mercoledì 20 giugno 2018

Nell'Uadi Rumm (con T.E. Lawrence)


Il giorno da me vissuto a Gaza non è stato compreso dalle autorità militari di Israele, che d’ufficio hanno ristretto la mia permanenza su quelle terre. Con Alitalia concordo un piano di rientro in cambio di oltre 200 mila lire di penalità. Mi resta una settimana a mia disposizione e decido di spenderla in Giordania.
In autobus da Gerusalemme raggiungo Eilat - cittadina sul Mar Rosso - e da qui in taxi fino allo Yitzhak Rabin Border Crossing, la dogana israeliana. Sbrigate le consuete formalità, valico il confine e a piedi mi porto al vicino Wadi Araba Border Crossing, la dogana giordana. I poliziotti sono cortesi e dopo pochi minuti mi trovo tutto solo …davanti al nulla.
Non molto lontano vedo un gruppo di automobili coi loro autisti. Dichiaro loro la mia prossima meta: il villaggio di Uadi Rumm (o Wadi Ram, all’inglese) e mi sento rispondere che no, loro non sono dei veri tassisti, quindi non sono autorizzati a portarmi dove desidero. Loro campano facendo il via-vai tra la dogana e il parcheggio dei tassisti di Aqaba, la città più vicina. Capisco e mi adeguo (vivi e lascia vivere).
Ad Aqaba sono circondato da un capannello di tassisti autorizzati. Dico loro dove voglio andare e il prezzo che intendo pagare. Trovato l’accordo, mi siedo sul sedile di un'auto e mi rilasso: la Desert Highway non è affollata e l’autista guida con la giusta velocità, fermandosi di tanto in tanto per permettermi di godere del paesaggio. Dopo un’ora (sono circa 60 km) eccomi davanti ai pilastri di roccia che hanno preso il nome di Seven Pillars, i sette pilastri di T.E. Lawrence. Ancora pochi chilometri ed eccomi all’Uadi Rumm village.
Durante il viaggio ho segnalato all’autista che la mia successiva meta sarebbe stata Petra, la città nabatea. In cambio di un giusto supplemento lui si offre di portarmi, restando al village per il tempo necessario. Farà di più: lui stesso mi guida all’ufficio che gestisce le tariffe per i viaggi nel deserto. Breve contrattazione, una telefonata (sono l’unico turista in circolazione) e una decina di minuti dopo ecco arrivare un arabo alla guida di un fuoristrada. A lui esprimo i miei desideri ed insieme si parte.
Ho tutta la giornata davanti, l’autista di Aqaba che mi attende e tutt’intorno ho quello che in molti hanno descritto come il più bel deserto al mondo, una meraviglia della Natura che visito in compagnia di una guida d’eccezione: I sette pilastri della saggezza, il libro scritto da T.E. Lawrence, altrimenti noto come Lawrence d’Arabia. Posso chiedere di più?


Thomas Edward Lawrence. The Seven Pillars of Wisdom. 1926 by Arnold Walter Lawrence Esq.
Edizione italiana: I sette pilastri della saggezza. Traduzione dall’inglese di Erich Linder. Bompiani 1949, pp. 415-426.

CAPITOLO LXII

Lasciammo con gioia il rumore e le ansie di Guweira, e non appena ci fummo liberati del nostro seguito di mosche, sostammo. Non avevamo fretta, ed i miei sfortunati compagni provavano un calore mai conosciuto prima. L’aria ardente pesava sui nostri volti come una maschera di metallo. I sergenti erano ammirevoli nel loro sforzo di non parlarne, per conservare lo spirito dell’impresa di Akaba intatto, come gli Arabi; ma tacendo oltrepassavano di gran lunga i loro obblighi. Solo l’ignoranza dell’arabo li rendeva così inutilmente coraggiosi, perché gli Arabi stessi si sfogavano a gran voce contro il sole tirannico e l’aria soffocante. Ma, come prova, fu efficace, e, per accrescerne l’effetto, io mi misi a scorrazzare attorno, facendo mostra di divertirmi.
