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lunedì 13 novembre 2017

Picasso. Tra Cubismo e Classicismo: 1915-1925


Dopo Napoli, la mostra Picasso. Tra Cubismo e Classicismo: 1915-1925 è approdata a Roma, suddivisa tra le Scuderie del Quirinale e Palazzo Barberini. Nelle Scuderie si possono ammirare dipinti, disegni e articoli di contorno riferentesi alla permanenza di Picasso e Cocteau a Roma - dove avevano raggiunto il gruppo dei Ballets Russes di Diaghilev - , nel Salone delle parate di Palazzo Barberini è “calato” il sipario di Parade, un dipinto di 172 metri quadrati.

A mio avviso, il miglior testo che racconta il periodo di vita artistico e privato di Picasso immediatamente successivo alla morte di Eva (dicembre 1915) resta Picasso e il teatro di Douglas Cooper (1967), dove le pagine da 7 a 34 sono interamente dedicate all’approccio e alla successiva realizzazione di Parade.
In questo blog di non-recensioni ho optato per un altro scritto estratto da Parigi era viva. La capitale dell’arte nel ventesimo secolo di Gualtieri di San Lazzaro, Arnoldo Mondadori Editore 1966, al cui termine trovate i miei scatti romani.

pp. 286-291

Pio XII avrebbe voluto un suo quadro per il Museo Vaticano e un comitato s’era formato a Roma per acquistarlo e regalarlo al Pontefice, il quale aveva fatto sapere che avrebbe gradito il ritratto d’una ragazza, con i capelli annodati sulla nuca e ricadenti sulle spalle, come una coda di cavallo; Sua Santità doveva averne visto la riproduzione in qualche rivista.
Di quella ragazza, Picasso aveva fatto diversi ritratti. Silvio, cui il comitato romano si era rivolto, credette opportuno di parlarne con Kahnweiler. «Picasso ne ha infatti conservato uno» gli disse il vecchio mercante «ma vorrà cederlo al Vaticano? Tentate di parlargliene alla prima occasione, ma non dimenticate ch’egli è più ricco di voi e di me. D’altra parte, sapendo di ritrovarsi, nella stessa sala, con pittori di cui non ha nessuna stima, è difficile presentargli la cosa come se potesse procurargli un particolare onore.»
Silvio era persuaso che Picasso avrebbe volentieri ceduto al capriccio del Papa. Non, evidentemente, per quella diecina di milioni che il comitato gli avrebbe versato. Ch’egli fosse più ricco di Silvio e di Kahnweiler, non c’era dubbio, e Silvio a stento aveva trattenuto le risa, quando il mercante aveva cortesemente accoppiato il suo nome al proprio. Ricco? Uno degli uomini più ricchi del mondo, era senza dubbio Picasso. Non era, però, la sua, la ricchezza dei ricchi, ma quella conquistata pazientemente da un povero. Per i ricchi, la fortuna è un mezzo di dominazione e di godimento, per i poveri è soltanto un fine, un tabù miracoloso, magico, il quale non osano toccare, temendo di vederselo sfumare nelle mani. Nonostante la sua immensa fortuna, Picasso viveva poveramente. In tasca non aveva mai un soldo, e la borsetta della signora Picasso era anch’essa disperatamente vuota. Purtroppo la morte del Papa impedì a Silvio di mettere il grande artista alla prova.
No, non era ricco Picasso. Persino Silvio, non si sentiva più povero del creso Picasso: le sigarette che gli capitava di offrire, costavano di più, se non altro, delle gauloises di Picasso. E aveva senza dubbio, nella sua vita, regalato più libri e litografie e numeri della rivista ad artisti e conoscenti, che Picasso non avesse distribuito fra gli amici tele e disegni, salvo le cinque o sei persone, come Dora Maar, André Verdet e il sarto Sapone, per i quali era stato più che un amico, la provvidenza.
Silvio notò, girando l’occhio intorno, che tutti quei nasi di cartone e i cappelli da cow-boy (anche lui gli aveva regalato qualche anno prima un cappello di paglia che un amico aveva portato dalla Cina), tutta la messa in scena burlesca d’una volta era scomparsa. Picasso non vedeva più di frequente nemmeno il sarto Sapone, che una volta riusciva a metterlo di buon umore. Forse non aveva rinunziato a provarsi di essere ancora giovane; di avere sempre quattordici anni, ma il sentimento tragico ch’era di lui, come in tutti gli uomini del Mediterraneo, ora aveva il sopravvento.
Non aveva mai osato esplorare, come Mirò, il proprio inconscio, per tema di scoprirvi degli abissi paurosi. S’era imposto dei limiti, per non perdere la ragione, violando le frontiere della propria natura. Silvio pensò che i collezionisti da alcuni anni non dicevano più: «È il più vivo dei giovani pittori». Dicevano, piuttosto: «Lascerà alcune migliaia di tele. Che fine faranno?». Alle sculture - che erano le sue opere più sbalorditive - non pensava nessuno.
