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giovedì 28 aprile 2022

27-28 aprile 1945. La cattura e la fucilazione di Roberto Farinacci


La «resistenza» nel vimercatese, una raccolta di scritti edita nel 1975 dal Comitato Unitario Antifascista - Città di Vimercate, propone una doppia lettura politica dei fatti storici (e già scrivere «resistenza» tra virgolette porta a più di una riflessione, allora come oggi): le pagine da 5 a 34 (testo redazionale) e da 37 a 49 (Testimonianze) sono compilate da persone “di sinistra”, così come le pagine da 53 a 77 riportano ad una mano clericale. Comunque sia, ecco le due versioni della cattura e la fucilazione del gerarca Farinacci:

[p. 30]
Dal rapporto della 104a Brigata S.A.P. «Citterio», stralciamo:
«…Verso le ore 7 di venerdì 27 aprile una colonna composta da una sessantina di automezzi fra automobili, autocarri e motocarrozzette, transitava sulla strada provinciale al posto di blocco di Calco, proveniente dalla direzione di Bergamo. Arrivata l’autocolonna all’altezza di Rovagnate, dove era appostato il distaccamento forte di una cinquantina di uomini con mitragliatrici bene appostate, avveniva l’attacco.
Data la forza dell’autocolonna, se ne lasciava sfilare circa i 2/3, e si attaccava la coda con fuoco ben aggiustato, che colpiva l’obiettivo in pieno, provocando perdite notevoli e scompiglio nelle file nemiche.
Alcuni automezzi venivano catturati, altri fuggivano verso Como, mentre le due ultime macchine giravano e ritornavano velocemente nella direzione di Brivio. Al posto di blocco di Calco interveniva la sezione di distaccamento che riusciva a colpire e ad arrestare una grossa vettura Bianchi coi passeggeri, mentre l’altra vettura, una Aprilia, riusciva a proseguire inseguita da una nostra macchina montata da 5 uomini. L’Aprilia, crivellata di colpi, veniva costretta ad arrestarsi all’altezza di Beverate. Su di essa era il gerarca Roberto Farinacci, incolume, la sua accompagnatrice marchesa Medici del Vascello gravemente ferita alla testa, e un maresciallo della G.N.R. già morto. La mattina seguente Farinacci veniva trasferito al comando di Divisione di Vimercate».

