domenica 18 giugno 2017

Auvers-sur-Oise e l'ultima lettera di Vincent van Gogh


Un poderoso volume scritto e stampato negli USA - Van Gogh. The Life, di Steven Naifeh e Gregory White Smith, 953 pp., Random House, $ 40 - dedica una trentina di pagine alla ricostruzione della sua morte, avvenuta ad Auvers-sur-Oise, un comune francese di 7.002 abitanti situato nel dipartimento della Val-d’Oise nella regione dell’Île-de-France, sulla sponda destra del fiume Oise e a 27,2 km NE di Parigi, come Wikipedia insegna. In seguito ad accertamenti catastali, i due autori hanno concluso che “il prato” dove van Gogh si è sparato un colpo di pistola al pube corrisponderebbe all’area di un giardino oggi racchiuso tra le mura de Les Tournesols (I Girasoli), una vecchia costruzione alta sopra il villaggio. Questa casa, passata di mano più volte, oggi appartiene a Hélène e Jean-François Serlinger, che l’hanno trasformata in una deliziosa gîtes.



Giusto il tempo di posteggiare l’auto fuori dalla stazione ferroviaria e subito il mio cellulare prende a squillare: Jean-François si offre di venirci incontro per fare da battistrada col suo furgone blu. Lo seguiamo su per strade strette con curve a gomito, fin quando ci indica di accostare l’auto sul lato di una viuzza e di fermarci lì. Sul lato opposto vi è un vecchio palazzo dal portone malandato. Lui lo apre ed entriamo: il giardino su cui posiamo i piedi è il luogo dove - secondo i sopra citati studiosi americani - van Gogh si sarebbe sparato. Jean-François ci consegna le chiavi di casa e ci augura una buona serata: fino a domani mattina io e Daniella abiteremo questi vecchi muri.



Usciti dalla cattedrale imbocchiamo la strada di campagna che porta al cimitero, dove sono le tombe di Vincent e di Theo van Gogh. È tardo pomeriggio, il sole è ancora alto, scatto alcune foto. Dopo cena, verso le 21 e 30, decidiamo di tornarci una seconda volta. Il cimitero è aperto, le tombe indorate dal sole che tramonta. Daniella nota che nello spazio intercorso tra le nostre due visite vi è stato un cambiamento: qualcuno ha deposto un pennello dietro la lapide di Vincent. Poi …una folata di vento porta un reciso gambo di girasole (da chi? dov’era?) verso di noi, fiore che si ferma a pochi passi dalla tomba dei due fratelli. Daniella lo raccoglie e lo depone a lato della lapide di Vincent.


Ho in casa una copia delle Lettere a Theo edito nel 1984 da Ugo Guanda. Il libro, curato da Massimo Cescon, inizia con un saggio introduttivo di Karl Jasper, testo apparso per la prima volta nel volume Strindberg und Van Gogh, edito nel 1922. Da quest’ultimo ho estrapolato le pagine iniziali - da 7 a 13 - aggiungendovi, a complemento, l’ultima lettera scritta da Vincent van Gogh, lettera mai completata e mai spedita perché scritta il 27 luglio 1890, il giorno in cui si è sparato il colpo fatale. Scrive Cescon: Il 27, uscito nel pomeriggio per lavorare, rincasa la sera dicendo ai coniugi Ravoux di essersi sparato una revolverata (l’arma non verrà mai ritrovata). Accorre il dottor Gachet, che provvede a medicarlo e a informare dell’accaduto Theo, che giunge il mattino dopo, accolto da Vincent con le seguenti parole: «L’ho fatto per il bene di tutti, ho mancato il colpo ancora una volta». […] Il 29 luglio, poco dopo l’una di notte, Vincent muore, dopo aver trascorso l’intera giornata seduto sul letto a fumare la pipa. «La tristezza durerà comunque tutta la vita. Ora desidererei ritornare» dice a Theo prima di spirare. Il mattino seguente giungono da Parigi e da altre località otto amici, tra i quali Dries Bonger, Lucien Pissarro (il figlio del pittore), Bernard e papà Tanguy, che ricoprono con i suoi quadri la stanza in cui è stata posta la salma. Il dottor Gachet porta un grosso mazzo di girasoli. Il 30, sotto un sole implacabile, si svolgono i funerali, con qualche difficoltà dovuta al fatto che il prete cattolico di Auvers si rifiuta di benedire la salma e di fornire il carro funebre perché il pittore è un suicida. Il carro viene messo a disposizione da un comune vicino. […] Il male di cui Theo soffre da tempo si aggrava: in settembre è costretto a lasciare il lavoro, il 12 ottobre viene ricoverato alla clinica Dubuis, dove lo visita il dottor Gachet. Poiché le sue condizioni sembrano migliorate, la moglie lo riporta in Olanda, ma in seguito a nuove crisi muore in una clinica di Utrecht il 25 gennaio 1891, dopo aver trascorso le ultime settimane in uno stato di assoluta apatia. […] 1914. Le spoglie di Theo, già deposte a Utrecht, vengono inumate a Auvers, accanto a quelle di Vincent.


