mercoledì 28 gennaio 2015

Santa Mustiola, a Chiusi


mail inviata il 10 luglio 2009

Oggi, passando all’esterno di un bar ho raccolto una copia di Vicenza Città “il quotidiano gratuito”. Non lo faccio quasi mai d’estate, più sovente d’inverno: la carta su cui sono stampate le notizie è la più adatta per pulire il vetro del mio caminetto. Il Corriere, La Repubblica, La Stampa, Il Giornale - per citare alcuni dei più noti quotidiani italiani - non funzionano altrettanto bene; noblesse oblige.
Ne sfoglio le pagine velocemente, tanto son sempre le solite balle: i No Dal Molin, il verbo del vescovo, le bugie dei politicanti, la Finanza che ogni tanto “scopre” gente che da decenni vive e prospera esentasse sotto gli occhi di tutti. E poi tanta pubblicità, il sostegno economico di questa stampa “gratuita”. Insomma, si arriva in fretta alla fine. Oggi no: a pagina 20 un riquadro in grigio e arancio sgargiante attira la mia attenzione: “IL SANTO DEL GIORNO. Santi Ireneo e Mustiola, martiri del III secolo”. Fino a otto giorni fa quest’informazione sarebbe passata inosservata, ma non oggi, e se avete pazienza vi dico il perché.

* * *

2 luglio 2009. Lascio Firenze diretto a Tarquinia ma poi - come spesso mi accade - “qualcosa” mi spinge a deviare verso altre mète ed io non oppongo mai resistenza al mio sprogrammato destino. Se adesso “sento” che devo uscire al casello di Chiusi-Chianciano, così faccio. Cerco un posteggio - tanto poi riparto, mi dico - e mi avvio verso il centro. Poco prima del Museo Nazionale, a destra c’è la cattedrale di San Secondiano. Avrei tirato dritto per la mia strada se non che, davanti al campanile, eccoti un’ottagonale fonte battesimale. Mi fermo, le giro attorno, scatto delle foto. Alzo gli occhi: Ufficio del Turismo. Entro. Il ragazzo è gentile e mi dice che oggi è il mio giorno fortunato. Dopo anni e anni di chiusura causa restauri (un periodo di tempo pari a quello impiegato per costruire l’intera cattedrale di Chartres!), adesso la Tomba della Scimmia è stata riaperta al pubblico, visitabile in piccoli gruppi guidati e solo di giovedì. E oggi è proprio giovedì! M’interessa? Certo che sì! Subito lui telefona al vicinissimo Museo e chiede se vi sono posti liberi. Affermativo. Mi consiglia di andare subito a pagare il biglietto, transazione necessaria per entrare nel club dei privilegiati.
Prima di uscire m’informa che oggi iniziano le festività dedicate a santa Mustiola, con tanto di Messa alle ore 18 concelebrata da più sacerdoti; il vescovo, no: lui arriverà domani. Me ne farò una ragione.

Al Museo mi dicono che la visita guidata alla Tomba della Scimmia prevista per le ore 11 non è possibile: un inatteso Ispettore è appena arrivato da Firenze per una visita tecnica. Se voglio, una guida mi potrà accompagnare alle ore 16. Inutile combattere contro il destino: se “ha” deciso così, un motivo ci sarà. Mi adeguo e cerco un albergo per la notte. L’unico aperto in città esibisce una sola stella ma chiede 85 euro a notte, cappuccino e cornetto sotto plastica incluso; a Firenze per 75 euro ho alloggiato in un tre stelle: una suite con 48 mq di terrazza, parco alberato, piscina e prima colazione inclusa... Sento un certo non so che là dove di solito non mi batte il sole…