[pp. 69-73]
Fra i numerosi atti che si potrebbero ricordare, il fatto più saliente fu la cattura e l’esecuzione sulla piazza Unità d’Italia di Vimercate, di uno dei maggiori responsabili della dittatura fascista: Roberto Farinacci.
Qui l’unica versione documentata sull’arresto del gerarca cremonese, dopo quanto si è scritto e pubblicato in quei giorni e successivamente sull’argomento, rimane quella di chi compì l’arresto della piccola colonna Farinacci a Beverate e ne lasciò una dichiarazione che qui si trascrive:
«Per il grosso comando tedesco di Merate avevamo precedentemente agganciato il comandante delle truppe mongole aggregate ai tedeschi ottenendo l’assicurazione che in caso di combattimento esse si sarebbero senz’altro schierate con noi. Fortunatamente non fu necessario perchè con i tedeschi venne concordato che non sarebbero intervenuti, purché non molestati sino al sopraggiungere delle truppe alleate. Anzi ci furono molto utili perchè furono loro a convincere le colonne dei loro camerati in transito nella nostra zona e arrendersi anziché proseguire per la Germania.
Era curioso assistere allo spettacolo di armatissimi reparti, arrendersi al nostro primo cenno mentre sarebbe bastato poco tempo per loro, grazie alla loro superiorità per annientarci.
Fu invece contro i reparti fascisti in fuga verso Como e provenienti da altre zone, che ci scontrammo più volte subendo, purtroppo, notevoli perdite al bivio di Rovagnate, Brivio, Bulciago ed altrove.
È stato appunto durante l’attacco contro una di queste colonne provenienti dalla provinciale di Bergamo e diretta a Como che venne catturato Roberto Farinacci. La colonna riuscì a forzare a Brivio ed a Calco, trovando notevole resistenza a Rovagnate, Farinacci seguito da una vettura dei più fedeli tentò la fuga in direzione di Lecco abbandonando la colonna.
Mi trovavo in quel momento al bivio di Calco e con vari compagni mi accingevo a dare battaglia alle retroguardie quando, notando le due macchine in fuga, decidemmo di inseguire con una vettura la prima macchina mentre per la seconda sarebbe stato compito di altri miei compagni.
Sparammo alcuni colpi in aria per costringere la macchina, che a forte andatura ci precedeva, a fermarsi; questi aumentarono la velocità e cominciarono a sparare contro di noi. Fu allora che con alcune raffiche costringemmo la vettura con le gomme sfaciate a fermarsi davanti allo stabilimetno Rivetti di Beverate. Sulla vettura oltre che Farinacci alla guida e illeso, trovammo la Marchesa Carla Medici del Vascello, segretaria dei fasci femminili gravemente ferita ed un milite morto. Su una macchina di nostri compagni, sopraggiunta in quel momento, inviammo la Marchesa Medici all’Ospedale di Merate dove, senza riprendere conoscenza, spirò alcuni giorni dopo.
Farinacci fu caricato sulla nostra macchina; arrivati al posto di blocco di Cicognola in Merate si riuscì a telefonare al comando di divisione di Vimercate dove fu ordinato di consegnare il prigioniero.
Non fu possibile consegnare il Farinacci al comando perchè su quelle strade eravamo impegnati con altre formazioni nemiche ed il prigioniero fu trattenuto tutta la notte presso la villa Prinetti di Merate, guardato a vista da me e dal mio Commissario Politico.
Il mattino dopo, sotto buona scorta, venne inviato con un autocarro, al Comando di Vimercate».
La testimonianza di Angelo Gerosa, già Comandante del distaccamento di Merate (104a Brigata Garibaldi-Citterio) permette di chiarire definitivamente le illazioni comparse sui giornali e pubblicate in alcuni libri sulla cattura e le ultime ore di Farinacci.
Nelle prime ore del 27 aprile venne portato dal Comando Partigiano in Comune, con una grande folla che si accalcava nel cortile del Municipio e nell’anticamera del Sindaco.
Qui immediatamente, Sindaco, C.L.N. e Comandanti Partigiani discussero sulla modalità del processo al gerarca fascista. Il Sindaco, appoggiato dal rappresentante della D.C. nel C.L.N., insistette affinchè Farinacci fosse portato a Milano per essere giudicato dal Tribunale Speciale secondo le direttive delle autorità politiche e militari colà costituite, e le norme da tempo emanate dal C.L.N.A.I. (Comitato Liberazione Nazionale Alta Italia).
A tali direttive si oppose il rappresentante P.C. nel C.L.N. Achille Frigerio, appoggiato dal rappresentante del P.S.I., sostenendo che il popolo esigeva giustizia sommaria con un tribunale composto dalle famiglie dei sei caduti Vimercatesi ad Arcore, dai membri del C.L.N. e presieduto dal Sindaco. Il capo dell’amministrazione comunale, che si rifiutò, considerava suo dovere inviare il Farinacci al Tribunale Speciale non per eludere la responsabilità politica e morale di tale presidenza, ma per il rispetto democratico e militare che si dovevano agli ordini ricevuti tassativamente dalle autorità del Comitato Liberazione Nazionale Alta Italia.
Qui avvenne uno scontro verbale violento fra il Sindaco Sirtori ed un Comandante della Divisione «Fiume-Adda», il quale non conoscendo la provenienza del Sindaco dalle file partigiane, credette di poterlo accusare di pusillanimità. Ma avvertito delle attività di Sirtori quale Comandante delle Brigate del Popolo, chiese allora un breve colloquio privato con il Sindaco stesso.
Il Comandante giustificava il processo sommario con il timore che altre colonne nazi-fasciste, ancora attorno a Vimercate, riuscissero a liberare Farinacci, ed il Sindaco allora si offrì, di fronte ai Membri del C.L.N. di portare sotto la sua personale responsabilità, il gerarca fino a Milano o vivo o morto purché mettessero a sua disposizione un automezzo ed un autista.
Prevalse la tesi del giudizio sommario e si istituì un tribunale nella Sala Consigliare, composto dai membri del C.L.N., alcuni rappresentanti delle famiglie dei giovani Vimercatesi caduti, e presieduto da Frigerio Achille.
Parlò il Comandante partigiano accusando il Farinacci di vari reati e di tradimento della Patria.
Rispose Farinacci ricordando i suoi atti eroici compiuti in guerra e la sua fede non mai spenta per l’Italia; dopo di che seguì la sentenza di morte emessa dal Tribunale del Popolo.
Il Sindaco, intervenendo in quel momento nella sala, chiese al Farinacci se, come cattolico, desiderava l’assistenza spirituale di un prete prima dell’esecuzione della sentenza. Ebbe risposta affermativa; non tutti però erano d’accordo di concedere tale assistenza al condannato. Una voce tra la folla gridò: «mandate quell’assassino immediatamente alla fucilazione perchè ai nostri partigiani i fascisti non concedevano il sollievo della presenza del prete».
Don Attilio Bassi, già imprigionato dai fascisti appoggiò vivacemente la richiesta del Sirtori e fendendo con lui la folla nella sala, prese Farinacci e lo spinse nello studio del Sindaco, mentre sulla porta, il Sindaco stesso garantiva ai partigiani che Farinacci sarebbe stato riconsegnato appena terminato il colloquio con il sacerdote.
Farinacci uscì con Don Bassi, al quale si affiancò Don Anselmo Radaelli del Collegio Tommaseo e lo accompagnarono fino alla piazza, scortati dai partigiani che proteggevano Farinacci dalla folla. Qui avvenne la fucilazione.
Questo fatto ebbe vasta risonanza non solo in Vimercate, ma in tutta Italia; giornalisti e cronisti si sbizzarrirono in seguito offrendo diverse versioni che poi qualche scrittore fece proprie. Per queste ragioni ci corre l’obbligo di narrare l’accaduto come testimoni oculari.