Van Gogh
di Karl Jaspers

PATOGRAFIA

Quello di Van Gogh (nato nel 1853) non è un carattere comune. Tende ad isolarsi, ma al tempo stesso è sempre alla ricerca di amore e d’amicizia. Molti - non tutti - trovano che è difficile vivere con lui. Non ha fortuna con la gente. «Il comportamento di Van Gogh appariva ridicolo, perché agiva, pensava, sentiva, viveva in modo diverso dai suoi coetanei... aveva sempre un’aria assorta, grave, malinconica. Ma quando rideva, rideva con cordialità e giovialità, e allora il suo viso si rischiarava». Gli è difficile, anzi impossibile adattarsi, non sembra avere una meta, e nonostante ciò è profondamente animato da qualcosa che bisogna chiamare fede. Malgrado lunghi periodi d’inattività, restò sempre convinto di essere chiamato dal destino. Molto religioso fin dalla giovinezza, fino alla fine fu sostenuto da una fede che niente doveva alla chiesa o ai dogmi. Guardò sempre alla sostanza, al senso profondo dell’esistenza. L’antiquario Goupil, presso il quale lavora per qualche tempo, non è soddisfatto di lui: antepone agli interessi commerciali la qualità degli oggetti, il loro valore artistico. Anche come insegnante in Inghilterra fallisce; gli vengono chieste anche qui cose in fondo estranee alla professione pedagogica. Non ha maggiore fortuna nemmeno nella teologia, perché gli studi accademici lo allontanano dalla sua vocazione, che è quella di diffondere il Vangelo tra gli uomini. Considera «l’università, almeno per quello che riguarda la teologia, una scuola di falsità e di fariseismo». Infine diventa «evangelista» ed assistente volontario tra i minatori del Borinage, ma deperisce a tal punto che il padre lo costringe a tornare a casa. A quel tempo aveva 26 anni.
Fu quello, per Van Gogh, un periodo tormentato: «Il mio tormento non è altro che questo: in che cosa potrò riuscire, non potrei servire o riuscire utile a qualcosa...». Ma è proprio allora che il sentimento di una vocazione viene finalmente a colmare la sua vita: «Mi sono detto: ... riprenderò la matita, mi rimetterò a disegnare, e da allora mi sembra sia tutto cambiato per me». Si votò all’arte, prima a casa, come autodidatta, poi all’Aia, studiando i grandi maestri olandesi, in seguito ad Anversa e in frequenti soggiorni in campagna.
Nel 1881 s’innamora di una giovane vedova e si vede respinto, come già lo fu nel 1873 dal suo primo amore. Poco più tardi accoglie presso di sé una poveretta mal ridotta e incinta, mette in quest’avventura tutta la sua sete di tenerezza, fino al giorno in cui, suo malgrado e desolato, si separa dalla miserabile creatura, che d’altronde non era che un’intrigante.
Dall’inizio del 1886 fino alla primavera del 1888 Van Gogh vive a Parigi presso il fratello Theo e scopre gli impressionisti. Il fratello provvederà, fino alla fine, alla sua sopravvivenza materiale. Questo legame, fatto di profonda comprensione e di amore generoso, è uno degli elementi essenziali della vita affettiva di Van Gogh.
Passando in rassegna le lettere di Van Gogh alla ricerca dei primi segni della malattia, troveremo che dal dicembre 1885 in poi parla incessantemente di disturbi fisici dovuti certamente al fatto che per lunghi periodi impiegava i suoi pochi soldi per comprare tele e colori, mangiava raramente cibi caldi, si nutriva di solo pane e fumava molto per ingannare la fame.
Spesso si sente «fiacco», dopo uno sforzo prova «una sensazione di debolezza in tutto il corpo». Riflette sulla propria costituzione e si rallegra quando un medico lo prende per un fabbro. Ma lo stomaco alla fine non regge, Van Gogh comincia a tossire e si dichiara «letteralmente esausto». Questo accade all’inizio del 1886; non se lo aspettava, si sente debole e febbricitante. Non è che «l’ombra di quello che avrebbe potuto essere, anche se la sostanza è ancora buona». Migliora, poi ci sono ricadute, e negli anni parigini, dal 1886 fino alla primavera del 1888, pare che il suo stato sia rimasto precario.
