domenica 23 giugno 2019

Itinerari del sacro: Badri Kedar yatra (da Joshimath a Badrinath)


Il giro dei templi collegati alle quattro sorgenti sacre che formano il fiume Gange termina a Badrinath, il sito più popolare perché collegato alle tante, troppe, leggende che ruotano attorno alla figura dell’Adi Shankaracarya.
Ogni anno fiumane di persone raggiungono questo sito alpestre - 19 milioni sono le attese per il 2019, concentrate in 4 mesi - ingrossando i conti bancari del clero officiante (e queste istituzioni sono quotate in borsa, con la pubblicazione degli introiti: vi immaginate la Città del Vaticano che fa lo stesso, quotando in borsa Lourdes, Fatima o altri siti consimili?).
Ho scritto in uno dei miei Reports dall’India, poi trasferiti in India_2006: “L’insieme dottrinale erroneamente chiamato hinduismo non contempla un potere centralizzato, tipo il Vaticano. I brahmana più intraprendenti si creano una loro sètta, in genere basata sulle personali riletture dei testi “sacri”, siano essi i Veda o le Upanisad. Se riescono nell’intento il successo commerciale è assicurato. Quindi non mi stupisce leggere nelle pagine finanziarie del settimanale The Week che “la recente stagione di pellegrinaggio al tempio montano di Sabarimala (Kerala) ha fruttato ben 62,5 crore di rupie”. Siccome un crore è pari a 10 milioni, tradotto in numeri nostrani le offerte assommano a 6 miliardi e 250 milioni di rupie, oltre 120 milioni di Euro. Per la massa contadina dell’India è una cifra stratosferica. Le azioni del tempio schizzeranno verso il Cielo, trapassando il trono del Divino.”


A Badrinath sono salito più volte, l’ultima del mese di agosto del 2000, dove accompagnavo tre amici che mi avevano raggiunto in India.
Oggi la strada è facile, asfaltata, percorsa dagli autobus di linea. Unico problema è passare indenni il tratto franoso tra Shivpuram e Hanumanchattì. Ci sono passato 4 volte: due volte mi è andata bene, due volte ho trovato la strada interrotta. In questo caso si deve lasciare il mezzo con cui si è arrivati e a piedi percorrere il lungo tratto franoso, sperando nella buona sorte. Una volta mi è toccato di passare velocemente accanto ad un’automobile semisepolta da un grosso masso caduto dall’alto. All’interno vi erano quattro cadaveri in attesa di essere tolti dalle lamiere.


Raccontare Badrinath non è facile. Innanzitutto si deve essere ben addentro ai simbolismi del sacro e conoscere a menadito la mitologia indiana. Aver letto e digerito il Mahabharata è il minimo necessario. Può essere d’aiuto anche l’ottimo Ka di Roberto Calasso, Adelphi editore, ma anche tre miei libri - India vivaIndia_2000 e Shiva, la complessa dualità degli opposti - questi ultimi scaricabili gratuitamente dalla rete.

A Badrinath vi sono cinque kund, vasche dove immergersi in cinque sorgenti sacre, di cui una di acqua calda. A questa parte femminile fanno da contraltare i cinque sassi sacri (panch Shilas), di cui uno completamente immerso nelle acque fluviali (vedi le mie annotazioni sul quaderno di viaggio dell’anno 2000, qui sotto riprodotto).




Non molto distante dal faro-Badrinath vi è il minuscolo villaggio de Bemni, abitato da famiglie di contadini. Tutto intorno vi sono i tempietti che ricordano fatti che vedono coinvolte figure mitologiche, quale l’apsaras Urvashi. Quando le nuvole lo permettono, sopra il villaggio svetta il Nilkantha, una piramide che raggiunge i 6596 metri.
Sul versante opposto la strada carrozzabile porta a Mana, l’ultimo avamposto indiano prima del Tibet. È zona militarizzata, coi militari che registrano il vostro passaporto e il visto d’ingresso in India. Una curiosità: un militare mi ha detto che ero autorizzato a scattare le fotografie ma solo se rivolto verso l’India; verso il Tibet non mi era consentito. Ho ringraziato poi ho fatto quel che potevo: nelle strade del villaggio fotografare “verso il Tibet” non mi è stato proibito, quindi…
All’uscita da Mana, in direzione Tibet, vi è la grotta (gupha) che la leggenda vuole sia la stessa dove Vyasa ha scritto il Mahabharata sotto dettatura di Hanuman, il dio dalla testa d’elefante che abitava lì vicino - e un tempietto ne ricorda il sito.
Guardando verso valle, sotto Mana è ben visibile il tirtham (il triangolo formato dalla confluenza di due fiumi) formato dalla Sarasvati che si getta nell’Alaknanda. È la stessa Sarasvati presente in forma spirituale (una lunga galleria artificiale) ad Allahabad, dove con la Jamuna e la Ganga forma il più sacro degli acquosi triangoli.
Sopra, a dominare questo triangolo al femminile svetta il Nag Parbat, il Monte Serpente, altro potente simbolo strettamente connesso alla valle bagnata dall’Alaknanda.
Mana è tuttora raggiungibile da Badrinath per il vecchio sentiero, con significative deviazioni per visitare altri luoghi resi sacri dalla mitologia. Si potranno visitare grotte trasformate in case-tempio (dove vi è il latte che cola dal cielo, per dirla alla maniera degli indiani, in tanti si nutrono), oppure incontrare sadhu e samnyasin intenti ai loro esercizi yogici. Passate alcune case dipinte d’azzurro - il colore indica che sono abitate da sacerdoti - si è ad un campo militare. Con la loro autorizzazione si può accedere ai due templi dedicati a Shiva (bianco, maschile: lo sperma) e a Mata Murti (rosso, femminile: il mestruo), i colori che simboleggiano il periodo fecondo della coppia divina, fecondità-ricchezza che ricade sugli umani sotto forma di beni mobili e immobili, di abbondanti raccolti dei campi, di acque piovane, di figli.

Le immagini da me scattate sono molte, utili per raccontare al meglio questo luogo. Per questa introduzione propongo una selezione degli scatti dell’anno 1998. Altre fotografie, scattate nell’anno 2000, le suddividerò in più puntate accompagnate da testi altrui.


LE FOTOGRAFIE DI
GIANCARLO MAURI
2 ottobre 1998