* * *

Dal 2012 è in rete un ricordo di don Enrico Assi, vescovo di Cremona dal 1983 al 1992, dove sotto il titolo La cattura e la fucilazione di Farinacci. Testimonianza del vescovo E. Assi, vengono riportate tutte le parole, con integrazioni postume, pubblicate a Vimercate nel 1955 e poi inserite nel libro Cattolici e Resistenza. Testimonianza inedita di un episodio della Brianza (emblematico per l’Alta Italia), scritto dallo stesso Assi e pubblicato da Piemme nel 1985.


Seguendo l’ordine cronologico di edizione, al secondo posto vi è Vimercate nella storia contemporanea 1918-1945, un volume di 212 pagine fatto stampare nel 1985 dal Comune di Vimercate. Anche qui tante le firme redazionali e le collaborazioni, come le firme in calce dimostrano. Restando sul tema della cattura e la fucilazione di Roberto Farinacci, queste le testimonianze riportate:

[198-200]
“(...) il 27 aprile del 1945 è stata una giornata particolarmente dura per i partigiani della provincia di Como, ma anche degna di essere ricordata. Erano circa le ore 15 quando al ponte di Brivio sull’Adda (passaggio obbligato per le colonne dei fascisti provenienti da Cremona, Bergamo e Brescia diretti a Como) il presidio disarmò una colonna fascista facendo un enorme bottino di armi. Poco dopo, un’altra colonna giunse allo stesso punto: era formata da circa 60 automezzi. Il comandante scese da una macchina del seguito e chiese di parlamentare con il comandante partigiano del presidio per ottenere il permesso di transito, esprimendo il suo desiderio di arrendersi ai partigiani di Como qualora tale città fosse caduta sotto il dominio di quest’ultimi. Il comandante partigiano con i suoi diretti collaboratori non avevano nulla di contrario, però la situazione si presentava alquanto difficile in quanto sarebbe stato necessario avvisare i distaccamenti lungo la zona, per non spargere dell’ulteriore sangue. Ottenute le necessarie garanzie, la colonna si avviò. Vi erano automobili di ogni specie, torpedoni carichi di ausiliarie e di militi fascisti, diverse specialità militari del regime, tutti con l’arma in mano e inoltre camion che trainavano cannoncini anticarro. Fra tutto questo materiale rotabile si notavano pure delle lussuose macchine con a bordo alti “papaveri” della repubblichetta, quasi tutti accompagnati da donne non in divisa fascista. In coda l’auto di Farinacci. Ma nessuno di noi, in quel momento se ne accorse, anche perchè non lo conoscevamo.
La colonna fascista giunta a Calco aveva abbandonato la strada statale 36 ed aveva preso la provinciale che porta direttamente a Como. Ma a 5 km Farinacci, a causa di una foratura ad una gomma della sua auto, scendeva e immediatamente requisiva per sè e per i suoi due compagni di viaggio un’altra automobile del seguito. Durante il trasbordo dei passeggeri e delle voluminose valigie, Farinacci fu visto recarsi in un vicino prato ed appiccare fuoco a dei documenti. Proprio in quel momento le auto di coda venivano fatti segno a colpi d’arma, per cui Farinacci, rimontato in auto per l’intuito pericolo, si staccava dalla colonna e ritornava indietro. Nel frattempo fu inviato un gruppo di partigiani, dal comando di Merate al distaccamento di Calco per arrestare quattro fascisti, essi pure fuggiti da una colonna precedente. Proprio nel momento in cui si stava eseguendo l’arresto, notammo una Aprilia mimetizzata che ci sembrò alquanto sospetta. Intimammo l’alt, ma questa, anziché arrestarsi, aumentò la velocità. Ci mettemmo all’inseguimento sparando qualche colpo in aria a scopo intimidatorio, ma l’auto continuò la sua pazza corsa. Visto l’impossibilità di fermarla indirizzammo qualche scarica di mitra alle gomme e poi anche all’interno. L’auto sbandò e si arrestò a pochi metri dalla portineria dello Stabilimento di tessitura Rivetti nella frazione di Beverate. Frazione di secondi ci separò dal suo arresto al nostro arrivo. In quel momento si aprì la porta della portineria dello Stabilimento ma si richiuse subito, forse spaventati dalla presenza di uomini armati.
Con discrezione ci avvicinammo all’auto occupata da ignoti, ma nessuno si fece vivo. Poi ad un tratto scese un uomo e venne verso di noi sempre tenendo una mano in tasca. Ciò ci insospettì: l’arrestato poteva da un momento all’altro estrarre un’arma e spararci addosso, dato che non aveva più scampo. Ad un certo momento l’uomo, visibilmente spaventato, si rassegnò a quella che sembrava essere ormai la sua sorte: estrasse la mano di tasca, era di legno, si presentò gravemente, come se quello che doveva rivelare gli pesasse enormemente sulla coscienza e disse: sono Farinacci. Nessuno di noi lo conosceva, ma da un documento preso dalla sua auto confermò quanto quell’uomo valeva per la nostra Brigata.
Nell’Aprilia del gerarca vi era uno sconosciuto privo di qualsiasi documento il quale era morto nello scontro a fuoco.
Nel sedile posteriore giaceva una donna gravemente ferita da due pallottole di mitra alla testa: era la Marchesa Carla Medici del Vascello, amante di Farinacci, segretaria dei fasci femminili. Essa morì dopo 18 giorni di agonia all’ospedale di Merate. Dopo un accordo preventivo con il conte Prinetti di Merate fu deciso di nascondere il prigioniero nella sua villa. Colà giunto, il conte lo ricevette come un ospite di riguardo, cosa che riempì noi partigiani di meraviglia ma più che altro di sdegno: ancor più ci stupimmo quando il conte ci raccomandò di usare il maggior riguardo per il gerarca fascista. Si ebbe la risposta che si meritava senza usare termini villaneschi ma duri. Lasciato il prigioniero in buone mani, con la presenza del commissario politico, il quale saputo dell’arresto giunse poco dopo, ci recammo presso il nostro comando per assumere altri impegni che ci attendevano.
Farinacci fu interrogato per tutta la notte dal Chiessi, commissario di Brigata.
Egli disse che era, da diverso tempo, in contrasto con la politica del Duce e per tanto si sarebbe commesso un grave errore uccidendo uno dei promotori della caduta del fascismo. La mattina del giorno seguente, 28 aprile 1945, Farinacci fu condotto al Comando di Divisione di Vimercate”. (Orfeo Gagliardini)