Quando nel febbraio 1888 va ad Arles - e qui riprendono le sue lettere - si sente molto meglio di quand’era a Parigi. «Veramente non potevo continuare così.» «Quando ti ho lasciato alla Gare du Midi ero molto afflitto e quasi ammalato e quasi alcoolizzato, a forza di montarmi la testa.» «Ero certamente sulla buona via per buscarmi una paralisi, quando ho lasciato Parigi. C’ero dentro un bel po’! Dopo che ho smesso di bere, dopo che ho smesso di fumare, ho cominciato a riflettere invece di cercare di non pensare. Dio mio, che malinconia e che abbattimento!» Presto migliora; continua tuttavia a dar notizie della sua salute; ora le sue lettere sono sempre più costellate di notizie ed allusioni a disturbi psichici. Van Gogh parla del febbraio 1888 come di cosa passata, di uno stato in cui «il suo cervello era quasi rovinato», ma insieme al miglioramento fisico appare un cambiamento psichico che cercheremo di rintracciare nelle sue lettere.
Dice d’essere «veramente infuriato» con se stesso, e vorrebbe avere un «temperamento forte e sangue buono». «Trattato con prudenza, il mio corpo non rifiuta i suoi servigi.» «Lo stomaco è ancora molto debole.» «Un solo bicchierino di cognac mi rende brillo.» «Solo ho lo stomaco terribilmente debole.» «Certi giorni sono terribili.» Si lamenta del cibo «cattivo e mal preparato». In maggio vorrebbe «tranquillizzarsi i nervi». Con un po’ di calma spera di «non restare senza fiato troppo presto». Dopo un intenso lavoro è «così malato che non ha il coraggio di restare solo». «Mi sono troppo trascurato.» Il suo stomaco va meglio, poi di nuovo: «Sono malato e non guarirò, non ci posso fare nulla». Gli torna la speranza: «Mi sto rifacendo decisamente, e dal mese scorso lo stomaco si è avvantaggiato enormemente. Soffro ancora di emozioni non giustificate e involontarie, e in certi giorni di ebetismo, ma anche questo va calmandosi». Riassume: «A me è costato solo che ora la mia carcassa è sfinita, il mio cervello completamente tocco per quello che concerne vivere come potrei e dovrei da vero filantropo». «È il bel caldo che mi restituisce le forze... sì, ora sto bene come le altre persone.» «Sono felice di sentire le vecchie forze ritornarmi più di quanto non potrei pensare.» Contemporaneamente scompaiono anche i desideri sessuali: «Questo desiderio sparisce appena uno si rimette». Si sente tuttavia ancora «su un vulcano». «Sento anche il pericolo di abbrutirmi e di lasciar passare il momento di potenza lavorativa, come con l’andare degli anni si perde la virilità.» Trova la sua vita «agitata, inquieta», e non sa «se potrà continuare a lavorare così». «Comunque riprendo le forze e soprattutto lo stomaco si è rinforzato.» «Mi sento la testa più libera». Verso settembre: «Se non fossi sempre tanto confuso e non dovessi lavorare in questa irrequietezza, potrei quasi dire che sto facendo dei progressi». In ottobre: «Ho la vista affaticata... e la zucca vuota». «Non sono ammalato, ma mi riammalerei senza dubbio se non mi nutrissi molto, e se non smetterò di dipingere per alcuni giorni. Insomma sono nuovamente ridotto quasi al caso di follia di Hugo van der Goes nel quadro di Emile Wauters. E se non fosse che ho una doppia natura, di monaco e di pittore, sarei, e ciò da molto tempo e in modo completo, ridotto al caso sopra nominato. Però anche in questa eventualità non credo che la mia sarebbe una follia di persecuzione, perché i miei pensieri, quando sono in uno stato di esaltazione, si volgono piuttosto verso le preoccupazioni di eternità e della vita eterna. Però devo comunque stare in guardia dai miei nervi». Nel momento in cui la crisi si avvicina arriva Gauguin: «Per un momento ho avuto la sensazione che mi sarei ammalato, ma la venuta di Gauguin mi ha talmente distratto che sono sicuro mi passerà».