Nel tardo pomeriggio riprendemmo la marcia fermandoci per la notte in un folto di tamerici. Il luogo era bellissimo, dominato alle nostre spalle da una roccia alta quattrocento piedi, rosso cupo nel tramonto. Camminavamo su una distesa d’argilla color camoscio, dura e sorda come un assito di legno, e piatta come un biscotto per un buon mezzo miglio in ciascuna direzione: da un lato, su una bassa altura, si stagliava la macchia di tamerici dai tronchi bruni, coronati da una magra e polverosa frangia verde, sbiadita dai venti e dai raggi del sole fino a ridursi quasi a quel grigio argenteo sotto le foglie d’olivo di Les Beaux quando un soffio di vento dal delta del fiume muove l’erba della valle e fa impallidire gli alberi.
Marciavamo alla volta di Rumm, il rifornimento d’acqua settentrionale dei Beni Atiyeh: una località che eccitava, la mia fantasia, poiché anche gli Howeitat, aridi com’erano, me l’avevano descritta come deliziosa. Contavamo di entrarvi con l’alba del nuovo giorno. Ma molto di buon’ora, mentre le stelle splendevano ancora, fui svegliato da Aid, l’umile sceriffo Harithi che ci accompagnava. Mi si avvicinò strisciando, e disse angosciato: “Signore, sono cieco!” Lo feci coricare, e sentii che tremava come per il freddo; ma tutto ciò che seppe dirmi tu che, svegliatosi di notte, non aveva più visto nulla e sentito solo un dolore agli occhi. Il bagliore del sole lo aveva abbacinato.
Il giorno appena nato ci vide in marcia fra due grandi picchi di roccia arenaria, diretti al termine di un lungo dolce pendio che sembrava quasi riversarsi giù dai monti torreggiami in fronte a noi. Tutto il pendio era coperto di tamerici: qui, mi dissero, cominciava la valle di Rumm. Volgemmo gli occhi a sinistra, ad una lunga parete rocciosa, che avanzava verso il centro della valle come una lunghissima onda di mille piedi. A destra la valle terminava invece con una linea di rossi colli aspri e frastagliati. Risalimmo adagio il pendio, aprendoci la via crepitando attraverso le fratte secche e aride.
Con l’inoltrarsi della strada, i cespugli si raggrupparono in macchie, le cui foglie assunsero un color verde più dolce, finché la valle si ridusse ad un pianoro inclinato e limitato. I monti alla nostra destra diventarono più alti e aspri, in buona risposta alla sinistra che si drizzava ormai in un unico massiccio bastione purpureo.
Le due pareti si accostarono e la valle restò larga non più di due miglia: poi s’innalzarono sempre più, finché i loro parapetti paralleli corsero a mille piedi sopra di noi proseguendo per molte miglia come una lunga strada diritta.
Non erano pareti rocciose ininterrotte, ma composte di diversi strati con blocchi simili a giganteschi edifici. Spaccature profonde, larghe cinquanta piedi, dividevano i blocchi, le cui superfici erano state levigate e incavate dalla pioggia con alte absidi e incavature, e presentavano fratture e cesellature come in un lavoro di arabesco. Caverne rotonde, lungo le pareti a strapiombo, occhieggiavano alte come finestre; altre, alla base, si aprivano come porte. Striature scure si allungavano giù per le rocce in ombra, quasi macchie dovute ad un lungo uso. I picchi erano striati verticalmente nelle loro rocce granulari, il cui ordine principale posava su uno strato di blocchi infranti, alto duecento piedi, di colore più intenso e di pietra più dura. Questo zoccolo non si presentava disposto a pieghe, come la roccia arenaria, ma frantumato di strati di pietre sciolte orizzontali, come la base di un muro.
I blocchi culminavano in gruppi di guglie rosse, ma meno accese del resto dei monti, anzi, piuttosto grigie e non molto alte, che contribuivano a dare l’ultimo tocco di apparenza bizantina a questo luogo affascinante, una strada di pellegrini più immensa di quanto non si possa immaginare. L’armata araba vi si sarebbe persa, e fra le sue pareti avrebbe potuto volteggiare una squadriglia d’aeroplani. La nostra carovana si rese conto della propria piccolezza, e diventò taciturna, timorosa e vergognosa di ostentare la propria meschinità alla presenza della meraviglia dei monti.
