semplice tomba della famille valadon utter. Inutile cercare il nome di Utrillo: il figlio della Valadon è sepolto altrove, al cimitero Saint-Vincent, sulla butte di Montmartre.
Prendo a seguire l’Avenue du Sud, quella che porta direttamente al cimitero vecchio, separato dal cul-de-sac che porta il nome di Rue Adrien-Lesesne. Il vecchio cimitero è piccolo e di forma triangolare. Di fronte ho l’Avenue Laterale. La seguo e al muro giro a destra. In fondo, campo 7, trovo lo spoglio rettangolo sotto cui giace Carlos Casagemas (francesizzato Charles sulla lapide).



L’Umberto-echiana (o echica?) Vertigine della lista mi accompagna da troppi decenni. Infatti, da sempre prendo appunti sui personaggi che m’interessa conoscere. Ho cominciato con gli alpinisti attivi sulle Grigne, poi con gli scrittori, infine con gli artisti della tela. Col tempo, dai fogli biroscritti sono passato al word dattiloscritto affidato alla memoria del pc. Gli appunti su Picasso sono chilometrici - e non poteva essere altrimenti visto che su di lui ho in casa oltre cento volumi. Leggendo, ogni data o azione degna di nota è finita nell’hd, col cognome dell’autore del libro e il numero di pagina. Tutto questo mi permette di ricostruire i fatti, narrati sempre - o quasi - in maniera diversa dai biografi. La vita e la morte di Casagemas è uno di questi fatti, mutante secondo il libro che si ha per le mani. Per questo uso affermare mai credere a nulla di quel che ti dicono (o scrivono) e credi solo a metà di quel che vedi. È il continuo confronto tra tesi diverse a fare la differenza, avvicinandoci alla possibile verità.
Su Casagemas propongo una selezione dei miei appunti, con bibliografia racchiusa tra parentesi quadre. Aggiungo: in casa ho copia digitale di tutte le riviste segnalate.

1899 - [O’Brian 72 e 74; Palau 151 e 152]. A febbraio Picasso termina Costumi d’Aragon, che gli vale la medaglia di terza classe a Madrid e la medaglia d’oro a Málaga. Andato perduto, si conserva una caricatura apparsa su Blanco y Negro del 13 maggio.




[O’Brian 79; Perry 40; Sabartés 20]. Metà febbraio (gennaio per Museu Picasso): rientrato da Horta de Ebro a Barcellona, dopo aver litigato col padre se ne va di casa e trascorre parecchie settimane ospite in un bordello, ricambiando l’accoglienza delle ragazze decorando le pareti delle camere. [Nota di Gcm: che sia nato qui il Bordel d’Avinyó, ora noto come Les demoiselles d’Avignon?]. Lasciato il bordello Picasso va ad abitare con l’amico Santiago Cardona, fratello di Joseph, lo scultore conosciuto alla Llotja. A fianco dell’atelier di corsetteria dei Cardona, Picasso ha a sua disposizione una stanzetta la cui finestra dà sulla carrer dels Escudellers Blancs. Qui dipinge nell’aprile 1899.
[Palau 157 e sgg]. In febbraio, a Barcellona esce il primo numero della rivista Quatre Gats, diretta da Pere Romeu.
[O’Brian 83]. Una certa tendenza all’anarchia era sempre presente in Picasso e le discussioni al Quatre Gats semplicemente chiarirono e incoraggiarono un odio preesistente verso l’autorità e un deciso rifiuto alle regole imposte dall’esterno.
[Perry 41, O’Brian 79; Sabartés 25]. Frequentando il turbolento gruppo dei Quatre Gats - tutti uomini abbigliati con giacche diritte, gilet, pantaloni stretti, larghe cravatte sgargianti e l’immancabile pipa in bocca - Picasso ha avuto modo di conoscere i pittori Junyer Vidal, Nonell, Sunyer e Casagemas; il critico d’arte e giornalista Carlos Junyer Vidal e suo fratello Sebastià (che diventò pazzo); Josep Xiro (pure lui finito in manicomio); Joachim Mir (Picasso e lui si scambiarono i ritratti); lo scultore Manolo Hugué detto Manolo (che Picasso aiutò per tutta la vita); l’anarchico Jaime Brossa; Zuloaga, che divenne fascista al tempo di Franco e denunziò Picasso; i fratelli Ángel e Fernándes de Soto detto Mateu; lo scrittore Ramón Reventós e suo fratello Cinto; il poeta Jaime Sabartés, che diventerà suo assistente fino alla sua morte, nel 1968. Tra i più anziani, in questa cerchia, figurano il critico Eugenio d’Ors, autore di Pablo Picasso e altri studi; il pittore e scrittore Santiago Rusiñol, lo storico dell’arte Miguel Utrillo, il pittore Ramón Casas. Ma anche Joseo e Joaquim Bas, Josep ed Elim Fontbona, Josep, Joan e Juli Gonzales, Sebastia e Oleguer Jubyent e gli innominali Pixot: Josep, Ramon, Lluis, Ricard… e i “solitari” Manolo Hugué, Joan Vidal Ventosa, Anglada Camarasa, Rocarol e Ricardo Opisso.


