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mercoledì 21 maggio 2014

Giuseppe Meda e il Naviglio di Paderno


Un giorno, in India qualcuno m’insegnò che “Gandhi è morto e dimenticato, come lo può essere colui al quale si erigono monumenti”. Per le masse, anche senza un suo monumento, Giuseppe Meda è rimasto un perfetto sconosciuto. Eppure a Milano lui aveva eretto cupole e chiese, disegnato il gonfalone cittadino (quello esposto nel Museo del Castello) e preziosi stalli lignei, salvato l’economia cittadina dopo che una piena del Ticino aveva rotto l’incile del Naviglio Grande lasciando senz’acqua centinaia di mulini e di opifici. A tutto questo s’aggiungano i sacrifici e le umiliazioni subite per la realizzazione del Naviglio di Paderno, ideato con soluzioni mai sperimentate da altri prima di lui. Lo fermò soltanto la carente tecnologia del suo tempo e l’invidia delle mezze tacche al servizio dei politicanti bugiardi perché ladri.

Ma procediamo con ordine: già a partire dal secolo XII Milano si serviva dei suoi Navigli artificiali per far arrivare in città frutta fresca e verdura, ma anche pietra, legna, mattoni, carbone e ogni materiale ferroso utile alla creazione di armature e di spade di grande qualità e quindi esportate in ogni parte d’Europa, commercio che risentiva dei costi di trasporto da e per la Germania. Ai tempi, due erano le possibilità: o si seguiva la via di terra passante per Como (resa pericolosa dagli assalti dei predoni), oppure si navigavano le acque della Martesana fino all’Adda, raggiunta poco a valle di Trezzo. Da qui le merci continuavano via terra fino a Brivio, porto d’imbarco per Capolago, il capolinea lariano a valle di Chiavenna. Questo costoso (e pericoloso) trasbordo era imposto dal letto dell’Adda, ricco di sassi (i Tre Corni) e di rapide in territorio di Paderno d’Adda.
Il problema di questo Naviglio era già stato vagamente analizzato da Leonardo, il quale aveva immaginato di costruire una conca a pozzo, con paratoia a saracinesca per regolare il deflusso dell’acqua, e una galleria per la fuoriuscita/entrata delle barche a valle della località Rocchetta. Poi, come sempre, i suoi disegni non andarono oltre la carta.

Il da Vinci è lontano, in terra francese, quando nel 1516 a Milano si costituisce la Commissione Pagnani, incaricata di studiare un possibile Naviglio atto a superare i Tre Corni. Finanziato dal re di Francia, nel 1519, di fronte al Sasso di San Michele, l’ing. Missaglia inizia la costruzione del cosiddetto sperone dei Francesi, lavoro propedeutico alla pubblicazione (1520) del Rapporto Pagnani, che propone la realizzazione di un Naviglio corto e dieci conche di altezza media pari a 2,67 metri cadauna. Gli avvenimenti politici - nel 1525, dopo la sconfitta di Pavia, ai francesi di Francesco I subentrano gli Spagnoli - non aiutano e tutto resta fermo fino all’anno 1562, quando il frate Giovan Francesco Rizzi avanza un’idea bizzarra: perché non tagliare i Tre Corni dell’Adda e costruire due grandi chiuse per annegare gli altri sassi che impediscono la navigazione? Idea scartata. Sette anni dopo Martino Bassi propone un Naviglio da Brivio alla Rocchetta, con sette conche affiancate da sette mulini. Silenzio. Nell’anno 1570 Cesare Corio si offre di ridurre da 8 a 2 miglia il percorso via terra delle merci da Brivio a Porto, intagliando a sue spese un Naviglio breve. Se paga di tasca sua non c’è trippa per i gatti dei politicanti …quindi avanti un altro.

E siamo all’anno 1574, quando ai Sessanta Decurioni di Milano arriva un anonimo memoriale dove si promette loro la costruzione del Naviglio con una spesa di 32 mila scudi. Stavolta i Sessanta annuiscono e chiedono all’estensore di rivelarsi. Il pittore Giuseppe Meda (l’anonimo) capisce che per dare credibilità al suo progetto deve prima entrare a far parte della corporazione degli “ingegneri, architetti e agrimensori” e tacendo supera l’esame d’ammissione.

Autunno 1576. La peste colpisce Milano e l’ingegnere idraulico Meda si dedica alla miglioria della circolazione delle acque interne, sospettate di essere nocive. Passata la bufera, nel 1578 lo stesso rivela al Tribunale di Provvisione di essere lui l’autore del memoriale inviato nel 1574. Risultato: il 5 marzo 1580 l’ingegnere comunale sottoscrive la Capitulatione, impegnandosi a superare entro 4 anni il dislivello dei Tre Corni con due salti, uno di 6 metri e l’altro (spaventosamente ardito) di 18, previa autorizzazione reale. Purtroppo Madrid è sempre più lontana e il nullaosta arriverà “soltanto” 10 anni dopo.