Il Comando Generale del C.L.N.A.I. aveva da tempo stabilito che i gerarchi fascisti, colpevoli di aver condotto l’Italia alla guerra e alla rovina, erano stati condannati, con voto unanime, alla pena capitale.
I criminali fascisti dovevano essere portati alla sede regionale del C.L.N.A.I., procedura da considerarsi nulla qualora sorgessero gravi problemi per il trasporto del colpevole. In tal caso si dava ampia facoltà decisionale ai Comandi divisionali partigiani. “(...) secondo quanto stabilito Farinacci andava condotto a Milano; mentre si esaminavano le modalità del trasporto, giunse notizia che le vie d’accesso al capoluogo erano percorse da colonne tedesche in ritirata. Per tale motivo il C.L.N. locale stabilì di procedere all’esecuzione del gerarca, in base alla condanna a morte già emessa, dopo averlo processato di fronte ad una giuria popolare”. (Orfeo Gagliardini)

Il processo durò circa un’ora; alle accuse delle atrocità da lui commesse e perpetrate in suo nome, dal 1925 in poi quando cioè ricopriva la carica di Segretario del P.N.F., Farinacci rispose sostenendo che da quel momento era uscito dai quadri dirigenti del regime ed esaltando i suoi presunti atti eroici compiuti nella guerra d’Africa. Terminato il dibattimento, venne data lettura della sentenza emessa dal tribunale del popolo:

Vimercate, 28 aprile 1945
Dopo aver consultato la Giuria, sentita l’accusa e la difesa del teste viene decretata la pena di morte mediante fucilazione alla schiena immediata del famigerato Roberto Farinacci.
IL PRESIDENTE DEL TRIBUNALE DEL POPOLO
Achille Frigerio

“(...) dopo aver ascoltato la sentenza emessa dal Tribunale, Farinacci chiese di poter scrivere una lettera alla figlia: facoltà che gli venne accordata. La sua paura era tanta da non riuscire a tenere la penna tra le dita. Ricevuti i conforti religiosi da Don Attilio Bassi, Farinacci uscì dal Municipio accompagnato dallo stesso sacerdote e da Don Anselmo Radaelli, del Collegio Tommaseo. Mentre i partigiani faticosamente mantenevano l’ordine nella piazza gremita di folla, Farinacci fu condotto di fronte al muro della attuale CARIPLO e alle 9,20 venne dato luogo alla sentenza. Un attimo prima gridò: - Viva l’Italia! -”. (Pasquale Mondonico)


Il terzo volume, Ribelli per Amore della Libertà, porta la firma di Carlo Levati, “il partigiano Tom del 1° distaccamento della 103a Brigata Garibaldi, unico sopravvissuto tra i condannati a morte dal regime per l’attacco al campo di aviazione di Arcore.” A lui cedo la parola:

[99-100]
Il 27 aprile la 104a Brigata catturava una colonna fascista in fuga verso la Svizzera, con al seguito nientemeno che il numero due del fascismo, il fascistissimo Roberto Farinacci. Il gerarca viaggiava assieme alla marchesa Carla Medici del Vascello (segretaria dei fasci femminili e sua intima), su una Aprilia mimetizzata: auto che venne fermata da una sventagliata di mitra, presso Beverate (Como).
Farinacci venne portato a Merate, dove trascorse la notte nella villa del Conte Prinetti; il mattino seguente, il 28 aprile, fu condotto al comando di divisione di Vimercate.
A questo punto va ricordato che il CLN Alta Italia aveva da tempo stabilito la pena di morte per i maggiori responsabili del fascismo. I criminali fascisti dovevano essere portati alla sede regionale del CLNAI, procedura da considerarsi nulla qualora sorgessero gravi problemi per il trasporto del colpevole; in tal caso si dava ampia facoltà decisionale ai Comandi Divisionali Partigiani.
Così, siccome le vie d’accesso a Milano erano percorse da numerose colonne tedesche in ritirata, si decise di procedere all’esecuzione del gerarca, dopo averlo processato di fronte a una giuria popolare.
Il processo avvenne nella sala del Consiglio Comunale. Il pubblico accusatore era Achille Frigerio, del CLN locale.
I giurati erano i familiari dei partigiani fucilati ad Arcore, presidente del Tribunale era l’avvocato Carlo Tolla di Vimercate. Il Farinacci tentò di difendersi dicendo che lui era dal 1926 che non aveva più niente a che fare col fascismo.
Il condannato venne condotto in piazza Unità d’Italia accompagnato da don Attilio Bassi e da don Anselmo Radaelli del Collegio Tommaseo; dopo il conforto religioso venne passato per le armi. Tale era l’esasperazione della popolazione, così duramente provata dalla guerra e dalle violenze dei nazifascisti, che inveì anche contro il cadavere e a stento la si poteva trattenere. Appena fu possibile, gli uomini del servizio d’ordine scortarono il corteo funebre al Cimitero, onde evitare inconvenienti.

* * *

Chiudo questa mia carrellata - volutamente basata su testi scritti da testimoni dei fatti narrati - con una puntualizzazione: sebbene la condanna a morte prevedesse la fucilazione alla schiera (un dettaglio che rinvia alla fucilazione dei giovani partigiani vimercatesi al campo d’aviazione di Arcore), una fotografia mostra l’esatto contrario. Voci non confermate dai testi qui sopra proposti vogliono che due volte Farinacci venne messo col volto rivolto al muro e due volte il gerarca si voltò mostrando il petto. La stessa narrazione vuole che, intuito il gesto, la prima volta il plotone sparò in aria, la seconda al condannato.

Alle immagini d’epoca aggiungo alcuni miei scatti, dove si può vedere la porta al piano terra di Palazzo Trotti da cui fu fatto uscire Farinacci diretto al luogo dell’esecuzione. Quel muro, ben presente nella mia memoria, fu poi abbattuto alla fine degli anni ’50 per far posto ad una filiale della CARIPLO, una banca a suo tempo considerata un ricco “feudo della Democrazia cristiana”.













mercoledì 2 febbraio 2022

2 febbraio 1945


2 febbraio, ore 7 e 10 minuti. Nel 1945, a quest’ora della giornata, sull’area del campo d’aviazione di Arcore, 5 giovani partigiani venivano fucilati alla schiena. Volutamente alla stessa ora del mattino di oggi, 2 febbraio 2022, mi sono seduto davanti alla tastiera e al monitor per stendere queste brevi note di ricordo.

* * *

«Il primo ad essere arrestato dai fascisti della squadra politica di Monza fu Emilio Cereda (…) solo dopo la tragica morte di Iginio Rota ad Arcore venni a sapere che mio fratello era un partigiano» è la testimonianza di Luisa Cereda raccolta dai redattori di Vimercate nella storia contemporanea 1918-1945, un prezioso volume edito nel 1985 a cura dell’Amministrazione Comunale e del Comitato Unitario Antifascista.

«la sera del primo gennaio Aldo era a casa perché si doveva trovare coi compagni per partire in montagna; (…) Alle ore 1,15 irruppero dentro casa i fascisti della squadra politica di Monza, presero mio fratello, gli misero in testa un basco e uno esclamò: Sì, è proprio lui! Signorina, non si preoccupi, lo arrestiamo per accertamenti, sarà rilasciato domani in giornata!». (Ida Motta)

All’insaputa dei componenti il primo distaccamento, quella notte Pierino Colombo e Luigi Ronchi rientrarono da Milano. «(…) circa all’una di notte un gruppo di fascisti, una quindicina, irruppero in casa, cominciarono a perquisire i locali e arrestarono mio fratello» (Lucia Colombo)

«(…) nel silenzio della notte sentimmo battere violentemente alla porta: un gruppo di fascisti irruppe, perquisì la casa nella ricerca frenetica di documenti o armi che comprovassero la sua “colpevolezza” ed arrestarono Luigi. Fu tradotto con gli altri nella caserma della G.N.R.» (Rosa Ronchi)