1900 - [O’Brian 87; Sabartés 40-41]. Dai primi di gennaio e fino a settembre Picasso condivide gratuitamente con Carlos Casagemes una grande soffitta, priva di mobili ma ben illuminata da grandi finestre, all’ultimo piano di una vecchia casa che loro chiamano obrador perché destinata all’uso industriale - in Riera de San Joan 17. L’atelier è di proprietà del padre di Carlos, console generale degli Stati Uniti a Barcellona. È qui - ascoltati i discorsi di Casas, Rusiñol, Utrillo e Nonell, che ha un atelier in rue Gabrielle - che Pablo prepara il suo primo viaggio a Parigi, obiettivo l’Esposizione universale. Ogni paese sceglie gli artisti che lo rappresenteranno. Picasso invia alcune tele e Ultimi momenti (ora coperta da La Vita, 1903) è selezionata per l’Esposizione Universale che si inaugura a Parigi il 14 aprile ed esposta al Grand Palais.
[Palau 192-194]. Primavera: Picasso e Casagemas vanno a Sitges e a Badalona.
[Sabartés 44; O’Brian 97-98]. Il padre paga a Pablo il biglietto del treno (e faticherà per arrivare a fine mese) e verso il 15 di ottobre [nei giorni che precedono il 27 settembre scrive Museu Picasso; pochi giorni dopo il suo diciannovesimo compleanno scrive Penrose 87] lui e Casagemas arrivano a Parigi, Gare d’Orsay. La prima idea è di prendere un atelier al 9 di rue Campagne-Prèmiere. Sulla strada per Montparnasse, dove si reca per vedere lo studio, casualmente Picasso incontra Nisidro Nonell, prossimo a rientrare a Barcellona, che gli offre il suo atelier al 49 di rue Gabrielle. Le spese sono divise per tre, essendo arrivato a Parigi anche Pallarés.
[Sabartés 43; Palau 200-201]. Come giunsero a Parigi, dalla Gare d’Orsay inaugurata da poco, Picasso e Casagemas non si diressero subito a Montmartre, come si è soliti affermare. Si recarono, dapprima, a un indirizzo preciso di Montparnasse: 9, rue de Campagne Première. Lì c’era un grande edificio, ove allora esistevano numerosi studi, occupati da artisti. In uno di questi si era installato il pittore e scenografo Oleguer Junyent, con la mediazione del quale ne affittarono uno per loro. Secondo André Warnold (pag. 174), l’edificio fu costruito con materiali provenienti dalla demolizione dell’Esposizione Universale del 1899. Quasi sicuramente a Montparnasse, Picasso e Casagemas videro anche i pittori Isern e Pidelaserra i quali, con lo scultore Fontbona, abitavano nello stesso quartiere (sappiamo che dal loro studio s’intravedeva l’orologio di Val de Grace). Solo dopo essersi accertati di avere un letto assicurato, si diressero a Montmartre per salutare Isidre Nonell, che abitava al numero 49 di rue Gabrielle. Questi li informò che sarebbe partito, alcuni giorni dopo, per Barcellona. Forse perché piaceva loro quello studio, forse perché preferivano Montmartre, allora molto più celebre di Montparnasse, prenotarono lo studio di Nonell per quando costui lo avesse abbandonato. Picasso mi disse che avevano potuto recuperare una parte della caparra data per lo studio di rue Campagne Première, che abbandonarono subito per andare a installarsi provvisoriamente, mentre attendevano la partenza di Nonell, all’Hôtel du Nouvel Hippodrome (in rue Caulaincourt, mi sembra), al prezzo di tre pesetas al giorno.
[Palau 202]. Che la prima visita all’Esposizione fosse dedicata alla sezione pittura, come riferisce Casagemas, non ha nulla di strano. D’altra parte Picasso ha un quadro nella sezione spagnola (numero 79 del catalogo), con il titolo Gli ultimi momenti, sicuramente lo stesso già esposto ai 4 Gats.
[Palau 212]. Nonell aveva presentato a Picasso e a Casagemas tre modelle: Laure Gargallo detta Germaine, ballerina al Molulin Rouge, e le sorelle Antoinette e Louise Lenoir detta Odette. Germaine era sposata con un certo Florentin.
[Perry 43]. Casagemas mi seguiva dappertutto, ma, quando entriamo in un bordello, il suo lungo naso si allunga ancora. Lui mi aspettava in basso mentre io salivo godente a quelle sedie rosa e violetto. Credevo fosse disgustato, lui era impotente, l’ho saputo troppo tardi. Casagemas mi ha insegnato che noi siamo tutti differenti.