Solo le immagini di paesaggi in un sogno di fanciullezza si affacciano talvolta così immense e silenziose. Ripercorremmo il cammino della memoria per ritrovare quel prototipo di strada dove tutti gli uomini si avviano fra due pareti come queste, verso uno spiazzo aperto come quello che ci stava innanzi e dove la strada sembrava finire. Più tardi, durante le nostre frequenti cavalcate nell’interno, il ricordo mi indusse spesso a lasciare la strada diretta, per chiarire i miei sensi con una notte a Rumm, cavalcando giù per la valle rischiarata dall’aurora, verso i pianori luminosi, o percorrendola in su, nel tramonto, verso quello spiazzo luminoso che la mia anticipazione timida non mi lasciava mai raggiungere. Pensavo sempre: “Andare innanzi, stavolta, oltre il Khazail, e conoscerlo tutto?” Ma in realtà Rumm mi piaceva troppo.
Cavalcammo per molte ore, mentre i monti diventavano più grandi e magnifici nella loro disposizione geometrica, finché una frattura nella superficie rocciosa, alla nostra destra, non ci fece intravedere un nuovo miracolo. La frattura, larga un trecento piedi, era poco più che una fessura in una parete di quella fatta, e conduceva ad una specie di anfiteatro di forma ovale, piatto in fronte con lunghe pareti a sinistra e a destra. Le pareti laterali si levavano a picco, come tutte le rocce di Rumm, ma sembravano più grandi, perché il pozzo si trovava al centro del colle dominante, e la sua piccolezza faceva apparire enormi le alture circostanti.
Il sole era scomparso dietro la parete sinistra, lasciando l’anfiteatro in ombra, ma i suoi bagliori morenti inondavano di sorprendente luce rossa le ali ai due lati e all’ingresso, e il massiccio infuocato dell’altra parete, dal lato opposto della grande valle. Il fondo dell’anfiteatro era coperto da una coltre di sabbia umida, sparsa di macchie scure di cespugli legnosi; alla base delle pareti giacevano blocchi più grandi di case, simili talora a fortezze precipitate dall’alto. Di fronte a noi un sentiero dal tracciato pallido per il lungo uso, saliva a zig-zag su per lo zoccolo, al punto donde partiva la lastra maggiore, e lassù girava improvvisamente a sud, lungo un argine basso, segnato da occasionali alberi dal fogliame fitto. Da alcune fessure nella roccia, nascoste dalle piante, uscivano strane grida: gli echi, trasformati in musica, delle voci degli Arabi i quali abbeveravano i cammelli alle sorgenti che sgorgavano quassù, a trecento piedi d’altezza.
Le piogge, cadendo sulla cima grigia del monte, sembravano avere lentamente impregnato tutta la roccia porosa. Seguii col pensiero il filtrare lento delle gocce d’acqua, tratto a tratto, giù per quelle montagne di pietra arenaria, finché urtavano contro gl’impenetrabili strati orizzontali dello zoccolo, e, premute dall’alto, proseguivano la loro corsa sulla sua superficie, prorompendo all’aperto in getti, là dove i due strati rocciosi si congiungevano.
Mohammed si diresse verso il lobo sinistro dell’anfiteatro. Alla sua estremità, l’opera ingegnosa degli Arabi aveva sgombrato un piccolo spazio sotto una roccia sporgente: là scaricammo i nostri cammelli e ci sedemmo. Il buio ci colse in fretta in quel luogo alto e chiuso, e l’aria impregnata d’acqua ci sembrò fredda al contatto della nostra pelle bruciata dal sole. Gli Howeitat, che avevano badato al carico degli esplosivi, raccolsero il loro gruppo di cammelli, e con grida riecheggianti li guidarono su per il sentiero per abbeverarli, se mai avessero dovuto tornare presto a Guweira. Accendemmo fuochi e facemmo cuocere del riso da aggiungere alla carne in scatola dei due sergenti, mentre i miei uomini preparavano il caffè per i visitatori.