Dopopranzo rientro al Museo e lì ci resto fino alle 16, anche perché fuori fa un caldo torrido mentre qui è di un fresco... Conosco la signora che mi accompagnerà a visitare tre tombe e nell’attesa chiacchieriamo di arte, di etruschi e di quel ehm ehm arrivato da Firenze. Poi di nuovo: “oggi alle 18 ci sarà la messa.... etc etc”. E allora che mi si spieghi di questa santa e del suo rapporto con Chiusi, dico io. Lei mi racconta che in tempi romani, la giovin fanciulla aveva dedicato la sua verginità a Cristo. Tutto procede bene per la sua intonsa virtù finché dei perfidi Romani decidono che è giunto il tempo di toglierle le ragnatele. Decisa a tener fede al suo voto, Mustiola fugge, inseguita da quei maschiacci in fregola. Come da copione - sempre uguale, del resto, né più né meno lo stesso dei porno: visto uno... - ecco l’intoppo: davanti alla vergine vi sono le acque del Lago di Chiusi, alle sue spalle s’avvicinano gli imbranati predatori. Tutto è perduto, incluso l’onore? Certo che no: all’improvviso appare il terzo incomodo, che suggerisce un trucco alla sua pecorella: “Stendi il tuo mantello sulle acque e mettiti a camminare”. Lei esegue: appena toccata l’acqua il flaccido mantello s’indurisce - non è una mia insolente interpretazione: proprio con queste precise parole mi è stato raccontato - permettendo a Mustiola di porsi in salvo e questo perché man mano che lei camminava verso l’altra sponda anche il mantello si spostava sotto ai suoi piedi, creando un ponte mobile (o il tappeto navigante).

Un paio di altre signore si aggiungono a noi - non ci sono turisti, oggi, e il Museo è deserto. Aggiunge una: in periodo medievale - dunque un migliaio di anni dopo il miracolo - un vescovo “trovò” uno scheletro. Forte delle sue altolocate frequentazioni non ebbe dubbi e dichiarò: “è la vergine traghettatrice!”. Le ossa vennero solennemente introdotte in chiesa e poste sotto l’altare, nascoste da un pannello di legno affinché i fedeli potessero ammirare queste sante reliquie per tre giorni all’anno, giusto in occasione della Sua festa.
E oggi è il giorno dell’apertura. In chiesa. Alle 18.

* * *

Visito le tombe (quella della Scimmia è una patacca: il restaurato affresco si vede meglio in cartolina) e ritorno in città. Manca mezz’ora alle 18. Entro in chiesa. Il primo pilastro attira subito la mia attenzione: ad un’altezza “giusta” vi è un buco dai bordi lucidi. Vi infilo le dita della mano: lo stesso gesto che nel 1989 avevo fatto a Santiago de Compostela, imitando centinaia di migliaia di miei predecessori...
L’interno è a tre navate. Le pareti sono interamente ricoperte da mosaici che vorrebbero riportare all’epoca bizantina. Ma l’occhio allenato vede subito che qualcosa non quadra. Scopro infatti che è un finto mosaico, ma ci fa la sua bella figura. Ai lati del portale centrale due pietre ricordano forme leonine, ma coi leoni-tarasca - animali sovente raffigurati mentre mangiano uomini e per questo incaricati di proteggere l’ingresso dei templi, impedendo l’accesso ai demoni - questi non c’entrano proprio per niente: sono solo gli stipiti dell’antica facciata.
A sinistra del portone centrale vi è una colonna nera con un serpente arrotolato “a drago”; a destra, sempre su nera colonna, una croce. Un dejà-vu, per un milanese uso a spingersi in direzione di “quel vecchio là fuori di mano” più noto alle masse come Basilica di Sant’Ambrogio. A Milano il serpente-drago pare sia arrivato direttamente da Bisanzio. Temo che questo abbia fatto meno strada.

Sono lì che giro tra le colonne, annusando tempi e stili ed ecco che suonano campane e campanelle. Sono le 18. Il rito ha inizio. Dalla sacrestia escono quattro sacerdoti e quattro chierici bianco-rosso vestiti (i due colori della fecondità, poco adatti per una vergine), ma non si dirigono verso l’altare. Puntano invece all’ingresso; qui girano a destra per poi scendere restando nel mezzo della navata centrale. La classica circumnavigazione “oraria” vista fare (e fatta) migliaia di volte in India, Nepal, Tibet, Indonesia, Malaysia. Anche al Tempio di Gerusalemme i Leviti usavano girare intorno all’Arca. I musulmani lo fanno alla Mecca. I vescovi cattolici quando inaugurano una chiesa. Un rito arcaico (come le rogazioni) che riporta all’apparente girare del Sole intorno alla Terra: un rito solare per il culto di un dio solare.
Mi sposto in avanti, fino alla colonna più vicina all’altare. A poca distanza ho le autorità: i carabinieri e il sindaco. I quattro celebranti sono compresi nel loro sacro lavoro e non mi degnano d’attenzione. Ergo, pur sempre evitando di invadere il campo altrui, prendo a scattare foto. Il rito prevede l’iniziale scopertura della facciata dell’altare. Un paio di uomini staccano il pannello e davanti al suo pubblico si manifesta la cerulea vergine del lago. Inevitabile lo scroscio d’applausi, così tanto di moda in Italia che non lo si fa mancare neppure ai funerali; a me pare una bestialità, a meno che ...con l’applauso non si intenda manifestare la propria gioia nel vedere il caro estinto avviarsi alla tomba.
Sono preparato: al Museo le donne mi avevano raccontato di come un tempo si mostravano ai fedeli le sante ossa: “Da bimbetta mi facevano così tanta paura!”. Ma dal 2002 il teschio è ricoperto da una maschera che una luce azzurrina rende ancor più cadaverico: “Adesso fa ancora più impressione”.
Segue la messa, caratterizzata da continue elevazioni di braccia, una posa che riporta alle “figure oranti” graffite fin dai tempi remoti. Utilizzata dagli israeliti, questa ieratica postura trovò la sua naturale continuità nei riti cristiani; toccherà a Tertulliano e ad Origene richiamare i fedeli ad un uso più moderato, evitando di esasperare il gesto per dare maggior senso d’intimità alla preghiera. Qui, temo che i quattro concelebranti non abbiano confidenza con gli scritti dei citati Padri della loro Chiesa...