[Sabartés 55; Palau 206-207]. Casagemas s’innamora di Germaine.
[Perry 61]. Il 23 o 24 dicembre Picasso e Casagemas rientrano a Barcellona per passare il Natale in famiglia. Il 30 dicembre i due sono a Málaga, in visita allo zio di Pablo, Salvador Ruiz. Questi, viste le pessime condizioni del loro abbigliamento, si rifiuta di ospitarli. Scelgono l’Hôtel Tres Naciones e anche qui - causa l'evidente povertà di mezzi - trovano difficoltà, superate da Pablo solo dopo aver fatto il nome dello zio. Tre giorni dopo Casagemas lo lascia perché vuole rientrare a Parigi.
[Palau 210]. Appena giunsero a Malaga, i due amici andarono alla locanda delle Tre Naciones, situato in calle Casas Quemadas. Ma i loro abiti dovevano essere davvero in condizioni penose, dato che la padrona si rifiutò di accoglierli. Picasso ricorse infine alla zia Marìa de la Paz Ruiz Blasco, che abitava nello stesso stabile, affinché lui e il suo amico fossero accettati.


1901 - [Palau 210; Sabartés 41]. Gennaio. A Malaga Picasso e Casagemas passavano le notti in taverne e postriboli, soprattutto nella casa chiamata Lola la Chata. Lo zio Salvador gli diede l’indirizzo di un sarto perché si facesse un abito decente. Casagemas era sempre ubriaco. Un giorno, grazie alle conoscenze dello zio Salvador, Pablo lo fece salire su una delle navi dirette a Barcellona e Casagemas abbandonò Malaga. Partito Casagemas, Picasso comprese che non aveva più nulla da fare nella sua città natale e decise di andare a Madrid. Secondo Sabartés, questa permanenza di Picasso a Malaga durò meno di due settimane. Considerando che era giunto il 31 dicembre, bisogna situare la data della partenza di Picasso per Madrid verso il 12 o il 13 di gennaio.
 [Palau 212-214]. Parigi, 17 febbraio. Casagemas - ospite di Pallarés nel suo nuovo studio al numero 120 ter di boulevard de Clichy - annuncia di voler tornare a Barcellona e per festeggiare la partenza invita Pallarés, Manolo e Riera, Germaine e Odette a cenare con lui al ristorante L’Hippodrome, al 128 di boulevard de Clichy. Qui, dopo l’ennesimo litigio con Germaine, Casagemas estrae una pistola e le spara un colpo, mancandola. Subito dopo Casagemas si punta la pistola al cervello e si spara, stramazzando su una sedia. Portato all’ospedale Bichat muore alle 23,30. Sarà sepolto a Montmartre Saint-Ouen, mentre la commemorazione funebre si terrà a Barcellona, nella chiesa di Santa Madrona.


