giovedì 8 novembre 2018

Arts de l'Asie au musée Cernuschi


Enrico Cernuschi. Un uomo ritrovato
Testi di Giuseppe Grazzini
Strenna della Famiglia Meneghina 1994, pp. 66-80.


La parola del gentiluomo.

“E la mia reputazione?” risponde Cernuschi. Prende il foglio, lo strappa sotto gli occhi dei banchieri sbalorditi, se ne va. Poche ore più tardi tutta Parigi parla di questo rifiuto e la stima per Cernuschi aumenta. La stessa sera un altro gruppo di finanzieri si mette in contatto con lui, rilevando la trattativa: il prestito si farà e Cernuschi, per la sua paziente mediazione ma soprattutto per la correttezza che ha dimostrato, avrà un compenso di 600.000 franchi.
Ed è solo l’inizio. Qualche mese dopo, quando alcuni dei magnati che hanno concesso il prestito al Bey decidono di fondare una grande banca, tanto grande da competere con quella nazionale di Francia, Cernuschi e altri insigni economisti sono chiamati a progettarne l’organizzazione. Gli studi presentati da ciascun esperto vengono esaminati da una commissione composta dai più famosi finanzieri francesi. All’unanimità è scelto quello di Cernuschi. Nasce così, nel 1869, quella gloriosa Banque de Paris che nel 1872 si fonderà con la Banque de Crédit ed Depot des Pays Bas e che oggi, sotto il nome di Paribas è considerata come una delle roccaforti della finanza europea. La prima operazione della Banca è legata al pagamento dell’enorme debito di guerra imposto dalla Germania vincitrice con il trattato di Francoforte.
Il vertice della Banca è rappresentato da tre direttori generali, e Cernuschi è uno di essi. I viaggi che compie in questo periodo fanno parte di quella “diplomazia monetaria” alla quale, in nome della Francia, si dedica dal 1872 in avanti, contribuendo a riscattare la Francia dall’isolamento in cui era confinata dopo la sconfitta del 1871. I Paesi visitati da Cernuschi in Europa e fuori - la Spagna, la Scandinavia, la Russia - sono anche i Paesi dove si va progressivamente estendendo l’impegno finanziario della Banca: particolarmente importanti diventeranno i rapporti con la Russia che ha avviato un vasto piano di industrializzazione e di costruzioni ferroviarie (nasce in questi anni la leggendaria Transiberiana) e che diventerà una fedele alleata della Francia, almeno fino alla prima guerra mondiale.
Dalla Banca, e deliberatamente, Cernuschi non ha voluto uno stipendio fisso: ha invece una parte degli utili netti che il Consiglio di amministrazione è ben lieto di corrispondergli perché il prestigio, la competenza e l’attività infaticabile di lui rendono molto di più. “Un uomo politico”, gli aveva scritto Cattaneo, “deve avere almeno 100.000 franchi in banca, per contare davvero”. Cernuschi ne ha già dieci volte tanto, e l’abilità con cui tratta gli affari aumenta ogni giorno il suo patrimonio: così consistente, ormai, che qualche giornale comincia velenosamente a rilevarlo. Dietro, come sempre, c’è l’invidia dei mediocri e dei falliti. Ma non solo questa. Il Re in Italia e l’Imperatore in Francia non hanno dimenticato Cernuschi, e vederlo crescere in fama e in fortuna dà ombra. Colpirlo tuttavia è difficile, perché la sua condotta è ineccepibile, sotto ogni punto di vista e allora non restano che le calunnie, anche le più assurde, come quella di essere un rabbino: quanto basta alla Libre Parole per scrivere con sdegno: “Ancora un ebreo che è venuto tra noi a far quattrini!”. In realtà la Libre Parole è tutto meno che libera, vivendo di sovvenzioni imperiali, e l’Imperatore, adesso, ha una ragione ancora in più per detestare Cernuschi: gli ha fatto chiedere di rimettere in sesto le casse dello Stato e si è sentito rispondere che un repubblicano non può fare proprio questo per una Monarchia.