Tutto ha un principio, tutto ha una fine. Anche la Messa. Dopo un attimo di raccoglimento davanti all’incerato scheletro, gli otto lasciano l’altare dando via libera alla devozione locale. Ma devono affrettarsi, i fedeli, perché ai sacerdoti tocca l’impegno della cena con le autorità, seguita da un’altra fatica professionale: spostarsi di pochi chilometri e raggiungere le sponde del Lago, dove, ma solo dopo la loro benedizione, avranno inizio i fuochi artificiali.
Non volendo in nessun modo disturbare la devozione altrui, mi metto in disparte ed attendo che tutti i presenti portino il loro omaggio alla santa. Ad altare libero mi avvicino e vedo quel che da lontano mi era stato negato: a sinistra vi è un mosaico - questo si che è vero - resto di una pavimentazione romana. Ci giro attorno e trovo, proprio dietro l’altare, la scritta fatta apporre dal probabile proprietario della villa che qui sorgeva: Partenio Macario.
Faccio appena in tempo a scattare qualche immagine del pavimento che subito la cattedrale precipita nel buio: i sacerdoti, uscendo, spengono sempre le luci. Non mi resta che accodarmi a loro verso la porta. Solo la fioca luce emessa dalla teca con lo scheletro della santa illumina il mio cammino. È il momento di dirle addio: al ristorante ho prenotato un tavolo per le ore venti.

PS: il giorno dopo ho raccolto un dépliant illustrativo della cattedrale e del miracolo della santa. Vi leggo:

CATTEDRALE DI S. SECONDIANO
Chiesa paleocristiana (VI secolo)

Per illuminare la Cattedrale è possibile usufruire della gettoniera
all’entrata della porta laterale sinistra. Attenzione agli scalini!!!