Agosto 1585: una piena del Ticino rompe lo Sperone del Naviglio Grande lasciando senz’acqua i campi, 300 mulini e un centinaio di opifici: l’industria milanese è rovinata. L’ing. Meda studia il da farsi e già a dicembre il problema dell’incile del Ticino è risolto. I commercianti “tirano il fiato”.

2 gennaio 1591: col nullaosta di Madrid sul tavolo e una seconda Capitulatione firmata, i lavori del Naviglio di Paderno possono iniziare, ma i problemi non tardano ad affiorare: la roccia ai lati dell’Adda non è delle più solide e le violente piene del fiume facilmente distruggono quanto costruito. Inoltre, nel 1597 gli ingegneri Meda e Bisnati - il suo braccio destro - si devono difendere con le armi dall’aggressione di alcuni lavoranti e per questo portati alla Malastalla, la prigione che Milano riserva ai commercianti falliti, dove si ritrovano a bere l’acqua presa da un pozzo che raccoglie anche i rifiuti organici degli altri carcerati. I due ne escono assolti qualche mese dopo, ma il Meda è costretto a letto da una violenta infezione intestinale.

Primavera 1598. Ancora una volta la piena dell’Adda distrugge gran parte del lavoro fatto. I prefetti inviano in ricognizione gli ingegneri Barca e Rinaldi e questi scaricano tutta la responsabilità dei guasti sulle spalle di Meda, sebbene lui avesse già riparato i danni con soldi suoi, presi a prestito. Credendo solo a Barca e Rinaldi, gli interessati giudici contestano i termini di consegna del lavoro finito e condannano il Meda a restituire i soldi esborsati dall’erario. Senza più beni al sole e cacciato dal padrone di casa, Meda ritorna in prigione.

Marzo 1599. L’ing. Francesco Romussi, subentrato a Meda per volere del Tribunale di Provvisione, visita i lavori del Naviglio e il 7 maggio invia una relazione dichiarandosi in sintonia con il progetto di Meda. Questi viene scarcerato, ma la sua malattia intestinale, aggravatasi in prigione, ben presto lo porta alla morte.

L’anno dopo (1600) gli ing. Bisnati, Campanazzo e Turati rendono possibile la navigazione tra il Sasso San Michele e (quasi) la prima conca. L’euforia dura poco: nel 1602 le ruberie e l’incuria faranno decidere per la sospensione dei lavori. Nel 1617 Bisnati torna per interrare il canale e vendere i materiali inutilizzati.

Anno 1750. Quando ormai il Naviglio di Paderno, sepolto dalle erbacce, non è più visibile neppure dall’alzaia, tale Pietro Banfi avanza un progetto di riapertura, seguito in questo (1758) da Antonio Rusca da Lugano, che propone di allungare il canale e di mettervi tre conche. Nel 1761 Dionigi Maria Ferrari propone al conte Carlo di Firmian di riprendere l’opera ideata da Meda. Firmian annuisce e nel 1773 fa bandire l’appalto per la costruzione del Naviglio di Paderno. All’appello rispondono sia l’abate Lecchi, che rispolvera il progetto Missaglia del 1518 con dieci conche, sia il tedesco Robert Spalart, che idealizza un canale ex-novo. L’intelligente Firmian ritiene che sia meglio tenere lontani gli ingegneri dal Naviglio e ne affida la realizzazione ad un imprenditore, il comasco Pietro Nosetti. Il brav’uomo si mette all’opera e tra il 1773 e il 1777 porta a termine il compito affidatogli, realizzando un canale più lungo, con sei conche, abbassando a 6 metri d’altezza l’audace Conca Grande (18 m) di Meda.

Epilogo: navigando da Brivio fino all’incile ai piedi della Rocchetta, l’11 ottobre 1777 l’arciduca Fernando d’Asburgo Este inaugura il Naviglio di Paderno, ma anche, seppur inconsciamente, il monumento acqueo dedicato a Giuseppe Meda, un Grand’Uomo intelligente e onesto, quindi “giustamente” da dimenticare.

© testo e foto di Giancarlo Mauri

lo Sperone dei Francesi

incile a monte

località Tre Corni


qui vi era la prima conca del Meda, alta 6 m




la Rocchetta

qui il Meda costruì la seconda conca, alta 18 m

le conche del Nosetti


l'incile a valle

una rara copia della Capitulatione del 1580

pianta della prigione della Malastalla di Milano