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martedì 23 agosto 2016

Milano segreta: Palazzo Dal Verme


Per gli amanti “del bello” Milano riserva sempre gradite sorprese.
Passo per la millesima volta da via Puccini, la via che mette in comunicazione San Giovanni sul Muro con la stazione Cadorna, ed ecco che un giorno quasi mi scontro con due ragazzi che escono da un portone di vetro. L’occhio “cade” all’interno e che vedo? Una serie di colonne, un soffitto decorato, una vera da pozzo… e subito il mio cervello (oddio, quel che rimane) m’invia un messaggio: guarda che questo è un cortile quattrocentesco. Blocco i due giovani e chiedo lumi. Uno non sa niente, l’altro pure, però sa “che è opera del Bramante, che qui fece le prove per Le Grazie”. “Fece le prove per Santa Maria delle Grazie?” dico io. “Sì” mi risponde lui, con indiscutibile sicurezza. Vabbè… La vetrata si è chiusa, noi ci salutiamo.
Ieri, 22 agosto, volutamente ripasso da via Puccini. La porta a vetri, ovviamente chiusa, mostra l’interno e per riflesso anche il cielo azzurro e le mura alle mie spalle. Scatto due fotogrammi e subito mi sposto per far spazio ad una signora munita di chiavi che vorrebbe entrare. Flash: stessa scena capitatami all’androne del 27 di rue de Fleurus a Parigi, il “cortile degli Stein”.
Con gentilezza chiedo alla signora se mi può raccontare qualcosa di quel cortile (oramai davanti ai miei occhi, essendo la porta aperta). Lei, con malcelato orgoglio mi risponde: “è opera del Bramante”. Chiedo se posso entrare e godere di quella bellezza. “Chiuda bene la porta quando esce” è il suo tacito assenso.
Ringrazio… ed eccomi nel quadrato inatteso. Il sole è forte, il contrasto tra luci ed ombre generoso. Mi prendo tutto il tempo, girando in senso orario e strabuzzando gli occhi per cercare i dettagli. Esco felice: questa giornata non è andata sprecata.
A casa mi tuffo nelle ricerche. Apro il pesante volume Milano nell’arte e nella storia di Paolo Mezzanotte, Giacomo C. Bascapè - a cura di Gianni Mezzanotte, Carlo Bestetti - Edizioni d’Arte - Milano-Roma, 1968, e alle pp. 380-382 leggo:

Palazzo Dal Verme
Eretto sulla fine del XV secolo appartenne alla celebre famiglia Dal Verme, che ebbe notevole parte nella storia della vita milanese nelle età viscontea e sforzesca. Fu forse costruita da Federico, che nelle guerre tra la Francia e gli Sforza fu a questi fedele. La facciata non aveva interesse: tre piani e tredici aperture, a intonaco colorato simulante un paramento di mattoni a vista.
Per un portale arcuato, attraverso un androne con lunette di volta, poggianti su capitelli pensili arieggianti l’ordine corinzio, si scendeva nel cortile, il cui piano è lievemente più basso del suolo stradale. Il cortile è quadrato, con portico di quattro arcate per lato; appartiene al miglior gusto rinascimentale ed è l’unico residuo antico scampato alla recentissima ricostruzione dell’edificio. Le colonne sono a fusto di serizzo, con basi dello stesso materiale, con foglie di protezione fra il plinto e il toro. I capitelli di pietra di Angera di forma corinzia, hanno targhe a testa di cavallo, che furono spogliate a colpi di scalpelli dei segni araldici durante la Cisalpina. Le ghiere d’arco sono di cotto; nei pennacchi tondi di marmo incorniciati di cotto, recanti i profili in bassorilievo di personaggi sforzeschi, alternati con targhe araldiche; su alcune di queste è la figura del cane col laccio al collo, altra delle imprese assunte dai Dal Verme. L’archivolto è di cotto a tre fasce; nel sommo serraglie di terracotta di uniforme disegno a foglie d’acanto.
Sopra il portico, cornicione, sempre di laterizio, con fascia finemente modellata di delfini affacciati tra baccelli ornamentali; altra fascia superiore dipinta e modanatura a dentelli.
Alle colonne del portico fanno riscontro sulle pareti di fondo altrettanti capitelli pensili, simili nelle forme a quelli delle arcate: in parte autentici, in parte rinnovati nel restauro. Gli interspazi fra le arcate, i tondi a bassorilievo e la cornice, il fregio della cornice stessa, gli intradossi degli archi e le volte del portico, hanno una vivace decorazione pittorica eseguita di recente sulle tracce della originale, venuta in luce.
Sugli intradossi degli archi sono rosoni in riquadri azzurro-cupo; nelle volte finte finestre circolari aperte sul cielo, corone, rosoni, nastri svolazzanti. Sulle pareti di fondo del portico graffiti con prospettive architettoniche di invenzione e di fattura moderna.
Di faccia all’ingresso, nel sottoportico, era murata una lapide di marmo di Candoglia ricordante i restauri del 1914, a cura di Jeannette Dal Verme. Esternamente, a destra dell’ingresso un’altra lapide ricorda che nella casa visse e morì il generale Dezza.