CRISTIANESIMO A CHIUSI
E NASCITA DELLA CATTEDRALE

Il cristianesimo è presente a Chiusi fin dal sec. III come risulta dalle due catacombe dette di S. Mustiola e di S. Caterina, che risalgono a tale epoca. La comunità cristiana chiusina, probabilmente fin dal tempo delle per­secuzioni, si riuniva per la celebrazione dei divini miste­ri nelle catacombe e nella casa di qualche fratello di fede. Di quella antica “domus ecclesiae” e rimasta una traccia nel pavimento di un antico edificio ritrovato nei recenti scavi. Parte del pavimento ritrovato e posto adesso intorno all’altare maggiore, porta il nome del probabile proprietario “Partenio Macario”.
Questa primitiva basilica cristiana fu distrutta durante la guerra gotico-bizantina (535-553) che non risparmiò tanti altri edifici della città di Chiusi. Passata la bufera il vescovo chiusino Florentino, tra il 554 e il 560, fece ricostruire la basilica-cattedrale che fino ad oggi conser­va sostanzialmente l’originaria architettura. Lo stile della cattedrale è sicuramente paleocristiano, ultima espressione dell’arte romana con gli influssi dell’arte bizantina che negli stessi anni costruì a Ravenna le chiese di S. Apollinare e S. Vitale. La facciata, come oggi la vediamo, è il risultato dei restauri effettuati tra il 1881 e il 1894. Infatti il vescovo Pannilini fece una serie di interventi per adattarla al suo tempo. Tra questi fu aggiunta una nuova orchestra che ha obbligato a tra­sformare la facciata con l’aggiunta del Pronao. Del por­tale centrale rimangono solo gli stipiti laterali.
La dedica a S. Secondiano, nobile romano martirizzato a Centocelle, il cui corpo fu trasferito a Tuscania, non è chiaramente spiegabile se non con una particolare devozione a questo martire da parte del vescovo Florentino.
Diciotto colonne, di cui poche in travertino e le più in marmi pregiati, sorreggono le arcate dividendo la nava­ta centrale da quelle laterali. Provenienti da vari edifici della città distrutta, queste colonne sono di diversa altezza e dimensione e sormontate da capitelli di ordine ionico e corinzio. Sopra i capitelli vi sono i pulvini di adattamento e in alcuni di essi vi è la presenza di rudi­mentali bassorilievi che hanno un alto valore di simbo­lismo cristiano (per maggiori informazioni, consultare il testo di Onedo Meacci). In un pulvino posto sotto la terza colonna di sinistra, è la memoria del vescovo Florentino che fece costruire la cattedrale. Nelle pareti delle navate laterali sono murate varie iscrizioni e collo­cati alcuni frammenti di antichi sacri monumenti.
Sull’abside e sulle pareti della navata centrale e del transetto si trova un finto mosaico eseguito nel XIX sec. dal pittore senese Arturo Viligiardi che per la decorazio­ne fu coadiuvato dal un altro senese, Loli Piccolomini. Il dipinto dell’abside, ispirato ai mosaici della Basilica di S. Maria Maggiore in Roma, porta la data 1892; quello a destra, raffigurante la martire Orsola, fu eseguito due anni più tardi.
Ai lati della navata centrale ci sono due Cappelle. A destra la Cappella della Madonna e S. Caterina da Siena (con affresco raffigurante la Santa senese che impara miracolosamente a leggere e scrivere). L’affresco è sempre del pittore A. Viligiardi, mentre la cappella fu costruita agli inizi del sec. XVII dal Vescovo Alfonso Petrucci che sotto il pavimento volle la sua tomba.
Altri vescovi hanno avuto sepoltura in questa cappella. L’ultimo che vi ha trovato riposo è il vescovo Mons. Carlo Baldini.
A sinistra c’è la cappella del SS.mo Sacramento, eretta dal Vescovo Mons. Pannilini agli inizi del sec. XIX. Interessante il quadro sull’altare con la Natività di Cristo tra i santi Secondiano e Girolamo, opera del pit­tore senese Bernardino Fungai nato nel 1460 e morto nel 1516.

LA SPIRITUALITÀ NELLA COMUNITÀ
DI CHIUSI HA UN NOME: S. MUSTIOLA

Oltre l’arte e la sua antica origine, la Cattedrale di Chiusi è illuminata dalla presenza dello spirito e del corpo di una santa che, agli albori del cristianesimo, ha testimoniato con il sangue la fede e l’amore per Cristo: Mustiola. La storia di questa giovane nobile romana è interessante perché testimonia l’impatto che i primi cristiani dovettero affrontare con il paganesimo e la presunta divinità attribuita agli imperatori romani. Mustiola, infatti, fuggita da Roma a causa della perse­cuzione dell’imperatore Aureliano, si rifugiò, attraverso varie peripezie, nella vicina Chiusi dove esisteva già una viva comunità cristiana. Essa divenne, per questa comunità luce e conforto sia spirituale che materiale poiché si prodigava nella carità soprattutto verso i biso­gnosi e i carcerati. Scoperto dai suoi nemici il luogo dove si era rifugiata, venne catturata, processata e ucci­sa con le piombate nella piazza di Chiusi nell’anno 274. Fu sepolta nella catacomba che dista 2 chilometri dal centro storico e che in seguito prese il suo nome. La venerazione per questa Santa Martire non si è mai interrotta durante tutti questi secoli. Anzi si è estesa in tante parti d’Italia, da Milano a Pescara dove esiste anche oggi la cattedrale intitolata a lei. Tante Chiese, sparse nel territorio italiano, sono dedicate a lei e por­tano i segni della sua presenza nelle pitture e nelle scul­ture. Il suo corpo, dopo la traslazione fatta dal Vescovo Pannilini nel 1784 dalla omonima basilica cimiteriale al Duomo, adesso è posto sotto l’altare maggiore e viene esposto al pubblico una volta all’anno in occasione dei festeggiamenti che vengono fatti in suo onore il 3 di luglio. Durante l’ultima ricognizione avvenuta il 16 marzo 2002, è stato fatto un intervento sul teschio della santa martire, ricostruendo il suo volto con la probabi­lità del 90% di come lo hanno veduto i suoi contempo­ranei. Questa tecnica di ricostruzione è stata ideata e realizzata dal prof. Mallegni, paleoantropologo dell’Università di Pisa. Chi desiderasse avere maggiori informazioni su questa ricostruzione, può usufruire dell’opuscolo “Santa Mustiola, martire cristiana del III secolo” che illustra l’intervento eseguito sul suo corpo.