«(…) intorno alle due sentimmo dei passi salire le scale, poco dopo udimmo battere violentemente all’uscio che venne spalancato: irruppero i fascisti. Pochi attimi prima, resosi conto di quanto stava succedendo, Renato riuscì a nascondersi tra i vetri e le imposte della finestra pronto a saltare di sotto nel cortile. Tale intento gli fu precluso dalla presenza di fascisti che avevano circondato l’abitazione. L’accurata ispezione portò inevitabilmente alla scoperta del nascondiglio e al conseguente arresto di nostro fratello». (sorelle Pellegatta)

«(…) la cella in eravamo reclusi era fredda, aleggiava un tanfo di escrementi che proveniva dal bugliolo sito al centro di essa. Non ci vennero fornite le gavette necessarie a contenere quella specie di brodaglia che costituiva l’unica fonte di sostentamento; poiché la fame era tanta, il secondo giorno decidemmo di utilizzare un putrido catino di alluminio pulito alla meno peggio coi nostri fazzoletti, in quanto non vi era la possibilità da lavarlo. La mattina del terzo giorno di reclusione giunse l’ordine di scarcerazione: contenti passammo a ritirare i documenti e già pensavamo all’orario del tram per il ritorno a casa.
La nostra gioia fu di breve durata: alcuni reubblichini ci caricarono su di un camion per trasferirci, ammanettati, al carcere di Monza. Ricominciarono le operazioni di prassi: immatricolazione, ritiro dei documenti, assegnazione della cella. Fui rinchiuso col padre di Carlo Levati, Francesco, e con Alfredo Parma.» (Felice Carzaniga)

«(…) il 26 gennaio, ottenuto il permesso dal Vice Federale Vaghi, mi recai, con le sorelle degli altri partigiani reclusi, al carcere di Monza. Qui ci dissero che i prigionieri erano stati portati alla Villa Reale per essere interrogati.» (Luisa Cereda)

«(…) il 28 gennaio, una domenica, ci recammo ancora a Monza per portare il cambio dei vestiti; percorremmo la strada a piedi poiché la neve era talmente alta da non consentire al tram il normale esercizio. Giunti alle carceri ci dissero che i nostri cari erano stati trasferiti a Milano per il processo.» (Carla Motta)

«(…) giungemmo a Milano il 28 gennaio, ci fecero un’istruttoria formale in cui ci lessero i capi d’imputazione e ciascuno di noi negò la propria colpevolezza. (…) Il mattino dopo ci fu il processo militare al Palazzo di Giustizia. Il dibattimento si svolse a porte chiuse e durò circa un’ora. La Corte e la Giuria era composta da militari. (…) Dopo circa una mezz’ora ci fu la lettura della sentenza.» (Carlo Verderio - Felice Carzaniga)

* * *

Le pagine che seguono finiscono con una poesia scritta da una persona a me molto cara: Alessandro Peducci, il mio zio Sandro.













domenica 30 gennaio 2022

Ribelli per Amore della Libertà


Leggo a pagina 18 di Ribelli per Amore della Libertà, libro di ricordi scritto dal vimercatese Carlo Levati, già condannato a morte in contumacia dal Tribunale militare straordinario di guerra per l’attacco partigiano al campo di aviazione di Arcore del 29 dicembre 1944:

… a questo proposito voglio ricordare che all’appello del filosofo fascista Giovanni Gentile, rivolto a tutti gli italiani perché recuperassero lo spirito nazionale per rifare la patria disfatta, Concetto Marchesi rispondeva dalle pagine di “La Rinascita” (mensile del Pci, luglio 1944) scrivendo che nel generale disfacimento “restano, per fortuna d’Italia, i ‘ribelli’, Eccellenza Gentile: quelli che voi chiamate i ‘sobillatori’, ‘i traditori, venduti o in buona fede’ ”.

Sì, “per fortuna” (e non solo dell’Italia) vi sono sempre degli esseri umani che non accettano di vivere da servi, usi a obbedir tacendo in nome e per conto di ogni nefandezza spacciata per ‘moralità’, ‘convenzione’, ‘dovere’. Questi ribelli si chiamano partigiani perché di parte, uomini e donne che hanno scelto di decidere da che parte stare, di come condurre la propria vita restando al di fuori del gregge tanto amato dai gestori di ogni forma di potere. Una vita dura la loro, sempre nuotando controcorrente, ma l’unica che vale la pena d’essere vissuta perché propria, mai altrui.
 