Nessun riferimento al Bramante, però una nota a margine rinvia al secondo tomo di un’opera scritta da Carlo Fumagalli, Diego Sant’Ambrogio e Luca Beltrami: Reminescenze di Storia e d’Arte nella Città di Milano, Milano 1892. Visto che l’ho in casa, lo apro, cerco e leggo:

Il cortile con terrecotte decorative di
Casa Dal Verme in via Foro Bonaparte
Fra i cortili in terracotta nello stile delle civili abitazioni sul finire del XV secolo e sul principio del XVI, vanno menzionati in Milano quello della casa Dal Verme e l’altro in via Passerella di una casa già Litta. Il primo, di cui diamo l’imagine a Tav. XXIII appare certamente di data più antica.
I capitelli sono di puro stile del rinascimento lombardo, con targhe a testa di cavallo fra le volute laterali, i cui scudi vennero guasti e pichiettati sul finire dello scorso secolo. Di disegno uniforme anziché svariato, come nel portico della Canonica di Sant’Ambrogio del Bramante ed in altri edificii, sono invece le protiridi o serraglie degli archi, ma nei pennacchi delle volte appaiono ancora rosoni di terracotta con inclusivi ritratti in bassorilievo di personaggi della famiglia Sforza, duchi di Milano.
Le targhe araldiche che decorano alcuni di quei medaglioni mettono in mostra il cane col laccio al collo e le fascie alternantesi della famiglia Dal Verme, che si rese illustre nelle armi e sotto i Visconti e sotto il dominio sforzesco.
Di vago effetto è il cornicione pure di terracotta con fascia di delfini affrontati fra baccelli ornamentali, e al disopra della fascia decorato di ovoli e listelli.


E il Bramante? Niente. Mi turo il naso e mi metto a cercare su internet:

Per grandi intenditori della città, una vera e propria chicca.
Sconosciutissimo, appartato e forse anche un po’ spaesato ormai. Palazzo Dal Verme è una di quelle tracce lasciate dallo splendore rinascimentale della corte sforzesca, di quei modelli bramanteschi che in una città come Milano non ci si aspetterebbe di trovare. L’abbiamo detto molte volte però, Milano è una città da scoprire, da esplorare e gustare un poco alla volta. Stretto nella morsa della modernità, in mezzo a due palazzoni che non meritano rispetto, rivela la sua identità conservando le sue proporzioni. Due soli piani, piano terra, e piano nobile. Il portone ligneo originale si apre sul quattrocento milanese. Qui costruisce Luigi Dal Verme nella prima metà del ’400 lasciando ai figli il compito di completare l’opera. La famiglia Dal Verme è tra le più importanti del panorama milanese, in stretto rapporto con il Carmagnola con cui legano parentela sposandone la figlia. Capitano di ventura sotto Filippo Maria Visconti e poi al servizio di Francesco Sforza. Dei fasti originali oggi possiamo ammirare solo il portico quadrato che cingeva il cortile principale. Le volte decorate ancora con gli affreschi originali, i profili elegantissimi in cotto tipici del rinascimento lombardo sottolineano i tondi, ancora presenti, con i ritratti d’epoca sforzesca. Qui abitavano i Dal Verme ancora nella seconda metà dell’800 quando proprio di fronte al palazzo si accampava il Politeama Ciniselli, una sorta di teatro di strada, con spettacoli di vario genere ospitante anche compagnie itineranti. Insomma, una zona un tantino caotica e poco rassicurante. Francesco Dal Verme risolve la questione comprando il terreno cacciando così i girovaghi. Vista però la vocazione teatrale del terreno stesso, decide di costruirci un teatro vero e proprio: spettacoli si, ma almeno di un certo spessore. È la nascita del Teatro Dal Verme, proprio di fronte al palazzo rinascimentale dei suoi finanziatori a cui è dedicata qui la nostra attenzione, uno scrigno di cui si è avuto poco rispetto purtroppo. Sano fino al maledetto 1943, viene colpito in pieno. Si salva solo il portico. La facciata viene ricostruita in forme ottocentesche, mentre tutt’intorno si consuma la speculazione. Questo tesoro viene inserito in una lottizzazione senza criterio, alzando palazzine a ridosso dei colonnati e relegando questa perla a banale cortile di passaggio, strozzato, sminuito. Il confronto con il passato fa troppa paura?