Repubblicano. Sempre, testardamente, eroicamente repubblicano. E federalista. Si potrebbe pensare che l’intensa attività negli affari lo abbia allontanato dalla politica, a cui, del resto, tanto ha già dato di sé. Ma è tutto il contrario: il 27 aprile del 1870, appena tre anni dopo esserne stato tra i fondatori, Cernuschi lascia anche la Banque de Paris come aveva lasciato il Crédit Mobilier.
Battersi sulle barricate, come ai vecchi tempi, non è più possibile. Il Re ha vinto la partita e tra cinque mesi, con la breccia di Porta Pia, si potrà celebrare anche il trionfo di Roma capitale. In Francia, il secondo Impero è al tramonto, ma sarà solo dopo la guerra alla Prussia che potrà ritornare la Repubblica. Non resta dunque che seminare, per raccogliere non importa quando. Seminare idee, indirizzare l’opinione pubblica che un giorno si farà sentire: denunciare il pericolo che corre la libertà, non soltanto per mano dei Re, ma anche per quelle dei sovversivi, nichilisti e comunisti di cui Cernuschi ha già valutato la devastante influenza sullo sviluppo della società civile.
Perché Cernuschi, intransigente e barricardiero contro l’assolutismo - in regime di repubblica parlamentare incarna il tipo del borghese progressista e umanitario della metà dell’Ottocento.
E per queste buone ragioni che Cernuschi decide di rilevare la proprietà di un giornale, Le Siècle, per farne un foglio “il più moderato, il più repubblicano, il meno socialista e il meno blasonato”. E Le Siècle, sulle cui colonne comincia a battersi contro il plebiscito che Napoleone III ha promosso nella speranza di restare sul trono, non avrà certo i favori del governo: tanto meno quando il nuovo editore sovvenziona, con 100.000 franchi, i comitati del NO al plebiscito.
E lo scandalo. I giornali bonapartisti lo attaccano ferocemente, domandando perché si permette che uno straniero possa interferire negli affari interni del Paese che tanto generosamente lo ha ospitato dimenticando di averlo avuto nemico, in armi, sulle barricate romane. Con che diritto? Per quali scopi, se non l’insurrezione?
Ce n’è abbastanza. La sera del 30 aprile 1870 Cernuschi sta rientrando a casa: sulla porta trova due agenti della polizia e il Commissario Bellanger che gli consegna l’ordine di espulsione firmato dal Ministro dell’Interno Chevandier de Valdorme. Bellanger è un brav’uomo, gli dispiace: tutto quello che può fare è concedere a Cernuschi un po’ di tempo, perché si prepari con comodo. Ma l’esule lo ringrazia e rifiuta. “La mia valigia è già pronta”, gli dice. “Posso partire anche subito”.
Poche ore dopo Cernuschi è già in viaggio per la Svizzera. Prima di lasciare Parigi ha mandato altri 100.000 franchi ai comitati del NO, e appena arriva a Ginevra minaccia di spedirne ancora se la Polizia elvetica dovesse dargli dei fastidi per compiacere quella francese. Può farlo. Come può pretendere, scendendo al lussuoso Hotel de la Paix, di avere uno scalone riservato perché non vuole incontrarsi con la Regina di Spagna che in quei giorni è ospite dello stesso albergo.
Passano appena quattro mesi. Il 2 settembre, a Sedan, l’esercito francese è sbaragliato da quello prussiano. Sul campo sono rimasti 3000 morti e 14000 feriti, mentre 104.000 prigionieri sono in cammino verso i campi di concentramento: tra questi c’è lo stesso Napoleone III, anche se gli è stata concessa una carrozza e sarà rinchiuso nel castello di Wilhelmstroe.
Anche il Secondo Impero, dunque, è finito e la mattina del 4 settembre Cernuschi rientra a Parigi dove assiste alla proclamazione della Terza Repubblica. “La Francia vive un’era nuova”, telegrafa agli amici italiani.