* * *

Come si vede, l’attuale interpretazione ecclesiastica del “miracolo” della santa è totalmente diversa da quella raccontatami a voce dalle popolane.
Come scrisse George Bernard Shaw (1856-1950), “esistono cinque tipi di bugie: la bugia semplice, le previsioni del tempo, la statistica, la bugia diplomatica e il comunicato ufficiale”.

© Testo e fotografie di Giancarlo Mauri
















martedì 13 gennaio 2015

Voltaire e Segneri, ovvero La storia è una sequenza di bugie


Mail inviata il primo dicembre 2010

Da anni sperpero al vento, sia con scritti che oralmente, che tutta la “Storia” è fondata su grandi bugie, essendo sono stati i vincenti a scriverla. Fino a pochi decenni fa gli Hittiti erano “solo” una delle piccole tribù citate nella Bibbia. Oggi sappiamo che le loro leggi statali e le loro leggende - scritte su decine di migliaia di tavolette di terracotta emerse dagli scavi archeologici di Boğazköy (Hattusa) e Yazilikaya, siti da me visitati negli anni Ottanta - sono alla base del racconto biblico. Ma al popolo non si deve far sapere che i vincitori hanno derubato la cultura dei vinti. Di recente, l’ha detto e l’ha scritto anche Umberto Eco, quindi ho le spalle scoperte.
Si veda:
http://video.corriere.it/storia-fatta-grandi-falsi/127a9c26-f197-11df-8c4b-00144f02aabc
Umberto Eco, Il cimitero di Praga, pp 339-340.
Goody Jack, Il furto della storia, edito in Italia da Feltrinelli.

Oggi ho letto per la milionesima volta la storiella di una frasetta di Voltaire, che, come la citazione di Lapalisse, rientra tra i continui piccoli falsi, più difficili da estirpare dei grandi, perché “verità” imparata nelle aule scolastiche o peggio ancora su Wikipedia, dunque automaticamente “vera” (se la gente usasse riflettere, capirebbe che Lapalisse mai avrebbe potuto incidere la propria lastra tombale; dunque altri sono i responsabili della frase “lapalissiana”…).

Porto il mio contributo: così come Galilei non ha mai scritto: «Eppur si muove» e in nessun luogo delle opere di Machiavelli si trova «Il fine giustifica i mezzi», allo stesso modo Voltaire non ha mai scritto né detto «Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire». E allora da dove nasce questa leggenda metropolitana?
Ricordo che il vanesio e inconcludente giornalista televisivo Sandro Paternostro - colui che aveva impostato il “canone” delle corrispondenze televisive da Londra sulla filiera tematica cappellini-della-regina, mostre-canine e via minchionando (e tutta l’Inghilterra di Hume e di Dickens, del Labour e di Shaw che vada a farsi benedire) - amava ripetere questa formula nel programma televisivo Diritto di replica, in onda nel 1991 su RaiTre, con Fabio Fazio co-conduttore.
Ma se François-Marie Arouet de Voltaire, signore di Ferney, non ha mai detto o scritto questa frase, come mai gliela si attribuisce?
Risposta: la sola versione nota di questa citazione è quella della scrittrice inglese Evelyn Beatrice Hall, nascosta dietro lo pseudonimo S. G. Tallentyre: «I disapprove of what you say, but I will defend to the death your right to say it.», in The Friends of Voltaire, 1906, ripresa anche nel successivo Voltaire In His Letters, 1919.





Per chiudere la storia di questa falsa citazione, Charles Wirz, Conservatore de l’Institut et Musée Voltaire di Ginevra, ricordava nel 1994 che Miss Evelyn Beatrice Hall, mise, a torto, tra virgolette questa citazione in due opere da lei dedicate all’autore di Candide, e riconobbe espressamente che la citazione in questione non era autografa di Voltaire in una lettera del 9 maggio 1939, pubblicata nel 1943 nel tomo LVIII, intitolato Voltaire never said it, della rivista Modern language notes, Johns Hopkins Press, Baltimore, pp 534-535.
Ecco di seguito l’estratto della lettera in inglese:

«The phrase “I disapprove of what you say, but I will defend to the death your right to say it” which you have found in my book “Voltaire in His Letters” is my own expression and should not have been put in inverted commas. Please accept my apologies for having, quite unintentionally, misled you into thinking I was quoting a sentence used by Voltaire (or anyone else but myself).»

