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domenica 14 dicembre 2014

Gertrude Stein e Alice B. Toklas viste da Françoise Gilot

Per tornare a scrivere degli artisti attivi a Parigi nei primi anni del Novecento ho ripreso in mano non pochi libri, utili a rinfrescarmi le idee e a confrontare le diverse opinioni.
Interessante è stata la lettura (o rilettura) di molte biografie su Picasso: in casa ne ho una trentina, inclusi i lavori del servile Jaime Sabartés, del preciso Jacques Perry e del monumentale John Richardson (la sua biografia in lingua inglese si sviluppa su 4 volumi di grande formato, di cui solo il primo tradotto in Italia e in Francia).
In aggiunta, mi sono riletto i libri “cubisti” di Gertrude Stein ed ho fatto approfondite ricerche sulla sua vita prima di arrivare a Parigi, consultando non pochi Atti prodotti dagli annuali incontri di Baltimora sul tema lesbismo e suffraggette” (reperibili in rete). E qui, com’è facile comprendere, facendo ricerche sulla Stein mi sono trascinato appresso il rimorchio Alice B. Toklas, la sua fedele “mogliettina”, e i loro precedenti amori.
Quale antipasto, propedeutico ai miei prossimi scritti su Picasso a Parigi e sulla coppia Stein-Toklas, introduco alcune pagine estrapolate da Vita con Picasso, il rancoroso e poco preciso libro nato dalla collaborazione tra Carlton Lake, critico d’arte e scrittore, e Françoise Gilot, la donna che dopo dieci anni di convivenza – dal 1943 al 1953 - ha lasciato Picasso portandosi appresso i loro due figli, Claude, nato nel 1947 e Paloma, nata nel 1949 (ma non le due case che lui le aveva intestato, una a Vallauris, l'altra a Parigi).

Aggiungo: quanto qui sotto raccontato si posiziona temporalmente nella primavera del 1945, quando la coppia Stein-Toklas aveva già abbandonata la casa al numero 27 di rue de Fleurus per trasferirsi in appartamento al numero 5 di rue Christine. Gertrude Stein morirà di cancro all’ospedale Neuilly-sur-Seine il 27 luglio 1946. Alice B. Toklas morirà a Parigi il 7 marzo 1967. Sono entrambe sepolte al Père Lachaise, division 94.

Nata nel 1921, sopravvissuta a Picasso (morto nel 1973) e a due mariti - il pittore Luc Simon da cui ha divorziato nel 1962, e Jonas Salk, l'inventore del vaccino antipolio, con cui è rimasta sposata per 25 anni fino alla sua morte nel 1995 - Françoise Gilot lavora tuttora a tempo pieno come pittrice nella sua casa-studio di New York. In più di una intervista lei stessa ha raccontato come nel 1964, al termine della terza causa intentatagli dagli avvocati di Picasso al fine d’impedire l’uscita del libro Vita con Picasso - strenuo difensore della sua vita privata -lui la chiamò al telefono e le disse: «Ciao, hai vinto e a me piacciono i vincenti». Come dire: la classe non è mai acqua (anche per i Minotauri).
E adesso si può partire:


Quell’inverno Picasso mi aveva prestato L’Autobiografia di Alice B. Toklas. La trovai molto divertente e gli dissi che mi avrebbe fatto piacere conoscere Gertrude Stein. Una mattina di primavera egli mi disse: «Questa settimana andremo da Gertrude. Ti divertirà. Inoltre ho molta fiducia nel suo giudizio. Se lei ti approva, avrò di te un’opinione ancora migliore.» Da quel momento mi passò tutta la voglia di conoscerla. Ma dovevo andarci, Picasso aveva già preso l’appuntamento.
Quel giorno feci colazione con Picasso al Catalan. Era insolitamente allegro, ma io non potevo mandar giù un solo boccone. Verso le tre e trenta salimmo la grande, fredda scala della casa di Gertrude Stein, in rue Christine, e Picasso bussò alla porta. Dopo una breve attesa, la porta venne socchiusa, quasi di malavoglia, come quella dello studio di rue des Grands-Augustins. Attraverso lo spiraglio scorsi un volto magro e bruno dalle palpebre pesanti, dal lungo naso ricurvo, la bocca sottolineata da una peluria scura e folta. Quando questa apparizione riconobbe Pablo, la porta si aprì un poco di più e mi trovai davanti a una vecchietta con un enorme cappello. Era Alice B. Toklas.
Ci fece entrare nel vestibolo e salutò Pablo con una profonda voce da baritono. Quando egli mi presentò, essa brontolò un «buongiorno, signorina», con l’accento di un comico che imiti un turista americano che parla francese. Ci togliemmo il cappotto appendendolo in un piccolo vano, passammo in un ambiente più grande pieno di quadri, molti dei quali appartenevano al periodo cubista e per la maggior parte erano di Picasso e di Juan Gris, e sbucammo in un salotto inondato di sole. Là, in una poltrona, di fronte alla porta, sotto il suo ritratto dipinto da Picasso nel 1906, sedeva Gertrude Stein, larga, solida, imponente, la zazzera grigia tagliata cortissima. Indossava una gonna marrone che scendeva quasi fino alle caviglie, una brutta camicetta beige e aveva i piedi nudi dentro pesanti sandali di cuoio.
Picasso mi presentò e lei mi fece cenno di prendere posto su un divano di crine, che si trovava di fronte. Pablo si sedette sul davanzale di una finestra, accanto a lei, ma un poco più indietro, il dorso volto alla luce come se desiderasse dominare la scena senza essere obbligato a parteciparvi. Un lampo nei suoi occhi indicava che si aspettava di divertirsi moltissimo. Alice Toklas si sedette sul mio divano, ma il più discosto possibile. Al centro del nostro piccolo cerchio erano disposti parecchi tavolini, pieni di vassoi con petits fours, dolci, biscotti e ogni genere di ghiottonerie di cui si era perduto il ricordo.
Mi sentii intimidita dalle prime domande di Gertrude Stein; un po’ taglienti e qualche volta ovvie. Era evidente che si stava chiedendo: che cosa c’è fra Pablo e «questa ragazza»? Prima in inglese, poi in francese, un francese non molto corretto, cercava di farmi parlare. Era peggio che agli orali della maturità.
Risposi meglio che potevo, ma l’enorme cappello di Alice Toklas mi distraeva. In grigio antracite e nero, il largo cappello ornato di una sottile guarnizione grigia, sembrava si fosse vestita per un funerale, ma il taglio era evidentemente di prima qualità. In seguito venni a sapere che si vestiva da Pierre Balmain. Mi sentivo a disagio per quella presenza che mi stava accanto. Aveva un’aria ostile, come se fosse prevenuta nei miei confronti. Parlava di rado, contentandosi di fare qualche precisazione al discorso di Gertrude Stein. La sua voce era bassa e rauca come quella di un uomo e si poteva sentir l’aria fischiare fra i suoi denti. Ne risultava un rumore sgradevolissimo, come quando si affila una falce.
Via via che il pomeriggio trascorreva, l’interrogatorio di Gertrude Stein si fece meno serrato. Voleva sapere sino a che punto conoscessi la sua opera e se avevo già letto gli scrittori americani. Per fortuna ne avevo letti parecchi. Mi disse che era la madre spirituale di tutti: Sherwood Anderson, Hemingway, Scott Fitzgerald. Insistette in modo particolare sull’influsso che aveva esercitato su Dos Passos e su Erskine Caldwell. Voleva farmi capire l’importanza del suo ascendente, perfino su quelli che non si erano mai seduti ai suoi piedi, come Faulkner e Steinbeck, ad esempio. Affermò che senza di lei la letteratura moderna americana non sarebbe stata quella che è ora.