[Sabartés 55] Malheureusement, Casagemas qui s’est mis une femme en tête ne fait rien ; il ne peint plus, boit pour se distraire et pense au suicide. Que peut faire Picasso auprès d’un tel ami ? A peine a-t-il eu le temps d’aller au Louvre et au Luxembourg. Il a parcouru Paris ; il a vu le Molin Rouge, il a pris l’air de Montmartre. Il a fait plus ou moins attention à ce qui s’y peint et s’y dessine. Ce qu’il ne peut voir faute de temps, il le devine dans les conversations. Il se préoccupe de tirer Casagemas de son mauvais pas. Aussi projette-t-il de l’amener à Malaga. Peut-être là-bas le soleil lui rendra-t-il la gaîté. C’est inutile. Casagemas ne réagit pas. Il est hanté par le suicide. Et comme il se met à boire sans arrêt, Picasso s’en sépare. Casagemas retourne à Paris dès qu’il se sent libre et, quelques jours après, il se suicide.

Io non so perché non c’ero, ma pare che il vero problema di Casagemas - la ragione per cui Germaine rifiutava di aderire alle sue profferte d’amore - non fosse l’impotenza ma una dolorosa fimosi, problema risolvibile con un intervento chirurgico. Quanto al suicidio, pare che nello studio di rue Gabrielle a Casagemas che le chiedeva di non abbandonarlo per andare a casa di altri artisti lei avesse risposto: “loro, almeno, sanno usare qualcos’altro oltre al pennello”. Una frase mortale per il giovane spagnolo, anche perché pronunciata in presenza di Picasso e di Pallarés.
Quanto alla fatidica sera del 17 febbraio, Casagemas sparò sì un colpo di pistola in direzione di Germaine, ma lei fu lesta a scansarsi e a ripararsi dietro Pallarés. Ed infatti fu Pallarés ad essere colpito, fortunatamente in maniera non grave.
Picasso - che al momento del fatto si trovava a Madrid e seppe della morte dell’amico solo mesi dopo - ricorderà Casagemas con alcune tele. In una, accanto al volto di Carlos sul letto di morte - il foro del proiettile in primo piano - compare una candela. Come Picasso ammise, quella vivida fiamma che illumina il volto del morto altro non è che il sesso femminile, dolore e causa della morte di Casagemas.





La vita continua e i morti non risorgono. Tre anni dopo Germaine e Pablo si ritrovano e per alcuni mesi frequentano con passione lo stesso letto. Riprendo dalle mie note:



1904 - [Vallard 91]. 12 aprile: Picasso è a Parigi in compagnia di Sebastià Junyer Vidal.
[Penrose 129]. Sul lato occidentale della collina di Montmartre, in una piazzetta che ora si chiama place Émile-Goudeau, esiste ancora un curioso e malandato edificio che oltre cinquant’anni fa Max Jacob battezzò ironicamente Bateau Lavoir, la meta per la quale Picasso e Sebastia Junyer y Vidal partirono da Barcellona nell’aprile 1904.
[Vallard 93]. Nella Maison du Trappeur (13 rue de Ravignan, oggi place Émile-Goudeau) - che un giorno diventerà famosa col nome di Bateau Lavoir, nome che allora i frequentatori ignoravano - l’atelier di Paco Durio è vuoto, così Picasso ci si installa.
[Perry 107]. Lì ritrova la colonia spagnola: Ricardo Canals e sua moglie (la romana Benedetta Bianco Coletta, già modella di Degas e di Renoir; dirà Picasso: “io l’amavo perché lei ci faceva mangiare e perché non tradiva il marito”), Manolo, Totote, Ramón Pitchot, Germaine; Juan Gris li raggiungerà poco dopo. Max Jacob lo presenta al critico André Salmon e conosce Kees van Dongen, due residenti dell’immobile.
[Perry 112]. Una tavola, l’Arlequin au verre, mostra Picasso seduto accanto a Germaine. Sullo sfondo Frédé suona la chitarra.




 [Perry 107]. Estate: Germaine è uscita dalla vita di Pablo. “Quel che ho fatto di meglio in questo periodo viene da Madeleine e dal Lapin Agile. La Femme au casque de cheveaux è Madeleine, la Femme à la Corneille è Margot, la nipote di Frèdé del Lapin Agile. Ella sposerà Mac Orlan”. Picasso, che ne diviene amante, la ritrae anche nella Femme en chemise, nel Nu assise e nella donna in piedi delle Deux Amies; ancora: è lei la donna accanto ad Arlecchino nella Famille de l’Acrobate au Singe e nella Famille d’Arlequin.
[Perry 107-108; Penrose 133 sgg]. Autunno: Pablo incontra Fernande Bellevallée (Amélie Lang all’anagrafe, moglie divorziata di un certo Olivier), modella professionista, ora l’amante di Joaquím Sunyer, abitante nei pressi del Bateau Lavoir. I suoi genitori fabbricano “Fiori e Piume e Arbusti Artificiali”. Picasso si ritrae accanto a lei in due acquarelli: Contemplation e Nu endormi.
[Penrose 145 sgg]. Il “rosa” (o periodo del circo, come preferisce Picasso) arriva con L’Acteur.

Come dire: dall’incubo seguito alla morte di Casagemas Picasso ne è uscito solo dopo aver amato Germaine. Poi lei sposerà Ramón Pitxot, pittore catalano.

* * *

Esco dal cimitero, ripasso tra i tendoni del mercatino - altro lato della strada: qui a tener banco sono soprattutto i Sikh - e m’infilo nell’intestino detto metropolitana. Riemergo alla luce mezzora dopo, fermata Odéon. Dall’alto del suo basamento il cittadino Danton controlla il traffico. Un tempo, lui teneva casa qui, proprio dove oggi si erge la sua statua. È proprio vero: Parigi era tutta un’altra casa.