Gli Arabi nelle tende fuori della cava delle sorgenti ci avevano visto entrare, e non persero tempo per venire a chiederci le ultime notizie. In un’ora ci trovammo al centro di un’adunata di notabili Darausha, Zelebani, Zuweida e Togatga. Si levò una discussione agitata e non amichevole. Lo sceriffo Aid, troppo avvilito dalla sua cecità, non poteva sollevarmi dagli obblighi dell’ospitalità; ed io non ero adatto per assolvere con onore ad un impegno così speciale. Questi piccoli clan, in urto con gli Anu Tayi, ci sospettavano di favorire Auda nelle sue ambizioni di superiorità nei loro confronti. Non erano disposti a servire lo Sceriffo finché egli non li avesse garantiti del suo appoggio anche nelle loro richieste più radicali.
Gasim abu Dumeik, l’ardito cavaliere che aveva guidato gli uomini degli altipiani nel giorno di Aba el Lissan, sembrava particolarmente irritato. Era un uomo di pelle scura, dal volto arrogante, con un sorriso e labbra strette: d’animo buono, ma intrattabile. Quest’oggi lo bruciava la gelosia contro i Toweiha. Non avrei mai potuto vincerlo da solo; perciò per scoprire la sua ostilità, lo presi per avversario, e lo attaccai con parole mordenti, fino a ridurlo al silenzio. Il suo pubblico, vergognoso, lo abbandonò, e si spostò impercettibilmente dalla mia parte. I loro pareri mutevoli si rivolsero contro i capi, proponendo di partire con me. Allora colsi l’occasione per dire che Zaal sarebbe giunto al mattino, e che lui ed io avremmo accettato l’aiuto di tutti, eccettuati i Dhumaniyeh, che, infamati dalle parole di Gasim, sarebbero stati cancellati dal libro di Feisal perdendo anche gli onori e le ricompense già meritate. A questo punto Gasim lasciò il fuoco incollerito, giurando che avrebbe fatto causa comune coi Turchi, mentre amici prudenti cercavano invano di farlo tacere.

CAPITOLO LXIII

L’indomani mattina lo ritrovammo con tutti i suoi uomini, pronto a unirsi a noi o ad esserci nemico, secondo l’umore. Mentre egli esitava ancora, arrivò Zaal. L’acredine di Gasim e la durezza metallica di Zaal si scontrarono presto, e corsero parole grosse. Li dividemmo prima che potessero venire alle mani, ma l’accaduto bastò a minare il debole accordo della notte. Gli altri clan, disgustati dall’impetuosità di Gasim, passarono quietamente a noi, a due o tre per volta, volontariamente; mi chiesero tuttavia di far nota a Feisal la loro lealtà prima della nostra partenza.
I loro dubbi mi persuasero a comunicare subito con Feisal, sia perché questi disaccordi venissero composti, sia per ottenere cammelli da carico per gli esplosivi. Noleggiare i cammelli dei Dhumaniyeh non sarebbe stato conveniente; e sul posto non se ne potevano avere altri. La soluzione migliore era che tornassi io stesso: Gasim poteva fermare un messaggero, ma non avrebbe osato fermare me. Affidai i due sergenti a Zaal, che giurò di rispondere delle loro vite; poi Ahmed ed io partimmo su due cammelli privi di carico, con l’intenzione di correre ad Akaba e tornare.
Conoscevamo soltanto la strada lunga, attraverso il Wadi Itm. Esisteva anche una scorciatoia, ma non riuscimmo a trovare una guida che la conoscesse. Cercammo invano su e giù per la valle, e, quand’eravamo già disperati, un ragazzo uscì a dirci di seguire la prima valle a destra. Gli demmo retta, e, dopo un’ora, fummo su uno spartiacque dal quale un gruppo di valli si dirigevano ad ovest. Potevano condurre soltanto al Wadi Itm, poiché in quella zona non esistevano altri bacini che dalle colline portassero al mare. Perciò ci avventurammo al galoppo, tagliando tutte le volte a caso verso destra, oltre gli avvallamenti, da un tributario all’altro per abbreviare il percorso.