Per sfamarsi, anche un topo.

Certamente gloriosa. Ma anche tragica e fosca, sordida e crudele. Le prime bombe prussiane cadono su Parigi la mattina del 18 novembre, comincia l’assedio. Nonostante il lavoro prezioso di Cernuschi, che come al solito ha rifiutato ogni incarico di governo e ha preso posto nel comitato di guerra dirigendo l’approvvigionamento e la distribuzione dei viveri, le scorte si riducono di giorno in giorno e il 29 la città è alla fame. Tutti i cavalli, esclusi quelli indispensabili ai servizi militari e alle pompe funebri, sono stati abbattuti e così persino gli animali del giardino zoologico. Deboos, un ricco macellaio del boulevard Haussmann, li ha comperati in blocco, li abbatte e li rivende: a capo (una renna 5000 franchi, un cinghiale 12000, una zebra 15000) e al dettaglio, guadagnandoci ancora di più. Ha venduto persino Castore e Polluce, i due famosi elefanti, sembra che li abbia comprati Rothschild, per 27000 franchi. Come sempre, gli eroi muoiono in battaglia, e i furbi si arrangiano, alla massima quanto alla minima scala. Davanti all’Hotel de Ville un vecchio clochard ha messo su un banchetto dove vende i topi a 2 franchi l’uno, e un altro si è associato offrendo gatti a 8 franchi e cani di media taglia a 10. Anche la legna e il carbone sono scomparsi dal mercato, mentre l’inverno si annuncia come il più rigido degli ultimi vent’anni: qualcuno rimedia abbattendo le impalcature dei cantieri, le palizzate, gli alberi del Bois de Boulogne, di Vincennes, dei giardini pubblici. Ma certe volte costa caro, un proprietario del Quai de Bercy ha sorpreso un povero diavolo che gli portava via il recinto del giardino e lo ha ucciso con un colpo di pistola: processato per direttissima, è stato assolto. Nonostante questo, proprio nella notte tra il 29 e il 3o novembre, gli assediati tentano una sortita che si concluderà col massacro di Champigny: Cernuschi, che si è battuto in prima linea, sarà tra i pochissimi scampati alla strage. Inesorabilmente, il destino si compie. Il 18, dopo un’eroica resistenza, cade anche il forte di Mont Valérien, ultimo caposaldo repubblicano. Il 22 ritorna il silenzio, la guerra è perduta. L’armistizio è firmato il 28. E la mattina dopo Cernuschi domanda la cittadinanza francese, che gli viene solennemente concessa. “La Francia è in ginocchio”, scrive a un amico italiano, “ma resta repubblica”.
A lui dovrebbe bastare. Ma il reggimento repubblicano, di per sé, non è garanzia di giustizia e di libertà, può rivelarsi anche peggiore di quello monarchico: ed è proprio questo che sta succedendo a Parigi. Sono i giorni della Comune, utopia della democrazia diretta: nata dalla rabbia dei poveri, condannati a mangiare i topi mentre i ricchi mangiavano cinghiale e diventavano ancora più ricchi come il macellaio del boulevard Haussmann, nata dal sogno dell’uguaglianza è finita - come sempre - nell’arbitrio dei nuovi capi ignoranti e feroci.