LE FOTOGRAFIE DI
GIANCARLO MAURI
2 ottobre 2017

































lunedì 26 giugno 2017

Max Jacob a Saint-Benôit-sur-Loire


25 maggio 2017: sono al cimitero di Saint-Benôit-sur-Loire in laico pellegrinaggio alla tomba di Max Jacob, poeta, critico d’arte, pittore. Nato a Quimper, Bretagna, il 12 luglio 1876, all’interno di una famiglia di ebrei laici, Max Jacob muore il 5 marzo 1944 a Drancy, il terribile campo di concentramento non molto distante dalla chiesa abbaziale di Saint-Denis e da Parigi.
Ne seguo le tracce da anni, leggendo i suoi scritti e le sue lettere. Di lui tutto mi affascina, a partire dalla povertà fraternamente condivisa con un allora sconosciuto Pablo Picasso, a cui offerse generosa ospitalità nella soffitta al numero 87 di boulevard Voltaire, Parigi. Vi è un solo letto singolo, ma Jacob trova subito la soluzione: lui vi dorme la notte, il tempo che Pablo utilizza per disegnare al lume di una lampada a petrolio. Al mattino è Picasso a coricarsi sulla branda, che Max lascia libera per andare a lavorare come magazziniere al Paris-France, una centrale d’acquisti al 137 di boulevard Voltaire, un posto scarsamente retribuito offertogli da un suo cugino, tale Gustave Gompel, figlio del proprietario - e quest’ultimo acquisterà tre pastelli di Picasso pagandoli una miseria: un franco l’uno. Pastelli e non quadri, perché Picasso ha le tasche così vuote da non potersi permettere il lusso di acquistare tele, pennelli e colori. Il cibo è ridotto al minimo: talvolta una scatola di sardine deve durare una settimana. Sia Picasso che Max ricorderanno a lungo il loro primo pasto fuori dalle mura di casa: in rue de la Roquette investono gli ultimi spiccioli nell’acquisto di una salsiccia, insaccato che una volta aperto emana del gas che ricorda il pesce marcio. Sempre di quel periodo è un fatto mai del tutto chiarito: pare che i due avessero pensato al duplice suicidio, gettandosi dalla finestra del quinto piano. Dirà Picasso: “Il periodo di estrema povertà ha il suo apice tra la fine del 1902 e l’inizio del 1903, quando abitavo in boulevard Voltaire con Max”.


1903. Lettera di Max Jacob a Pablo Picasso


13 ottobre 1905. Tristesse, di Max Jacob

Il tempo passa. Ritornato a Parigi Picasso va ad occupare l’atelier lasciato libero da Paco Durio: è nei meandri della Maison du Trappeur, al numero 13 di rue Ravignan, una struttura lignea fatiscente e destinata a diventare famosa come le bateau-lavoir, un nome uscito dalla fantasia di Max Jacob.
Dopo diversi cambi d’indirizzo, alla fine, pur di restare vicino a Pablo, anche Jacob sale alla butte Montmartre - ed è nella sua lercia stanzetta al 7 di rue Ravignan che nel 1909 (22 o 28 settembre?) vede il Cristo apparirgli sul muro di casa. Nell’esaltazione del momento, così Max Jacob descrive questa visione (la traduzione dal francese è mia): Sono tornato dalla Biblioteca nazionale; ho deposto la mia cartella di cuoio; ho cercato le mie pantofole e quando ho rialzato la testa c’era qualcuno sul muro! c’era qualcuno! c’era qualcuno sulla tappezzeria rossa. Il mio corpo è caduto per terra! la folgore mi ha denudato! Oh! imperituro momento! oh! verità! verità! lacrime di verità! gioia della verità! indimenticabile verità! Il Corpo Celeste è sul muro della povera stanza! Perché, Signore? Oh! perdonatemi! È in un paesaggio, un paesaggio che ho disegnato tempo fa, ma Lui! quale bellezza! eleganza e dolcezza! Le sue spalle, il suo approccio! Ha un abito di seta gialla e dei paramenti blu. Si gira attorno e vedo questo volto sereno e raggiante. Sei monaci portano nella camera un cadavere. Una donna, che ha dei serpenti attorno alle braccia e nei capelli è accanto a me.[1]
I suoi amici racconteranno che quelli erano gli anni in cui Max combatteva i morsi della fame sniffando massicce dosi di etere, la droga dei poveri venduta a basso costo in ogni farmacia. Si aggiunga: proprio lo stesso mese di settembre 1909, l’amato Picasso e la sua compagna Fernande avevano lasciato il battello-lavatoio per lo studio-appartamento all’11 di boulevard de Clichy... E poi ancora: erano i tempi in cui Max passava le sue giornate alla Bibliothèque nationale de Paris curvo sui tomi dello Zohar e della Kabbalah. Si faccia la somma: fame, etere, Picasso e Fernande fuorusciti dal periodo romantico (per chi aveva la pancia piena) della bohème, lo studio dello Zohar e della Kabbalah ...e se ne traggano le conclusioni.
Dopo altre visioni, l’epilogo: il 18 febbraio 1915, nel convento parigino di Notre-Dame-de-Sion, Max Jacob riceve il battesimo assumendo il nome di Cyprien. Suo padrino è Pablo Picasso; Sylvette Filassier o Filacier, attrice di teatro delle Novità, la madrina. Scherzerà Picasso: “Io volevo battezzarlo Fiacre, perché san Fiacre non amava le donne, ma lui scelse Cyprien”. Aggiungo una nota personale: la vecchia cappella del battesimo non esiste più, soppiantata da una moderna struttura inserita in un complesso scolastico privato ad uso dei rampolli della ricca borghesia. Ho avuto modo di accedere a quei locali e non è detto che un giorno non decida di mettere in rete i miei scatti fotografici.