Le parole “my own” sono messe in corsivo intenzionalmente da Miss Hall nella sua lettera.
A credere poi a certi commentatori (Norbert Guterman, A Book of French Quotations, 1963), la frase starebbe anche in una lettera del 6 febbraio 1770 all’abate Le Riche, dove Voltaire direbbe: «Monsieur l’abbé, je déteste ce que vous écrivez, mais je donnerai ma vie pour que vous puissiez continuer à écrire.» Peccato che se si consulta la lettera citata, non si troverà né tale frase e nemmeno il concetto. Essendo breve tale lettera, è meglio citarla per intero e scrivere la parola fine su questa leggenda.

A M. Le Riche,
A Amiens.
6 février.
Vous avez quitté, monsieur, des Welches pour des Welches. Vous trouverez partout des barbares têtus. Le nombre des sages sera toujours petit. Il est vrai qu’il est augmenté; mais ce n’est rien en comparaison des sots; et, par malheur, on dit que Dieu est toujours pour les gros bataillons. Il faut que les honnêtes gens se tiennent serrés et couverts. Il n’y a pas moyen que leur petite troupe attaque le parti des fanatiques en rase campagne.
J’ai été très malade, je suis à la mort tous les hivers; c’est ce qui fait, monsieur, que je vous ai répondu si tard. Je n’en suis pas moins touché de votre souvenir. Continuez-moi votre amitié; elle me console de mes maux et des sottises du genre humain.
Recevez les assurances, etc.

Ma ormai la frase creata da Miss Hall aveva varcato l’Atlantico e dopo un piccolo rimbalzo nei circoli ristretti dei liberal era entrata nel formidabile circuito dei media americani, tramite il popolare Reader’s Digest (Giugno 1934) e la Saturday Review (11 Maggio 1935). E da allora la sua diffusione è stata inarrestabile.
Una piccola bugia in meno? Brutto esercizio se si ha in mente di far carriera nell’immondo della politica. Non imparerò mai.



Lo stesso giorno ho ricevuto questo commento, che mi ha dato il verso per riportare in auge Paolo Segneri, un personaggio su cui sono inciampato mentre scrivevo la biografia di Niccolò Stenone:

Wednesday, December 01, 2010 7:14 PM
Molto interessanti le specifiche su Voltaire. Spero (e visto il carattere dell’uomo potrebbe essere vero) che sia reale almeno l’aneddoto relativo all’avvicinarsi della morte. Ove non ti fosse noto (del che dubito) lo riporto: sembra che in quella occasione Voltaire chiedesse che gli venisse portato un costume da Arlecchino, allora chiamato “domino”. A chi gli chiedeva a che gli servisse (ed evidentemente pensava che la richiesta dipendesse dallo stato confusionale del coma) rispose: sta scritto “beati qui in Domino (o domino) moriuntur”. Se ti era nota AMEN. Ciao, PT

No. È un versetto dell’Apocalisse (vedi l’esegesi ad opera del gesuita Paolo Segneri), mai sulla bocca di Voltaire. C’est tout. Ciao