Ce n’è uno, in particolare, anche peggiore degli altri. Si chiama Raoul Rigault, ha fatto arrestare un redattore de Le Siècle Gustave Chaudey - e lo ha condannato a morte. Chaudey, amico intimo di Cernuschi e vicesindaco di Parigi dopo la caduta di Napoleone III, è colpevole di aver ordinato alla Guardia nazionale di sparare sui comunisti che volevano saccheggiare l’Hotel de Ville: e c’era lui, Rigault, alla testa dei facinorosi. Cernuschi apprende in ritardo dell’arresto, e cerca inutilmente l’amico in tutte le prigioni della città. Gli è accanto un altro combattente, Théodore Duret, giovane orientalista già sindaco del 9° Arrondissement. Entrambi, si direbbe, hanno titoli sufficienti per essere ascoltati o meglio ancora obbediti. Ma la confusione è troppa, e Chaudey non si trova. Cernuschi va allora al comando della Guardia repubblicana, che ufficialmente è la sola autorità militare legittima. E qui, sbalordito, si trova di fronte a un generale di Napoleone III, che si è rapidamente riciclato tra i repubblicani, ma non per questo ha dimenticato i suoi rancori bonapartisti. “Cernuschi?” urla appena lo vede. “Quello che ha dato 200.000 franchi ai comitati contro il plebiscito?” Cinque minuti più tardi Cernuschi e Duret, dichiarati in arresto, salgono su una carrozza che li porta in rue du Gril. La strada, in fondo, è chiusa e c’è un plotone di soldati agli ordini di un sottufficiale: proprio in quel momento stanno caricando su una carretta i corpi di due fucilati.
La stessa sorte toccherebbe a Cernuschi e a Duret se, per puro caso, non si trovasse a passare per la rue du Gril Hervé de Saisy, deputato repubblicano di tendenze moderate. De Saisy intuisce il pericolo e affronta il sottufficiale domandandogli se ha un ordine scritto per la fucilazione. L’ordine non c’è, doveva bastare quanto era stato detto dal caporale della scorta, che ora è tornato al comando: e de Saisy ne approfitta per farsi consegnare i due prigionieri che poco dopo rimette in libertà.
Cernuschi, condannato a morte da un generale monarchico in nome del popolo repubblicano, è ancora miracolosamente vivo. Ma l’amico Chaudey, compagno di tante giuste battaglie, è già stato assassinato nella notte da Rigault. A Cernuschi non resta che provvedere alla sua sepoltura - una tomba imponente, al cimitero di Montmartre - e soccorrere con la consueta generosità la vedova a cui, per non compromettere l’onore comunardo, verrà negata anche la pensione. Ma l’orrore per il delitto, tanto più perché consumato proprio dalla tanto auspicata Repubblica, lo sconvolge.
Non si fa più vedere a Le Siècle, il suo giornale. Il 5 agosto del 1871 quando anche l’avventura della Comune e finita, in un’orgia di sangue, scrive a Martello, un amico italiano: “Se non avessi perduto Gustave Chaudey potrei anche rallegrarmi per quanto è successo: l’Impero e il Socialismo sono stati battuti tutti e due, la Francia sta diventando una vera Repubblica. Chi avrebbe potuto sperare tanto? Ma Gustave non è più, e io non sono riuscito a salvarlo”.
Forse è questo che lo tormenta, aver vinto tante volte la sfida contro l’impossibile, e proprio questa volta averla perduta. Si chiude nel silenzio e nella solitudine, non ha più voglia di leggere, di scrivere, di battersi: gli amici, seriamente preoccupati, lo consigliano di lasciare Parigi. Andare lontano, il più lontano possibile, distrarsi. Nel dicembre del 1871, Cernuschi è a Marsiglia, in attesa d’imbarcarsi per l’Estremo Oriente. Lo accompagna Théodore Duret che con questo viaggio avrà l’occasione - unica - di approfondire sul posto gli studi su quelle così remote e, all’epoca, ancora quasi sconosciute civiltà.