* * *
 
Sono nato il 17 novembre 1946 a Vimercate, non in un ospedale ma in casa, nella stanza e nel letto dove con ogni probabilità ero stato concepito. Una stanza al piano terra, con una grande finestra protetta da una inferriata, dove vi erano due letti: quello grande dei miei genitori e, in fondo, vicino al muro, il mio. Mia sorella, nata nel 1940, dormiva nel locale d’ingresso alla casa, su di un divano letto. Una piccola cucina buia perché senza finestre completava la geografia.
Il cesso - al tempo nessuno lo chiamava ‘bagno’ - era fuori, in cortile. Un cubicolo di poco più di un metro per lato, col buco in presa diretta con la pozza per la raccolta di feci e urina. D’estate emanava un fetore insopportabile, arricchito da nugoli di mosche e mosconi. Un cubicolo che condividevamo con altre due famiglie, di cui una portava lo stesso nostro cognome, Mauri, ma tra di noi non vi era parentela.
Enrico Mauri, il loro capofamiglia, di professione era ombrellaio. Nei giorni caldi, usava portare all’esterno il suo tavolo di lavoro, mentre sua moglie, la signora Angelina, correva per le strade in cerca di ombrelli da riparare e/o consegnare i riparati. Raccontate oggi queste sono storie hanno dell’incredibile, più da medioevo che da anni del boom post-bellico.
L’indirizzo. Già, l’indirizzo di casa era via Aldo Motta 57, zona intermedia tra Vimercate e la sua frazione di San Maurizio, dove abitavano i miei nonni e i miei zii Mauri. Una provenienza che pesava nei rapporti coi parenti materni che abitavano ‘al ponte’: tanto erano vicini al clero cattolico i Canavìt del pünt quanto se ne erano liberati i Cavalèn de san Maurisi. Mio nonno Villa lo vedevo sfilare in processione in abiti simil sacerdotali, reggendo stendardi con immagini ‘sacre’. Mio nonno Mauri la domenica usciva di casa per distribuire l’Unità mentre lo zio Dante distribuiva l’Avanti!
Da loro si stava bene. C’era pace, serenità, mai un litigio, tanta allegria e nessun genere di pressione (im)morale. La zia Stella era sempre sorridente e premurosa e una fetta di pane e burro non me la negava mai. Il nonno mi lasciava andare in stalla, prendere l’asino (Saragàt il suo nome …e zoccoli dipinti di rosso), portarlo fuori, ‘vestirlo’ e attaccarlo al carretto. Poi insieme si andava in campagna (a fö). Una vita libera la mia, con momenti di gioia quali l’arrampicarmi sull’albero carico di ciliegie, o sul tetto del pollaio per abbuffarmi di uva americanina (e poi il rapido calar di braghe nel campo per gli inevitabili effetti collaterali), oppure entrare nell’orto per staccare i pomodori o strappare le carote che consumavo sul posto dopo una superficiale pulizia. E poi le uova fresche, appena deposte (e per stimolare la gallina mi era stato insegnato il trucco: infilare un dito nella cloaca fino a toccare l’uovo in gestazione). Momenti di vita sconosciuti ai bambini di oggi, chiusi nelle loro conigliere ipersterilizzate, masturbando in continuazione i tasti di un dispositivo elettronico.
 
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Non ho citato luoghi e nomi così tanto per raccontare. No. Via Aldo Motta ricorda uno dei cinque partigiani vimercatesi fucilati il 2 febbraio 1945 sul campo d’aviazione di Arcore. Alle 7 e 10 di quella mattina accanto alla sua vi erano altre quattro sedie, prese dalla vicina chiesa, e su queste, dando le spalle al plotone d’esecuzione (l’ultimo affronto a loro inflitto) sedevano altri quattro giovani: Renato Pellegatta (21 anni), Luigi Ronchi (24), Pierino Colombo (24), Emilio Cereda (24). Aldo Motta di anni ne aveva 23. Tutti e cinque - nonché gli altri giovani come loro morti durante la resistenza partigiana: Iginio Rota, Carlo Galbussera, Emilio Antonio Colombo, Francesco Rurali e Orazio Parma, appartenevano alla 103a Brigata Garibaldi. Comunisti! urlerebbe la ben nota ed amata dentiera ridens che mai ha raccontato come ha fatto a diventare così tanto ricco in così poco tempo, pur operando in un mondo che aveva strozzato tutti gli utopisti che prima di lui avevano osato parlare di tv privata.
Comunisti! si mormorava (facendosi il segno della croce) anche nella bigotta Vimercate degli anni Cinquanta e Sessanta, laddove le mamme e le zie (dis)educavano la prole a recitare ‘sia lodato Gesù Cristo’ ogni volta che per strada s’incontrava un sacerdote di nero vestito oppure una monaca. Tutto questo non deve stupire: basta consultare i libri di storia locale e si scoprirà come il capoluogo del contado della Martesana - come Vimercate lo era stato - pullulava di monasteri maschili e femminili. A Vimercate ve n’era un’inflazione. Così tanti che a me ricorda la Firenze ai tempi di Cosimo II, dove il numero delle monache superava di gran lunga il numero delle donne non rinchiuse in un monastero. Tutte figure che dovevano essere nutrite a spese del popolo tenuto povero e ignorante, quello che lavorava le terre di proprietà dei nobili e del clero.
Lo faceva anche mio nonno Villa. Poi un giorno la madre superiora delle Canossiane lo chiamò a rapporto. Quando uscì dall’ufficio mio nonno non aveva più un lavoro. Licenziato - e su questo fatto cadde un silenzio, mai rotto. Un mistero doloroso, per il nonno soprattutto. Anime pietose gli trovarono un ripiego come spazzino comunale. Ogni tanto mi faceva entrare nella verde carriola e insieme giravamo per le strade in cerca di carte da spazzare. Lui di questa umiliazione ne soffriva, al pari o forse più di una precedente, così come mi è stata raccontata da mia madre: in via Cavour, di fronte all’osteria della zia Orsolina (una sorella della nonna), un fascista, certo manina perché aveva una mano di legno, schiaffeggiò pubblicamente il nonno Villa. Altro fatto su cui in famiglia era caduto il silenzio, una damnato memoriae. Ricordo il nostro ultimo incontro. Ero stato rinchiuso in un collegio, ad Affori. Una domenica lui venne a trovarmi in compagnia di mia madre. Mi guardava e non parlava. Rimase muto tutto il tempo. Morì poco dopo.
 