All’inizio ci trovammo su un terreno pulito, di pietra arenaria, attorniati da rocce di forme gradevoli: ma nel corso della marcia vedemmo sorgerci davanti schiene d’asino in granito - la stessa roccia che si trovava in riva al mare - e, dopo trenta miglia di trotto su un buon declivio, traversammo l’Itm meridionale ed entrammo nella valle principale, poco sopra il pozzo della resa di Akaba. Tutto il viaggio ci prese soltanto sei ore.
Ad Akaba andammo diritti alla casa di Feisal. Il mio ritorno improvviso lo spaventò, ma una parola bastò a spiegare il piccolo dramma che stava svolgendosi a Rumm. Dopo aver mangiato, prendemmo le misure necessarie. I venti cammelli da carico si sarebbero messi in marcia due giorni dopo, con una scorta di cammellieri di Feisal sufficiente per trasportare gli esplosivi, ed alcuni dei suoi schiavi personali per sorvegliare il trasporto. Inoltre Feisal mi avrebbe prestato lo sceriffo Abdulla el Feir, il suo migliore partigiano presente al campo, per fare da mediatore. Le famiglie degli uomini che mi avessero accompagnato alla ferrovia sarebbero state mantenute dai suoi magazzini in base ad un mio semplice attestato scritto.
Partimmo prima dell’alba, e raggiungemmo Rumm nel pomeriggio, dopo una cavalcata amichevole, trovando tutti sani e salvi e sentendoci liberati dalle nostre preoccupazioni. Lo sceriffo Abdulla si mise subito al lavoro. Raccolse gli Arabi attorno a sé, compreso il recalcitrante Gasim, e cominciò a mitigare i loro dispiaceri con quella facile persuasione che distingue i capi arabi, e che la sua esperienza contribuiva ad affilare.
Nella sua forzata inattività durante la nostra assenza, Lewis aveva esplorato la roccia, e riferì che i fontanili erano ottimi per farvi il bagno. Per liberarmi dalla polvere e dalla stanchezza dopo la lunga cavalcata, mi arrampicai subito su per il camino nella parete del colle, lungo il muro rovinato di un acquedotto che un tempo era servito a incanalare una polla d’acqua ad un serbatoio nabateo in fondo alla valle. Non era una salita difficile: un quarto d’ora per una persona stanca. Giunti in cima, la piccola cascata chiamata el Shellala dagli Arabi, non distava che pochi passi.
Se ne sentiva il rumore da sinistra, da un bastione di roccia sporgente, la cui superficie cremisi era venata da lunghi rampicanti di foglie verdi. Il sentiero circondava il bastione con un tracciato scavato alla base della roccia. In alto, sul masso, si trovavano incise scritte nabatee, ed un pannello incastonato nella roccia recava intagliato un monogramma o un simbolo. Tutt’attorno si vedevano segni lasciati dagli Arabi; molti erano simboli di tribù, alcuni testimonianze di migrazioni dimenticate. Ma la mia attenzione andava tutta allo sciacquio che s’udiva in uno spacco nell’ombra della roccia sporgente.
Dalla roccia una polla argentea sgorgava nella luce del sole. Mi avanzai per vedere la sorgente, un poco più piccola del mio polso, che zampillava da una fessura nella roccia. L’acqua finiva spumeggiando, in un bacino basso, subito dietro il gradino che segnava l’ingresso. Le pareti e la volta della spaccatura rocciosa gocciolavano di umidità. Felci ed erbe folte, di un color verde intenso, ne facevano un paradiso di cinque piedi quadrati.
Stando sopra il sentiero fragrante e pulito dall’acqua, spogliai il mio corpo sudicio, ed entrai nella piccola vasca naturale per risentire finalmente la freschezza dell’aria e dell’acqua sulla pelle stanca. Faceva deliziosamente freddo. Restai tranquillo, lasciando che l’acqua limpida, color rosso scuro, mi corresse sul corpo con rivoli sottili, e lavasse via la polvere del viaggio. Mentre giacevo così, felice, un vecchio in brandelli, dalla barba grigia, un volto dai lineamenti rozzi e forti, ma con un’espressione di grande stanchezza, risalì lentamente il sentiero, fino a trovarsi di fronte alla sorgente. Là si lasciò cadere con un sospiro sui miei abiti stesi su un masso accanto al sentiero perché il sole cacciasse i parassiti di cui brulicavano.