Se ci basiamo su questi dati per stabilire l’inizio della malattia che presto, nel dicembre del 1888, sfocia in una psicosi acuta, dobbiamo tener presente che i primi disturbi fisici si spiegano sufficientemente con la vita disordinata. La condotta a Parigi non è nota, perché non abbiamo lettere di questo periodo. Verso la fine del suo soggiorno a Parigi, nonostante la convivenza col fratello gli assicuri migliori condizioni di vita, i suoi malesseri, che tenta di placare con fumo e alcool, si aggravano in maniera tanto evidente, quanto lo sarà il successivo miglioramento. Insieme a questo miglioramento delle condizioni fisiche compaiono i primi disturbi psichici che, in retrospettiva, possiamo con certezza considerare come l’inizio della psicosi. Mi sembra infatti verosimile che il processo morboso abbia avuto inizio intorno alla fine del 1887, o al principio del 1888, e comunque nella primavera del 1888 si era certamente già avviato.
La compagnia di Gauguin, che lo raggiunse alla fine dell’ottobre 1888, gli fece molto bene. Ma in questo sodalizio vi era, da parte di Van Gogh, una certa agitazione. «La discussione diventa di un’estrema elettricità e ne usciamo spesso con la testa stanca, come una batteria elettrica scarica». Un giorno, Van Gogh scrive: «Credo che Gauguin si sia un po’ scoraggiato della piccola città di Arles, della piccola casa gialla nella quale lavoriamo, e soprattutto di me».
Anche Gauguin scrive in questo senso al fratello di Van Gogh, ma si riconciliano e Gauguin resta. Se ne va bruscamente quando Van Gogh sprofonda nella prima crisi, la vigilia di Natale del 1888. Racconterà Gauguin più tardi: «Negli ultimi tempi del mio soggiorno, Vincent fu dapprima rumoroso, intrattabile, poi improvvisamente silenzioso. Lo sorpresi, alcune sere, in piedi vicino al mio letto... Comunque, bastava dirgli: “Cosa c’è, Vincent?” perché se ne tornasse a letto in silenzio e si addormentasse profondamente... Quella sera andammo al caffè. Ordinò un assenzio molto leggero. Improvvisamente mi rovesciò in faccia il bicchiere e il suo contenuto». La sera seguente, Gauguin lo incontrò per la strada con un rasoio in mano, pronto a gettarsi su di lui. Quando Gauguin lo guardò negli occhi, tornò sui suoi passi. Van Gogh poi si tagliò un pezzo d’orecchio e lo portò, ben avvolto, a una prostituta. Fu trovato sul letto sanguinante e privo di sensi, e fu portato all’ospedale. Il fratello andò a trovarlo. I vaneggiamenti filosofici e teologici erano interrotti da brevi attimi di «normalità». Migliorò rapidamente, il 7 gennaio poté lasciare l’ospedale. Ma da questo momento, attacchi simili si ripeteranno con regolarità, e tranne qualche intervallo di lucidità, non tornerà più quello di una volta.
Del primo attacco, che durò diversi giorni, Van Gogh disse d’aver sofferto atrocemente, ma che la cosa peggiore era stata l’insonnia.
«Durante la mia malattia ho rivisto ogni stanza della casa di Zundert, ogni sentiero, ogni pianta del giardino, gli aspetti dei campi vicini, il nostro orto dietro la casa, il cimitero...»
Scrive alla fine di gennaio: «Le allucinazioni intollerabili sono cessate, e sono diventate per ora dei semplici incubi». All’inizio le crisi erano frequenti, poi si diradarono. Intanto ha attacchi più leggeri: «Durante le crisi mi sembrava che tutto quello che immaginavo fosse reale». Il tentativo di fondare un laboratorio, una comunità di artisti, intrapreso prima della crisi, era completamente fallito. «Infatti mi restano grandi rimorsi, difficili da definire. Credo sia stata questa la causa che mi ha fatto gridare tanto durante la crisi, perché volevo difendermi e non ci riuscivo.» «Del resto ho perduto in gran parte il ricordo di quei giorni e non posso ricostruire più nulla.» Nell’agosto del 1889 soffre orribilmente di ripetuti attacchi. «Per diversi giorni sono stato completamente fuori di me... Questa nuova crisi mi ha preso quando ero nei campi e mentre stavo dipingendo in una giornata ventosa.» «Durante la crisi io mi sento vile per l’angoscia e la sofferenza, più vile di quanto sarebbe sensato sentirsi.» «Ho un senso di terrore per qualsiasi esagerazione religiosa.» Le sue crisi favoriscono «queste aberrazioni religiose». «Sono stupito che con le moderne idee che ho, io che ammiro con tanto ardore Zola e i Goncourt, e con la mia sensibilità per le cose artistiche, abbia delle crisi come potrebbe averle un uomo superstizioso, e che mi vengano delle idee religiose astruse e atroci...» In dicembre racconta ancora che «aveva di nuovo la testa completamente confusa». Ciò gli portò impressioni profonde: «Ah, mentre ero ammalato cadeva della neve umida e molle, mi sono alzato di notte per guardare il paesaggio. Mai, mai la natura mi era sembrata così commovente e delicata».