lunedì 12 gennaio 2015

Il Buco della sabbia


Ogni volta che salgo a San Pietro al monte non riesco a fare a meno di entrare nel cosiddetto Buco della sabbia, una fenditura della roccia che degli esseri umani vissuti oltre 4500 anni fa avevano scelto per seppellire i loro morti. Un luogo sacro, dall’apertura che ricorda il sesso femminile, una similitudine essenziale per mettere in atto quello che gli antropologi definiscono il regresso in utero, pratica tuttora in uso tra le popolazioni tribali (e non solo): il morto appartiene alla Madre Terra, colei che l’ha nutrito in vita, e nel grembo della Madre Terra deve tornare.
Intesa come forma primordiale di un’idea di rinnovamento della vita, di ri-nascita - sotto forma di cibo, se non come corpo - questa antica pratica non è sfuggita ai professionisti del sacro che subito l’hanno fatta loro.
Raccontare del rito utile a nutrire le divinità richiede tempo e spazio, e così condenso: grazie alla intermediazione del clero officiante, i canti, i salmi e il cibo offerto durante i riti salendo al cielo nutrono gli dei. Privati di questi riti nessuna divinità potrebbe sopravvivere, finendo per morire di inedia. (Qui si nota come luomo abbia creato gli dei a sua immagine e somiglianza, facendoli abitare in ricchi palazzi e regalando loro ogni sua abitudine: lira, linvidia, la sessualità libertina; sarà il monoteismo a girare le carte in tavola, incaricando il Dio proprio delle tribù ebree di creare luomo a sua immagine e somiglianza ...con identici risultati). Questo pericolo - se gli dei muoiono il mondo finisce con loro - obbliga le popolazioni a riccamente sostenere il clero affinché possa imbandire laltare (la tavola da pranzo degli dei) con i migliori prodotti graditi ai divini, utili a mantenerli vivi, floridi e generosi. Per approfondimenti rinvio ai cataloghi di Adelphi e della risorta Luni, che in materia hanno non pochi titoli importanti.
Mi limiterò quindi al più semplice rituale del regresso in utero, che vede l’accolito entrare carponi in uno stretto e umido passaggio, simbologia del suo ritorno nel ventre materno (ri-generazione). È un rito di fertilità tuttora molto diffuso nella società contadina: anni fa l’ho visto praticare in Francia …ma anche a Bethlehem.
In India, terra che si è spiritualmente nutrita dei miti provenienti dall’area iraniana, questa doppia nascita (dvija) accomunava gli uomini e gli uccelli - questi nascono dapprima come uovo e poi una seconda volta uscendo dal guscio - e tale somiglianza veniva menzionata sia quando si trattava di spiegare il motivo per cui l’Altare del Fuoco doveva avere la forma di un uccello dalle ali spiegate, sia quando si doveva far comprendere alle masse il concetto del ritorno “al cielo” dei Padri: il corpo (l’uovo) resta a terra, lo spirito (l’uccello) vola.
Nell’area dravidica - il profondo Sud dell’India - il rituale del regresso in utero, che prevede l’unione intima della maschile pietra e della femminile acqua (il duro e l’umido), è stato sostituito dal soffio d’aria calda generato dall’elefante del tempio. Sebbene sia un rito destinato alle donne, io l’ho sperimentato più volte (è troppo bello per rinunciarvi), suscitando l’ilarità del pubblico femminile e il benevolo assenso dei maschi. Dunque: ci si pone davanti al sacro elephax - non troppo vicino e non troppo lontano - e si allunga la mano con la monetina; l’elefante, ben addestrato, gira l’offerta al suo conducente, rizza la proboscide per poi calarla fino a toccare la parte superiore della fronte dell’accolito, che l'appendice tattile stringe leggermente prima di lanciare un soffio d’aria calda. Fatto questo, la proboscide torna penzoloni e la donna può andare, pronta a (ri)generare (grazie al meno sacrale contributo di un uomo, ovviamente).



Vorrei ricordare che da noi lo stesso rituale è visibile, sebbene camuffato dai simboli imposti dalle teologie occidentali, nell’immersione in una marmorea fonte battesimale: vi si entra morti e si riemerge vivi grazie al potere rigenerativo della pietra e dell’acqua. E a ricordarci tutto questo provvede la simbolica forma ottagonale imposta a tutti i battisteri: otto, numero sacro d’origine mesopotamica, significa la ri-nascita, la resurrezione - e per ri-nascere si deve prima essere morti. Del resto, anche le strutture mortuarie hanno una forma ottagonale: lì giace il corpo, l’involucro, mentre il suo spirito si è librato in cielo, risorto (e qui il pensiero torna alla dualità uomo-uccello di cui sopra).
A ben guardare, sebbene rivestito da vesti nuove cucite addosso su misura, il rituale messo in pratica dai nostri preistorici antenati non è poi così tanto diverso dall’attuale: riporre il corpo del defunto in una grotta affinché la Madre Terra lo reintroduca (a suo modo) nel ciclo vitale è un concetto così tanto diverso da un corpo deposto in una grotta in attesa della sua resurrezione? - ma anche, più umanamente, polvere torni polvere finché uno squillo di tromba darà il via ad una resurrezione finale?