[1] Max Jacob darà in seguito altre versioni di quel che vide sul muro della sua camera. Si legge in La Défense du Tartufe. Extases, remords, visions, prières Poèmes et méditations d’un Juif converti, 1919, pp. 290-291 : «Après une journée de paisible travail à la Bibliothèque nationale, rue Richelieu a Paris, je rentrais chez moi, ma grosse serviette de maroquin pleine de notes et de manuscrits. J’étais habillé comme on l’était à cette époque, j’avais un chapeau haut de forme et une redingote. Comme il faisait très chaud, je me réjouissais à l’idée de me mettre à mon aise. Après avoir enlevé mon chapeau, je m’apprêtais, en bon bourgeois, à mettre mes pantoufles quand je poussai un cri. Il y avait sur mon mur un Hôte. Je tombai à genoux, mes yeux s’emplirent de larmes soudaines. Un ineffable bien-être descendit sur moi, je restai immobile, sans comprendre. En une minute, je vivais un siècle. Il me semble que tout m’était révélé. J’eus instantanément la notion que je n’avais jamais été qu’un animai, que je devenais un homme. Un animal timide. Un homme libre. Instantanément aussi, dès que mes yeux eurent rencontré l’Être Ineffable, je me sentis déshabillé de ma chair humaine, et deux mots seulement m’emplissaient : mourir, naître. Le Personnage de mon mur était un homme d’une élégance dont rien sur terre ne peut donner l’idée. Il était immobile dans une campagne; il était vêtu d’une longue robe de soie jaune clair, ornée de parements bleu clair. Je le vis d’abord de dos, sa belle chevelure tombait sur ses nobles épaules. Il tourna légèrement la tête et je vis une partie de son front, la pointe de son sourcil et sa bouche. La campagne dans laquelle il se trouvait était un paysage très agrandi que j’avais dessiné quelques mois auparavant et qui représentait le bord d’un canal.» […] «...j’entendis à mes oreilles une foule de voix et de paroles très nettes, très claires, très sensées, et qui me tinrent éveillé toute la soirée et toute la nuit, sans que je sentisse d’autres besoins que celui de la solitude. Je ne sortis de ma chambre, qui était au rez-de-chaussée, que pour en fermer les volets, comme si j’avais craint que les coups d’œil des voisins me prissent le secret de mon bonheur. Je restai genouillé devant la grande tenture rouge qui se trouvait au-dessus de mon lit, et sur laquelle s’était réalisée la Divine Image. Je me sentais transporté, je sentais sous mon front se dérouler une suite ininterrompue de formes, de couleurs, de scènes qui je ne comprenais pas, et qui me furent plus tard révélées comme prophétiques.»


Max Jacob all'ingresso di Notre-Dame-des-Champs, a Parigi
fotografia di Jean Cocteau, 12 agosto 1916

Importante per Max è l’incontro con l’abate Weill di Orléans, colui che nel 1921 gli suggerisce di lasciare Parigi per ritirarsi a vivere a Saint-Benôit-sur-Loire dove - gli scrive l’abate - più che l’aiuto di un prete avrebbe trovato “la vicinanza della magnifica basilica. Una delle più belle e più emozionanti chiese romaniche di Francia non potranno lasciarla indifferente”. Max accetta il consiglio e già nel giugno del 1922, dopo un breve rientro nella capitale, può scrivere all’amico André Level: “Quando ritrovo la mia pianura, la mia basilica e la Loira, io respiro tutto inondato di pace”. La permanenza del poeta a Saint-Benôit-sur-Loire dura quindici anni, benché suddivisa in due periodi: dal 1921 al 1928 e dal 1936 al 1944. Rinfrancato dalla presenza di san Benedetto - le sue reliquie sono conservate nella cripta - Max Jacob vive intensamente la sua nuova vita religiosa, servendo messa e partecipando ad ogni funzione, ad ogni processione.