Un’altra volta: «Allora non so più dove sono, la mia testa si perde». «La crisi passa come un temporale», dopo è spossato, non soffre, ma è completamente ebete. Vi sono anche momenti più brevi senza turbamento della coscienza: «Vi sono momenti in cui sono afferrato dall’entusiasmo o dalla follia o dalla profezia, come un oracolo greco sul trono. Allora mi viene una grande presenza di spirito». «Come mi sembrano strani questi ultimi mesi. Prima delle angosce morali senza nome, poi quei momenti in cui il velo del tempo e la fatalità delle circostanze sembravano socchiudersi per lo spazio di un attimo.»
Fra gli attacchi più violenti e quelli molto più lievi si possono discernere intervalli quasi regolari; Van Gogh fa spesso brevi osservazioni a proposito di questi periodi. Il suo stato psichico è variabile. Si sente «debole, un po’ inquieto e impressionabile, incapace di scrivere». «Non tutti i giorni mi sento abbastanza lucido per scrivere con un po’ di logica.» «Dopo la mia malattia mi è rimasto un occhio naturalmente molto, molto sensibile.» «A quanto mi si dice, sto visibilmente meglio; intimamente ho il cuore ancora troppo pieno per tante emozioni e speranze diverse, ma mi stupirei se non guarissi». A tratti si sente «del tutto normale». Ha spesso «un certo senso di tristezza, difficile a definirsi». «Eppure la malinconia mi riprende spesso con grande violenza: allora mi sento tanto triste.»
Non ricorda volentieri i suoi momenti di crisi. «Mi fermo perché ho paura di ripiombarvi e passo ad altro.» «È meglio che non cerchi di pensare a tutto quello che mi passava allora per la testa.» «Non voglio pensarci né parlarne.»
Altre frasi a proposito del suo stato psichico labile: «Il pensiero ritorna poco a poco, ma posso agire nelle cose pratiche molto, molto meno di prima. Mi sento assorto e non riesco a dare un ordine alla mia vita». «Del resto per la maggior parte del tempo non sento alcun desiderio o rimpianto vero e proprio. In certi momenti mi prende, come i cavalloni s’infrangono sordamente contro le scogliere desolate, una tempesta di desiderio di abbracciare qualcosa, una donna tipo genere domestico...» Dice spesso quanto si senta bene fisicamente: «È strabiliante come stia bene». «Le forze mi ritornano ogni giorno di più e mi sembra di nuovo di averne fin troppe.» Un’altra volta: «Non vedo alcun bene in questa forza fisica... ma di volontà non ne ho ancora alcuna, neppure desiderio, e tutto ciò fa parte della vita ordinaria, il desiderio di rivedere gli amici... è quasi nullo... mi porterei ovunque ancora la malinconia».
Dice di avere l’aria «più sana». Confrontando il ritratto che gli ha fatto Gauguin con un autoritratto: «La mia faccia da allora si è molto rassicurata, ma ero proprio io, estremamente stanco e carico di elettricità, come ero allora». «Oggi ti mando il mio ritratto... ti accorgerai che la mia fisionomia si è calmata, benché lo sguardo sia più vago di prima...»
Questo stato variabile, interrotto da crisi, durava dal dicembre del 1888. Dapprima Van Gogh visse all’ospedale di Arles, dal maggio 1889 fino al maggio 1890 nel manicomio di Saint-Rémy, presso Arles. Dal maggio 1890 in poi visse in libertà, sotto la guida amichevole del dottor Gachet, a Auvers-sur-Oise, vicino a Parigi. La sera del 27 luglio Van Gogh si sparò; colpito all’inguine, morì il 29, dopo aver conversato a lungo e lucidamente con il dottor Gachet, fumando la pipa. Non disse nulla circa i motivi del suicidio.
Interrogato da Gachet, alzò le spalle. Il 25 luglio aveva scritto al fratello: «Volevo scriverti tante cose oggi. Invece me ne è passata la voglia, e penso sia del tutto inutile». Il 27 luglio iniziò un’altra lettera al fratello, ma non la finì né la spedì. Vi si esprimeva con una solennità che non gli era abituale.