Torno coi piedi per terra (o meglio: sottoterra). A non molta distanza dal Buco della sabbia un ormai sbiadito cartello riassume in brevi note le fasi della sua scoperta e dei lavori di scavo. Io non amo far mia la farina altrui, quindi propongo la sua trascrizione integrale. Eccola:

Buco della sabbia

La scoperta. Nel 1956 alcuni speleologi di Valmadrera scoprirono questa piccola cavità carsica, a quota m 445 sopra la fascia rocciosa, oggi nota agli arrampicatori come “Falesia di Civate”. Negli anni 1961-1964 venne condotta una campagna di scavi a cura del Museo Civico di Storia Naturale di Milano, e furono scoperti molti reperti archeologici.
La struttura. La grotta, lunga in tutto solo 15 metri, ha una struttura irregolare: è costituita da tre camere successive intervallate da diaframmi di roccia. Le due camere interne, dapprima quasi completamente riempite da terra e sedimenti, furono liberate con gli scavi e rese accessibili. L’ultimo vano (dimensioni m 2,2 x 2,5, ma molto alto) è quello che conteneva la maggior concentrazione di reperti. Non è raro imbattersi in qualche pipistrello, aggrappato a testa in giù sulla roccia, che ha scelto la grotta come riparo. Questi simpatici mammiferi volanti sono molto sensibili: non disturbiamoli!
L’ultima camera è completamente buia: per la visita è necessario quindi munirsi di una lampada.
I reperti archeologici. Inglobati all’interno dei sedimenti furono rinvenuti diversi reperti: buona parte di essi è ora esposta al Museo Archeologico di Palazzo Belgiojoso, a Lecco.
In superficie si trovavano i resti più recenti: frantumi di urne in ceramica nera, che dovevano contenere le ceneri dei defunti, probabilmente di età romana; frammenti di vasi giallo-bruni e una moneta dell’imperatore Gallieno (III sec. ca.); circa 40 cm sotto la superficie vennero ritrovati resti ossei umani di almeno cinque individui di diverso sesso ed età. La grotta doveva essere quindi una vera e propria necropoli a inumazione. I corpi, accompagnati anche da corredi funerari, venivano solo appoggiati sul terreno, e non ricoperti di terra; queste modalità di sepoltura sono tipiche del periodo Eneolitico, cioè dell’età del rame (2600-2500 a.C.).
Lungo le pareti delle due camere interne sono state rinvenute incisioni rupestri filiformi (molto deteriorate), assolutamente uniche in tutto il territorio padano.
Corredi funebri. Per accompagnare il morto nella sua “nuova vita”, venivano posti accanto al corpo alcuni oggetti di uso quotidiano e ornamenti: strumenti in pietra (lamelle, raschiatoi, punte di freccia, un ago in osso) e ornamenti: una perlina e un anello in rame, e diversi canini ed incisivi di tasso, cane, volpe, maiale, forati alla base per poterli infilare in collane, orecchini etc.
Resti faunistici. Le numerosa ossa di animali ritrovate nella grotta hanno consentito di ricostruire, oltre al tipo di alimentazione di quelle popolazioni, anche l’ambiente naturale di quel periodo. Sono state ritrovate ossa sia di animali domestici che selvatici.
Animali domestici: prevalgono nettamente la capra, poi le pecore, mentre meno presenti sono i maiali e ancor meno i bovini; è ben rappresentato anche il cane.
Fauna selvatica: oltre a ossa di mammiferi (cervo, capriolo, gatto selvatico, lepre) interessanti sono i resti di uccelli. Sono state ritrovate sia ossa di uccelli acquatici, cosa che indica la presenza del vicino lago di Annone, sia di Gallo Cedrone, che invece vive in boschi di conifere d’alta quota. Evidentemente il clima d’allora era più freddo dell’attuale.
La Cultura di Civate. I resti ritrovati suggeriscono che le popolazioni si dedicavano alla pastorizia (pecore, cani) e alla caccia; l’epoca in cui questa grotta fu utilizzata come necropoli risale a circa 2600-2500 a.C. I caratteri di quella popolazione sono abbastanza originali, tanto da meritarsi un nome proprio, quello di “Cultura di Civate”. Ritrovamenti simili sono stati effettuati nel vicino Buco del Piombo, sopra Erba. In generale si possono avvicinare a quelli di popolazioni provenienti dall’Italia centro-meridionale che nel corso di diversi secoli hanno colonizzato la Pianura Padana.

Notizie storiche tratte da: Ottavio Cornaggia Castiglioni, La cultura di Civate: una nuova facies arcaica della civiltà eneolitica della Lombardia. Annali Soc. Ital. Sc. Nat. Milano, 15/3/1971.

LE FOTOGRAFIE DI
GIANCARLO MAURI