domenica 10 febbraio 2019

Saluti dalla Bretagna

Estraggo dal mio curriculum vitæ professionale: 1983. Alle dirette dipendenze del Direttore Generale, mi occupo dell’introduzione dell’azienda sul mercato francese, con ufficio a Parigi (50, rue de Paradis). Con funzioni di responsabile tecnico dirigo la realizzazione delle centrali di sicurezza di La Couronne (Provenza) e di Penmarch (Bretagna).

Di quel periodo della mia nomade vita ho tuttora ricordi vividi: i voli da Parigi-Orly a Quimper su vecchi aeroplani a elica, dall’interno spartano quanto rumorosissimo. L’atterraggio sulla pista erbosa, con sbarco a poca distanza dalle strutture per il disbrigo delle pratiche di arrivo e partenza. L’affitto dell’automobile e il viaggio verso Penmarch (letteralmente: Testa dello stallone), una penisola che si protende nell’Oceano Atlantico. Per l’alloggio usufruivo di una modesta pensione che dava sul porto, con la prua dei pescherecci giusto di fronte alla vetrata dell’ingresso, vetrata da cui ammiravo le enormi onde che il vento spingeva a frantumarsi sul molo (e gli ultimi spruzzi a frangersi sui vetri che mi davano riparo).
La camera da letto era spartana, ma la qualità della cucina compensava in abbondanza. Ricordo succulenti antipasti a base di crevettes (mai meno di cento, solo per me, unico cliente), seguiti da piatti dove abbondavano i miei amati granchi di mare e altre specialità ittiche fresche di pesca giornaliera. Il tutto annaffiato con ottimo vino a cui seguiva, come digestivo, del vieux-calvà di produzione artigianale.
Per strada, nel 1983 era ancora “normale” vedere le donne - a piedi o sulla bicicletta - in costume tradizionale, coll’alto bro-vigoudenn (in bretone) sulla testa. A Quimper, passando davanti alla vetrina di un negozio specializzato in questi accessori femminili, decisi di portarmene a casa un esemplare, come ricordo - ma anche cosciente che era un copricapo destinato alla fine: le giovani donne già indossavano abiti omologati al resto dell’Occidente e il bigouden non era certo il capricapo più adatto per entrare in un automezzo. Subito madame mi chiese a chi era destinato quel regalo: a una vierge (proprio così…) oppure a una donna sposata? perché la forma cambiava. Alle signorine era destinato un copricapo piatto, con due alette ai lati della testa che faceva tanto monachella, mentre l’alto e cilindrico bigouden era destinato alle signore. Un simbolo visivo chiaro e preciso da esibire, più e meglio della fede al dito. Scelsi il primo modello, più facile da trasportare e decisamente più economico al portafoglio.

Il volo di rientro a Parigi (due alla settimana) era tutto da godere. Un’ora prima del decollo previsto i (rari) passeggeri dovevano presentarsi alla casupola che fungeva da sala d’imbarco. Sbrigate le pratiche si accedeva all’attiguo bistrot, dove lunghi tavoli erano apparecchiati per la cena offerta dalla compagnia aerea - cena a cui partecipavano sia i piloti che il personale di bordo. Si iniziava col classico antipasto (qui l’altoparlante segnalava l’imminente partenza del volo), a cui faceva seguito il piatto forte (pesce o carne), la frutta e il dessert - il tutto innaffiato con del buon vino. Al termine (ora l’altoparlante invitava i passeggeri a raggiungere la porta per l’imbarco) il personale di bordo si alzava e noi con loro a piedi ci avviavamo all’aeromobile posteggiato a poca distanza.
L’arrivo a Parigi era previsto per le 23. Una sera il pilota invitò i passeggeri seduti sul lato destro ad ammirare la vicina Tour Eiffel illuminata da migliaia di lampade. Nello stesso tempo, per non far torto a chi era seduto sull’altro lato, annunciò che era autorizzato a volare in cerchio, in modo che anche chi era seduto a sinistra avesse modo di godere dello spettacolo. Poi la discesa ad Orly, la fine del viaggio.
Sono passati 36 anni e la differenza nel modo di vivere è evidente. Oggi tutto è meccanico, distaccato. I voli per da e per Quimper non sono dissimili da tutti gli altri voli, con rigida burocrazia, rapporti impersonali, pasti (quando ci sono) frettolosamente serviti a bordo propinando dell’orrido cibo industriale precotto, predigerito e predefecato …mentre ancora ricordo i deliziosi cestini di vimini intrecciati riempiti con fragole fresche di raccolto appoggiate su di un fondo di foglie umide, servite con un vin mousseux, il tocco finale prima di lasciare la Bretagna.

In Bretagna sono tornato altre volte, da turista, ma non ho più vissuto le stesse emozioni, anche perché ero costretto ad andarci nei mesi più caldi dell’anno, i meno adatti per godere le mareggiate e per degustare i frutti di mare freschi di pesca (ora le ostriche le trovi tutto l’anno perché d’allevamento). Il tempo è passato, anch’io sono invecchiato e il traguardo della strapagata (grazie alle tasse prelevate alla fonte) pensione è arrivato. Ora posso scegliere il tempo e non arrivarci per contrarietà (cit. Francesco Guccini) e così un bel giorno di giugno del 2015 io e madame si parte, direzione Bretagna. Dopo varie tappe, eccoci di nuovo sulla penisola di Penmarch, che fatico a riconoscere. Tutto (o quasi) è cambiato. I vecchi bistrot sono scomparsi, sostituiti da bar generici. Trovare un posto per la notte ci è difficile: siamo ancora fuori stagione, ci viene detto. Da qualche parte trovo un foglio dell’ente turistico con l’indicazione degli alberghi possibili. Rapida occhiata alla cartina Michelin (inseparabile compagna dei nostri viaggi in terra francese) e dito puntato su di una minuscola località portuale: proviamo qui. Una telefonata all’unico albergo segnalato, una voce risponde. L’albergo è praticamente vuoto e il prezzo include la cena. Preso.
La nostra camera ha una finestra che dà sulle acque atlantiche. Fuori il vento impazza, la vegetazione e le rocce mi riportano ai vecchi ricordi. L’ideale per un pomeriggio di relax, con lunga camminata utile (anche) a dare sfogo alle mie velleità fotografiche. Tanto domani è un altro giorno …e chi vivrà godrà.

LE FOTOGRAFIE DI
GIANCARLO MAURI
22 e 23 giugno 2015