Il vecchio mi udì e si reclinò a guardare con occhi indeboliti dai reumi quella cosa bianca che guazzava nell’acqua oltre il velo della luce solare. Mi fissò a lungo; poi sembrò soddisfatto e chiuse gli occhi gemendo: “L’amore viene da Dio, è di Dio, e torna a Dio.”
Per qualche strano caso, queste parole, mormorate appena, risuonarono distintamente nella mia fenditura, e mi arrestarono di colpo. Avevo creduto i popoli semitici incapaci di pensare all’amore come ad un legame fra loro e Dio, incapaci, anzi, di concepire un simile rapporto altro che con la ragione, come Spinoza, il quale amava così razionalmente, e senza sesso, e trascendentalmente, che non cercò né permise mai un’idea di reciprocità.
Il Cristianesimo mi sembrava il primo credo che proclamasse l’amore anche in quel mondo superiore dal quale il deserto ed i Semiti da Mosè a Zenone l’avevano tagliato fuori. Ed il Cristianesimo era una dottrina ibrida, non essenzialmente semitica se non nelle sue prime radici. La sua nascita galilea l’aveva salvato dalla sorte di essere un’altra delle innumerevoli rivelazioni semitiche. La Galilea era la provincia non semitica della Siria; i rapporti con essa erano ritenuti quasi peccato dagli ebrei ortodossi. Come Whitechapel rispetto a Londra, la Galilea giaceva staccata da Gerusalemme. Cristo ne scelse l’ambiente di libertà intellettuale per diffondervi il proprio verbo; non fra le capanne di fango di un villaggio siriaco, ma in strade ben curate, tra fori e case ornate di colonne e bagni in stile, prodotti di una civiltà greca intensa, anche se corrotta, e provinciale, e certa­mente molto esotica.
I componenti di questa colonia di stranieri non erano Greci - perlomeno non in maggioranza - ma generalmente Levantini che scimmiottavano la cultura greca, e producevano in cambio (e quasi per vendetta) non il rigido e banale Ellenismo della Grecia fiaccata, ma un tropicale arabesco di idee contorte, dove il ritmico equilibrio dell’arte e dello spirito greco fioriva in nuove straordinarie forme, arricchite dai colori turgidi e appassionati dell’Oriente.
I poeti di Gadara, balbettanti i loro versi nella generale atmosfera di eccitazione, specchiavano nel loro ricorso ad una sfrenata voluttà la sensualità e il deluso fatalismo della loro epoca. E da questa mondanità la religiosità ascetica dei popoli semitici traeva forse la fiamma d’umanità e di vero amore che distinse la parola di Cristo, e la rese adatta a penetrare nell’Europa in un modo inaccessibile tanto al Giudaismo che all’Islamismo.
Poi il Cristianesimo ebbe la fortuna di imbattersi in altri architetti geniali e, nel suo passaggio attraverso epoche e climi, subì mutamenti incomparabilmente più grandi di quelli del costante Giudaismo: dalle dotte astrazioni alessandrine alla prosa latina, per adeguarsi al continente europeo. Infine subì l’ultimo e più terribile passaggio, allorché divenne teutonico, arricchendosi di una sintesi formale per adattarsi alle nostre dispute nordiche. Il credo presbiteriano finì per rivelarsi così lontano dalle prime incarnazioni ortodosse della Cristianità, che, prima della guerra, eravamo arrivati ad inviare dei missionari per convincere i cristiani orientali, più malleabili, ad accettare la nostra visione di un Dio logico.
Anche l’Islam aveva subito mutamenti inevitabili da continente a continente. Aveva evitato la metafisica, fatta eccezione per il misticismo introspettivo dei Persiani devoti: ma in Africa si era colorato di feticismo (per esprimere, con una parola vaga, le multiformi caratteristiche animali del continente nero), e in India dovette accettare il conformismo ed il rigore dei suoi addetti.