Lista degli amici viventi (1943) per cui Max Jacob pregava ogni giorno

Poi arriva la guerra. Sebbene convertito, battezzato, cresimato e occupante una cella del monastero benedettino, nel 1942 a Max viene imposto l’obbligo di portare la stella gialla degli ebrei. Due anni dopo la situazione precipita: dapprima - 4 gennaio - deportano Myrthé-Léa, la sua amata sorella (Gaston, il loro fratello, arrestato nel dicembre del 1942, dal 1943 è in Germania), poi il 24 febbraio 1944 è la volta di Max a finire nelle mani della Gestapo e condotto a Drancy, la prima tappa verso Auschwitz. Non appena la notizia arriva a Parigi - portata da Marcel Béaulu, il grande amico degli ultimi anni di Jacob - Jean Cocteau organizza una petizione per liberarlo. Nel frattempo Max si è ammalato di polmonite. Non ricevendo cure mediche il poeta muore il 5 marzo e sepolto nel cimitero ebraico di Ivry-sur-Seine - 44a divisione; 24a linea, dopo la croce Geffroy; 27a fossa, tra Mme Cleret e Luoise Tremey - con pochi coraggiosi presenti alle sue esequie. Tra questi vi è Pablo Picasso, un cui ritratto Max Jacob ha tenuto davanti agli occhi, sopra il tavolo di lavoro, fino al momento dell’arresto.


1944. Lettera di Jean Cocteau al consigliere von Bose,
ambasciata di Germania a Parigi


9 febbraio 1944 - L'ultima lettera di Max Jacob a Picasso



Ritratto di Picasso, di Max Jacob (1944),
il disegno che Max teneva sopra il suo tavolo di lavoro

1949. la guerra è ormai alle spalle. Per rispettare le ultime volontà di Max Jacob - «Chiedo di essere inumato religiosamente e nel modo più umilmente possibile nel cimitero di Saint-Benoît-sur-Loire»,[1] gli amici sopravvissuti fanno riesumare le spoglie per trasferirle dal cimitero di Ivry a quello di Saint-Benoît-sur-Loire. La cerimonia ha luogo il 5 marzo, data del quinto anniversario della morte del poeta. Il clima inclemente impedisce a molte personalità parigine di assistere alla cerimonia. O almeno, questa è la debole scusa dietro cui si sono nascosti gli assenti.
In seguito, la sorte (o la volontà di qualche imbecille) ha fatto sì che alla sua destra venisse sepolto un militare di professione, con tante guerre di spietata colonizzazione nel palmarès. Conoscendo Max, sono certo che a sentirsi a disagio per questa vicinanza non sarà lui, anzi …temo abbia subito fatto amicizia col suo vicino di ...camerata.


[1] All’inizio del 1939 Max Jacob redige il suo testamento e così dispone dei suoi scarsi beni terreni: il suo orologio «usuale» sia dato ad André Salmon; il suo orologio «da taschino» a Pablo Picasso; il volume «Imitation de N. S.-J.C., che mi è stato regalato da Picasso al mio battesimo» al dottor Szigeti. Infine aggiunge: «Je demande à être enterré religieusement aussi humblement que possible dans le cimitière de Saint-Benoît-sur-Loire.»


5 marzo 1951. Cartolina spedita da Kahnweiler a Picasso 


LE FOTOGRAFIE DI
GIANCARLO MAURI
25 maggio 2017






































26 maggio 2017