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Il fratello di Aldo Motta gestiva un piccolo negozio di giocattoli a due passi da palazzo Trotti, la sede municipale. Ovviamente anche lui era iscritto al Partito comunista, quindi in odore d’inferno, come Fatima insegna. Se la memoria non m’inganna, il suo nome e quello della sposa sono iscritti sul registro dei matrimoni civili di Vimercate sotto il numero 1. Avevano un figlio, Aldo, della mia età, con cui per un certo periodo ci siamo frequentati. Era un ragazzo non vivace, ma lo eravamo tutti noi nati a ridosso della guerra, figli di padri combattenti, circondati da parenti combattenti - i Mauri nel mio caso (tra Africa e Albania lo zio Dante si era fatto 11 anni di guerra). Poi, crescendo, ognuno ha seguito la sua via e ci si è dispersi.

Lunedì 19 ottobre 1970 ho sposato una ragazza veneta, che abitava a Schio, conosciuta in parete su una via di IV e V grado. Il nostro matrimonio è stato celebrato da un assessore all’interno di palazzo Trotti. Rito civile. Sul registro siamo il numero 2. Scandalo! Comunisti! Il parentado materno si ritenne offeso e umiliato. Sotto l’influsso dei parenti più stretti persino i miei genitori disertarono la cerimonia: in chiesa sì, in comune no! Avete disonorato la famiglia è una frase che le mie orecchie hanno registrato. Insieme agli sposi, in municipio vi erano quattro amici e la famiglia della sposa. Otto in tutto, sposi inclusi. In compenso, nel cortile interno del municipio si erano radunati gruppetti di beghini arrivati per vedere i due ‘ribelli’.
 
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Ritorno in via Aldo Motta 57. El sciur Enrico umbrelée e la sciura Angelina umbrelera avevano quattro figli: Luisa, Mariuccia, Angelo e Mario, miei ‘fratelli’ maggiori. Soprattutto Mario, più vecchio di me di 18 anni. Estroverso, di bell’aspetto - era anche andato a Roma per cercare di trovare un posto nel mondo del cinema in veste di attore -, proprietario di una barca ancorata nell’Adda ad Imbersago, ma soprattutto di una piccola biblioteca, cosa rarissima in quei tempi, con titoli quali la pluri voluminosa Storia Romana di Theodor Mommsen e La storia del Risorgimento italiano (1815-1918) di Ettore Fabietti stampata nel 1941 da La Universale Barion. Lo so con certezza perché me ne fece dono e io questo libro lo conservo ancora.
Nei miei ricordi di fanciullo, il signor Enrico era una persona buona. Lavorava al suo desco, parlava poco, non rideva mai. Poi …la settimana scorsa una gentilissima signora mi ha fatto omaggio di tre libri preziosi e tra questi vi è Vimercate nella storia contemporanea 1918-1945, che mi dicono raro da trovare. Leggo, e a pagina 40 trovo:
 
Nelle fabbriche e nei punti di aggregazione, si cercava di informare le giovani leve sulla necessità di mantenere viva l’idea di democrazia, proponendo le logiche dei partiti democratici in contrapposizione alla spersonalizzazione dell’individuo operata dalla dittatura. Durante una di queste riunioni vennero arrestati diversi giovani di ispirazione comunista e processati dal tribunale speciale.
 
SENTENZA n. 73 del 10.12.1931
Pres. Ciacci - Rel. Presti
 
Capo d’imputazione: Costituzione del Partito Comunista d’Italia, appartenenza allo stesso, propaganda.
 
VERDERIO ENRICO     Vimercate     sellaio            5 anni
MAURI ENRICO            Vimercate     ombrellaio      assolto
COLOMBO FLAVIO       Bresso         fattorino          4 anni
 
Rileggo: Mauri Enrico, ombrellaio ...ed è così che sono venuto a sapere che il sciur Enrico nel 1931 era stato arrestato perché vicino al Partito comunista italiano. Mai saputo prima.
Oggi, per pura coincidenza - vedi gli scherzi del destino! - nel cimitero di Vimercate i miei genitori occupano una posizione dirimpettaia ai dö umbrelèe. E così il vecchio cortile di via Aldo Motta 57 si è ricomposto e io ne sono contento.

LE FOTOGRAFIE DI
GIANCARLO MAURI