Il Palazzo Dal Verme fu la dimora nobiliare di una delle famiglie più potenti della corte viscontea e sforzesca del XV secolo. Resta oggi il cortile, fra le maggiori testimonianze di edilizia civile di epoca rinascimentale a Milano.
Il palazzo fu edificato da Luigi Dal Verme (1390-1449), conte di Sanguinetto, alla metà del XV secolo. Il Dal Verme iniziò la sua carriera di condottiero al servizio del Conte di Carmagnola, di cui sposò la figlia, Luchina Bussone. Fu poi capitano di ventura sotto le insegne di Filippo Maria Visconti, dal quale ottenne i feudi di Bobbio e Voghera, e in seguito alla morte di questi combatté al fianco di Francesco Sforza. La costruzione fu poi proseguita dal figlio Pietro e dal nipote Federico.
Il complesso, giunto in buone condizioni fino al XX secolo, fu duramente colpito dalle bombe del 1943, che ne distrussero la facciata. Sopravvive oggi la corte, inserita all’interno di un moderno complesso condominiale del dopoguerra.
Si accede alla corte da un androne, che presenta la decorazione rinascimentale originaria, costituita da affreschi che ricoprono le volte a crociera, sorrette da peducci scolpiti. Il cortile regolare è aperto da portici sui quattro lati di quattro arcate ciascuno. Reggono le arcate colonne in pietra sormontate da capitelli compositi a foglie d’acanto, che ospitano targhe a testa di cavallo con stemmi non più leggibili. Sopra gli archi corre una decorazione di cornicioni e cordonature in cotto, restaurate in base alle parti superstiti. Fra i pennacchi degli archi, una serie di tondi in pietra alterna stemmi nobiliari a profili di personaggi della corte sforzesca. Al centro, vera da pozzo scolpita, risalente al XV secolo.

Guardo altri siti, istituzionali: del Bramante non v’è traccia.
Un dubbio mi assale. Riapro il librone di Mezzanotte e Bascapè e a p. 147 leggo: Rimangono nel primo cortile, a testimonianza del senso d’arte di Ludovico il Moro, le svelte colonne di perfetta misura e i mirabili capitelli marmorei di squisita esecuzione che strapparono accenti ammirazione incondizionata al Mongeri, non alieno dallo scorgervi l’influsso del Bramante. Bene… se non fossi alle pagine dedicate ad un secondo palazzo appartenuto ai conti Dal Verme, quello noto come Palazzo Carmagnola (già Broletto Nuovissimo dal 1515 al 1861), nel Sestiere di Porta Comasina, oggi via Rovello 2. Adesso mi è chiara la totale dimenticanza di un cortile “del Bramante” da parte dei succitati architetti, grandi conoscitori della storia artistica milanese. Come uso dire: mai credere a niente di quel che ti dicono e credi sempre a metà di quel che vedi… (e nel frattempo apro L’arte in Milano del Mongeri, giusto per vedere quel che scrive).

LE FOTOGRAFIE DI GIANCARLO MAURI