Dopo aver fatto il punto sui problemi letterari, passò al campo della pittura e cominciò a incalzarmi con domande sul cubismo. Con tutta la pedanteria dei miei ventitré anni rispondevo con quelle che sembravano osservazioni appropriate sul cubismo analitico, sul cubismo sintetico, sull’influsso dell’arte negra, di Cézanne, e via dicendo. Non che volessi fare una buona impressione su di lei, ma desideravo semplicemente non deludere Pablo. Da ultimo si voltò, e, indicando il suo ritratto, eseguito da Picasso, mi chiese: «Che ne pensa?» Sapevo che i suoi amici avevano trovato che, pur essendo all’inizio diversa dal ritratto, dopo un po’ gli veniva ad assomigliare. E glielo dissi. Ma secondo me, continuai, in tutti quegli anni lei era andata cambiando completamente perché non gli assomigliava più affatto. Ora, semmai, era molto più vicina all’immagine che mi facevo di un monaco tibetano. Mi guardò con disapprovazione.
Ma la cosa più fastidiosa in tutto quel pomeriggio, era che in tutto questo tempo Alice Toklas non stava mai ferma, si alzava, si sedeva, si rialzava, usciva e rientrava nel salotto portando dolci e offrendoli in giro. Prendeva un’aria così severa ad alcune delle mie risposte. Forse non le trovava abbastanza rispettose.
Certo, io ammiravo Gertrude Stein, ma non vedevo la ragione per cui si dovesse coprirla di fiori. Così, ogni volta che dicevo qualcosa che non le andava a genio, Alice Toklas mi metteva sotto il naso un altro piatto di dolci ed ero costretta a prenderne uno. Poiché erano dolci molto farciti e zuccherati e non c’era nulla da bere, non era facile parlare. Forse avrei dovuto complimentarla per il suo talento culinario, ma mi limitavo invece a mangiare i suoi dolci e a riprendere il discorso con Gertrude Stein. E così quel giorno me la inimicai di certo. Ma Gertrude Stein - a giudicare dai suoi scoppi di risa - sembrava trovarmi piuttosto divertente, almeno per il momento. Verso la fine di quel pomeriggio, lasciò la stanza e tornò con tre dei suoi libri. Ricordo che uno di essi era Wars I have seen. In tutti fece la dedica e in questo citato scrisse: «La rosa è una rosa è una rosa è una rosa... una volta ancora per Françoise Gilot.»
Al momento di congedarci Gertrude Stein mi disse: «Ora può venirmi a trovare da sola.» E qui vi fu un altro sguardo cupo di Alice Toklas. Sarei ritornata se non fossi stata tanto terrorizzata dalla piccola appendice della Stein, ma poiché lo ero mi ripromisi di non mettere mai più piede in quella casa.
Durante tutto quel tempo Pablo non aveva detto una parola, ma potevo vedere il suo sguardo illuminarsi e leggere i suoi pensieri di tanto in tanto. Evidentemente voleva vedere come mi destreggiavo sulle sabbie mobili. Eravamo sulla soglia quando egli le disse con candore: «Hai scoperto di recente altri pittori?» Gertrude Stein dovette intuire il tranello, perché chiese: «Che vuoi dire?» «No, cara Gertrude, tu sarai la nonna della letteratura americana, ma sei certa di aver avuto nel campo della pittura un giudizio altrettanto sicuro sulla generazione venuta dopo di noi? Finché si trattava di scoprire Matisse e Picasso, tutto bene. Sei arrivata fino a Gris, ma da allora mi sembra che le tue scoperte siano un po’ meno interessanti.»
La Stein appariva stizzita, ma non rispose. Per conficcare il ferro ancora più profondamente nella piaga, Pablo disse: «Tu hai dato una mano a scoprire una generazione, e questo è molto bello, ma scoprirne due o tre, qui sta il difficile e non credo che tu ci sia riuscita.»
Ci fu un momento di silenzio, poi lei disse: «Ascolta, Pablo, io dico a un pittore che cosa c’è di buono nella sua pittura e in questo modo lo incoraggio a coltivare in profondità il suo talento. Finisce che quello che c’è di cattivo nella sua pittura sparisce, perché egli se ne dimentica. Non so se il mio senso critico abbia perso la sua acutezza, ma sono certa che i consigli che ho dato ai pittori sono sempre stati costruttivi.»
In seguito, rividi qualche volta Gertrude Stein in rue de Buci, verso mezzogiorno, intenta ai suoi acquisti. Mi sembrava che avesse lo stesso abito, coperto ora da un cappotto, che le avevo visto il giorno in cui io e Pablo eravamo stati a farle visita. Essa insisteva sempre - in modo amichevole - che andassi a trovarla in rue Christine. Rispondevo di sì, ma non ne feci mai nulla, perché mi era più facile rinunciare a lei piuttosto che trovarla in compagnia di Alice B. Toklas.

© Per le fotografie di Giancarlo Mauri

La prima edizione italiana,
19 febbraio 1938

Rue Christine
novembre 2014

5, rue Christine
ottobre 2013
Le Buci (Bussi nel XIX secolo)
novembre 2014

Gertrude Stein e Alice Toklas, al n. 5 di rue Christine,
ph. Cecil Beaton (1938)

Gertrude Stein, al n. 5 di rue Christine (1938)

Gertrude Stein e Alice Toklas,
ph. Carl Mydans (1944)

Dora Maar, Portrait of Alice B. Toklas (1952)

Alice Babette Toklas (1877-1967)
in uno scatto del 1959

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27, Rue de Fleurus