Eccola quest’ultima lettera, mai spedita, riprodotta per intero:

[Auvers-sur-Oise, 27 luglio 1890]
Mio caro fratello,
grazie della tua cara lettera e del biglietto di 50 fr. che conteneva. Vorrei scriverti a proposito di tante cose, ma ne sento l’inutilità. Spero che avrai trovato quei signori ben disposti nei tuoi riguardi.
Che tu mi rassicuri sulla tranquillità della tua vita familiare non valeva la pena; credo di aver visto il lato buono come il suo rovescio - e del resto sono d’accordo che tirar su un marmocchio in un appartamento al quarto piano è una grossa schiavitù sia per te che per Jo. Poiché va tutto bene, che è ciò che conta, perché dovrei insistere su cose di minima importanza. In fede mia, prima che ci sia la possibilità di chiacchierare di affari a mente più serena passerà molto tempo. Ecco l’unica cosa che in questo momento ti posso dire, e questo da parte mia l’ho constatato con un certo spavento e non l’ho ancora superato. Ma per ora non c’è altro. Gli altri pittori, checché ne pensino, si tengono istintivamente lontani dalle discussioni sul commercio attuale.
E poi è vero, noi possiamo far parlare solo i nostri quadri.
Eppure, mio caro fratello, c’è questo che ti ho sempre detto e che ti ripeto ancora una volta con tutta la serietà che può provenire da un pensiero costantemente teso a cercare di fare il meglio possibile, te lo ripeto ancora che ti ho sempre considerato qualcosa di più di un semplice mercante di Corot, e che tu per mezzo mio hai partecipato alla produzione stessa di alcuni quadri, che, pur nel fallimento totale, conservano la loro serenità. Perché siamo a questo punto, e questo è tutto o per lo meno la cosa principale che io possa dirti in un momento di crisi relativa. In un momento in cui le cose fra i mercanti di quadri di artisti morti e di artisti vivi sono molto tese.
Ebbene, nel mio lavoro ci rischio la vita e la mia ragione vi si è consumata per metà - e va bene - ma tu non sei fra i mercanti di uomini, per quanto ne sappia, e puoi prendere la tua decisione, mi sembra, comportandoti realmente con umanità. Ma che cosa vuoi mai?



LE FOTOGRAFIE DI
GIANCARLO MAURI
Auvers-sur-Oise
26 e 27 maggio 2017