Ma in Arabia, l’Islamismo aveva conservato un carattere semitico, o piuttosto il carattere semitico si era mantenuto attraverso la fase islamica (come già attraverso tutte le fasi dei credo di cui le città amavano adornare la semplicità della fede), esprimendo il monoteismo degli spazi aperti, il passaggio per l’infinito proprio del panteismo, e l’utilità quotidiana del suo Dio onnipresente e familiare.
In contrasto con questa fissità, o con l’interpretazione che io le davo, il vecchio di Rumm si ergeva maestoso con la sua unica breve frase, e sembrava rovesciare tutte le mie teorie sul carattere degli Arabi. Nel timore di una simile rivelazione, posi termine al mio bagno, e mi feci avanti per riprendere i miei abiti. Il vecchio si coprì gli occhi con le mani e gemé pesantemente. Lo persuasi con dolcezza ad alzarsi per lasciare che mi vestissi, e poi a seguirmi sul sentiero bizzarro che i cammelli avevano tracciato nel loro andirivieni tra i fontanili. Sedette accanto al nostro fuoco da caffè, che Mohammed continuò ad alimentare, mentre io tentavo di indurre il vecchio a comunicarmi la sua saggezza.
Quando la cena fu pronta lo facemmo mangiare, arrestando così per pochi minuti il suo flusso ininterrotto di lamenti e parole mozze. A notte inoltrata si rialzò faticosamente, e si riavviò incespicando nella notte, prendendo con sé la sua fede, ammesso che ne avesse una. Gli Howeitat mi raccontarono che il vecchio aveva passato la sua vita vagando fra loro, borbottando parole strane, incapace di distinguere il giorno dalla notte, e non curandosi di cibo, o di lavoro, o d’un ricovero. Tutti gli facevano l’elemosina, come ad un malato, ma lui non rispondeva mai, né parlava ad alta voce, se non quand’era lontano, o solo fra le pecore e le capre.

CAPITOLO LXIV

Abdulla fece progressi nella sua opera di mediazione. Gasim, non più arrogante, ma ancora incollerito, non volle accettare di consigliarci pubblicamente, perciò un centinaio d’uomini dei clan minori ebbe il coraggio di opporglisi e promise di partire con noi. Discutemmo la loro proposta con Zaal, e decidemmo di tentare la fortuna nei limiti delle risorse a nostra disposizione. Un ulteriore ritardo rischiava di alienarci seguaci che già avevamo, senza grande speranza, dato l’attuale stato d’animo delle tribù, di guadagnarne altri.
Eravamo una comitiva poco numerosa, solo un terzo circa di quanto non avessimo sperato. Questa debolezza modificava spiacevolmente i nostri progetti. Per di più, mancavamo di un capo sicuro. Zaal si mostrò capace come sempre di guidare l’impresa: previdente e attivo in tutti i preparativi concreti. Era un uomo di grande foga, ma troppo vicino a Auda per garbare agli altri; e la sua lingua tagliente ed il sorriso sprezzante che gli aleggiava sulle labbra violacee e umide alimentavano la diffidenza e rendevano gli uomini riluttanti ad obbedire anche ai suoi consigli buoni.
L’indomani arrivarono i cammelli da carico mandati da Feisal: venti in tutto, affidati a dieci liberti e sorvegliati da quattro schiavi della sua guardia del corpo. Questi erano i servitori più fidati di tutto l’esercito, con un singolare modo d’intendere il loro dovere verso il padrone: sarebbero morti per evitare che egli venisse ferito, o sarebbero morti con lui se fosse stato colpito. Ne destinammo due a ciascun sergente, in modo da assicurare il ritorno dei due Inglesi, qualunque cosa fosse accaduta a me. Furono scelti i carichi necessari per la spedizione, secondo il nuovo progetto, e tutto venne disposto per consentire una rapida partenza.
All’alba del sedici settembre lasciammo Rumm.


LE FOTOGRAFIE DI
GIANCARLO MAURI
febbraio 1999
da dispositive digitalizzate