In Oriente per dimenticare.

Giappone, Cina, India, Giava, Ceylon, saranno dodici mesi di avventura e di esperienze straordinarie. Il Giappone è rimasto isolato dal resto del mondo fino a quando le “navi nere” dell’ammiraglio Matthew Perry hanno dato fondo nella baia di Yeddo chiedendo a nome del Presidente americano Fillmore l’apertura delle relazioni diplomatiche e commerciali: è stato nel 1854, e con la firma dello Shogun Togukawa Iesada al trattato di Kanagawa, sembrava che la strada fosse aperta. Ma poi è salito al trono l’Imperatore Komei, che ha richiuso le frontiere, mettendo al bando i “barbari dell’Occidente”: quando Cernuschi arriva in Giappone, Komei è morto e il nuovo Imperatore Mutsuhito ha ripreso il contatto, avviando la modernizzazione del Paese. Ma la rivolta dei vecchi signori feudali ha aperto una crisi politica ed economica gravissima. La popolazione è alla fame e persino il clero, che fin qui ha goduto di larghi benefici, si dibatte in crescenti ristrettezze. In Cina la situazione è ancora peggiore. Nel 1842 il Celeste Impero ha perduto la guerra dell’oppio e ha dovuto cedere Hong Kong all’Inghilterra. Nel ’61, altra guerra - questa volta anche contro la Francia - e altra sconfitta, con nuove e onerose cessioni. Se non basta, da più di vent’anni, il Paese è dilaniato dalle rivolte, prima quella dei Taiping contro la dinastia Manciù, poi quella dei musulmani contro l’aristocrazia latifondista: e dovunque c’è fame e disordine. In India, nel 1857, tutti i territori occupati dalla Compagnia delle Indie sono stati trasferiti alla Corona: l’Impero vittoriano, anche se ufficialmente verrà proclamato soltanto tra cinque anni, ha già preso il posto dell’antico Impero Moghul, ma tra continui disordini.
Nelle isole, sembra che il tempo si sia fermato.
A Giava, dove Cernuschi e Duret sono ricevuti con tutti gli onori, il Reggente olandese vive nel fasto di un signore rinascimentale, offrendo banchetti luculliani, allietati dalle danze delle ballerine di corte: queste sono intoccabili, ma molte altre - almeno due per ogni invitato - sono a disposizione perché alla festa non manchino neppure i giochi d’amore. E quando il Reggente prende un sigaro, è un nano che accorre col fuoco. Lo sventurato scherzo di natura, che Cernuschi definisce “microscopico”, veste panni suntuosi, come si addice ai personaggi del Palazzo: non per nulla il Reggente olandese lo ha avuto in dono da un Re, ed ha ricambiato con un monumentale orologio a carillon, proprio come ai tempi della wunderkammer.
Dovunque, l’uomo bianco è guardato con meraviglia e timore. A Nara, a Oudgi, a Coryama, la gente lascia le case e il lavoro per vedere Cernuschi e Duret: la folla è così fitta che la polizia deve scortare gli ospiti. Non risulta che, durante questo viaggio, Cernuschi abbia combinato qualche affare. Può darsi. Ma certamente si interessa d’arte. Il denaro forte di cui può disporre e la miseria dei Paesi che visita gli consentono di acquistare pitture, sculture, ceramiche, arredi, assicurandosi pezzi di inestimabile valore specialmente nei tesori dei templi dove, come scriverà un giornale, “preti e monaci non vedevano l’ora di guadagnare dei soldi vendendo a uno straniero gli oggetti d’arte che avevano in consegna, fossero pure le statue degli Dei destinate al culto”.
Un bottino favoloso, anche perché accanto a Cernuschi, uomo colto e di gusto raffinato, c’è Duret che guida le scelte con tutta la sua competenza di specialista nelle culture orientali. Il 3o dicembre del 18751, quando Cernuschi riparte da Bombay sul piroscafo Péking della Compagnie Péninsulaire le stive della nave hanno caricato più di tremila casse, nelle quali sono state imballate con ogni cura le collezioni raccolte: soltanto le sculture sono 1500, e tra queste c’è un Grande Budda in bronzo, fuso due secoli prima di Cristo e alto dodici metri. Per farlo uscire dal tempio cinese dove l’aveva acquistato, Cernuschi ha dovuto tagliarlo in sezioni, seguendo le linee di congiuntura originali, ed è stato allora che, nell’interno, Duret ha scoperto una pergamena che gli ha consentito la datazione, all’epoca della dinastia Chou.
Sbarcato a Marsiglia, il tesoro è trasportato a Parigi, dove Cernuschi fa costruire un edificio destinato a residenza e a museo in rue Velazquez, nell’8° Arrondissement, tra il boulevard de Courcelles e la rue de Monceau: l’architetto Bouvius, a cui il magnate italiano ha affidato il progetto, dovrà disegnare una sala di 20 metri per 20 e 13 di altezza soltanto per la collocazione del Grande Budda.
I giornali, ancora una volta, debbono parlare di Cernuschi. Rilevano che la collezione è la prima del mondo per il valore e per la quantità dei pezzi. “Una civiltà intera”, scrive Le Pays, “si apre davanti ai nostri occhi, rivelandoci attraverso testimonianze autentiche i suoi costumi, i suoi riti, la sua filosofia. Neppure tutti i musei d’Europa messi insieme potrebbero offrire - nella sola scultura - i millecinquecento capolavori della collezione Cernuschi”. Sul frontone dell’edificio, Cernuschi fa affrescare le immagini di Aristotele e di Leonardo da Vinci, e sui battenti in bronzo del portone fa incidere due parole, Febbraio e Settembre: oggi bisogna spiegarlo, ma allora ogni parigino comprende, commosso, il riferimento alle due rivoluzioni del febbraio 1840 e del settembre 1870 che hanno aperto la strada alla Seconda e alla Terza Repubblica francese.

LE FOTOGRAFIE DI
GIANCARLO MAURI
4 novembre 2015