Il discorso intanto s’era spostato sulla ceramica. «Ho potuto, come dicono, rinnovare la ceramica» diceva Picasso «perché non era il mio mestiere. Non ho avuto bisogno, come per la pittura, di dimenticare tutto quello che avevo imparato nelle accademie. Impara l’arte e mettila da parte, dicevano gli antichi. È quello che gli artigiani non hanno mai il coraggio di fare: imparano l’arte, ma non la mettono da parte. La spendono subito, provocando l’inflazione e quindi la miseria generale.»
“Avesse soltanto rinnovato la ceramica” pensava Silvio. “Ha tutto sconvolto e ricreato; ha distrutto e ricostruito l’oggetto, è riuscito a fare amare le sue figure a quattro nasi e a sei bocche. Kahnweiler aveva ragione di dirmi che è molto più facile per il pubblico accettare l’arte astratta che non le deformazioni imposte da Picasso alla figura umana. Quanto alla sua adesione al comunismo, sarebbe più giusto considerarla un’alleanza, senza chiedersi chi, dei due, ha più ricevuto che dato. Nulla è mai riuscito ad abbatterlo.” E Silvio ricordava il loro primo incontro, durante l’occupazione: “Io, personalmente, non posso considerarmi un vinto. Non sono un uomo d’arme, ma un artista. Sono pronto a sfidare tutti gli artisti tedeschi, e a stravincerli.” Parlava davvero, allora, come un fanciullo di quattordici anni.
«Naturalmente, non mi sono mai detto: voglio rinnovare la ceramica. Era fatale che ciò accadesse perché non ero un vero ceramista» diceva Picasso.
«Se Cristoforo Colombo fosse stato un vero ammiraglio» disse Silvio «non avrebbe scoperto l’America. Sarebbe arrivato nelle Indie facendo, come Vasco de Gama, il periplo dell’Africa.»
Tutti risero, di nuovo. Poi Picasso disse, lentamente: «E per la Spagna sarebbe stata una vera fortuna. Perché della scoperta dell’America, la Spagna non si è ancora rimessa. Che cosa succederà ora, alla morte di Franco?» «Scapperanno tutti, intendo quelli che dividono il potere con lui. Non assisteranno nemmeno ai suoi funerali. I preti, però, resteranno» disse ancora Silvio, che due mesi prima era stato a Barcellona, dove aveva esposto il libro di Mirò e di Ionesco: Quelques fleurs pour des amis. Solo Picasso, questa volta, non rise.
Sulla soglia, Silvio chiese al maestro quando e come avrebbe potuto fare fotografare i quadri ch’egli aveva ritrovato. «Per ora» disse Picasso, freddamente «non desidero pubblicarli.»
Non era il caso d’insistere, anche perché, tutto sommato, nulla quelle tele, senza dubbio interessanti, avrebbero aggiunto alla sua gloria o a quella di Silvio.
Alla gloria di Picasso, ora, bastava il fotografo Quinn, che durante la breve visita avevano visto aggirarsi intorno alla villa, come un’ombra alla ricerca del proprio corpo. Silvio l’aveva trovato, qualche anno prima, alla Californie, quando, dalla Russia, dove era stato autorizzato a fotografare le opere dei musei, era giunto a Cannes e s’era presentato a Picasso, ch’era rimasto impressionato dalla sua grande automobile americana, non indegna di un miliardario, e un poco forse anche dalla sua prestanza fisica, di giovane atleta.
Due o tre volte aveva interrotto, allora, il discorso, per dire:
«Avete visto la macchina di Quinn? Sembra un vascello.» (Anche Picasso aveva ricevuto in dono dall’America in quei giorni una Chrysler che il figlio Paolo doveva andare a sdoganare a Le Havre e quell’avvenimento aveva provocato alla Californie l’agitazione dei giorni felici.) Silvio pensò che Jean Dubuffet, il fotografo Edward Quinn, nonostante la sua macchina vascello e la sua indiscutibile perizia professionale, non l’avrebbe tollerato più di sei mesi. Picasso l’aveva invece adottato come un figlio. Il più grande artista del mondo da dieci anni posava per il fotografo Quinn, volontariamente o a sua insaputa, spiato, studiato, analizzato e perseguitato come un animale raro, come l’ultimo, insostituibile esemplare di una razza di cui l’umanità desiderava conservare un ricordo imperituro. Il grande Picasso - si disse ancora Silvio - è più fiero di lasciare ai posteri il ricordo del proprio torace, invero­similmente giovanile - nonostante l’età veneranda - che non la propria opera.
Cardazzo, dieci anni prima, aveva ritrovato, a Milano, il sipario di Parade, dodici metri di altezza per sei o sette di larghezza, di cui il proprietario, un argentino, si proponeva di ritagliare e di conservare solo il pannello centrale, non avendo nessuna intenzione di costruire un palazzo per poterlo esporre intero. Silvio s’era affrettato ad avvertire Kahnweiler. Pensava che Picasso sarebbe stato contento di riaverlo, in cambio di una tela di modeste proporzioni, che l’argentino non avrebbe certo rifiutata. Ma il Kahnweiler, ancora una volta, fu di parer contrario: «Picasso se ne frega» disse «voi lo conoscete...» Se Silvio l’avesse conosciuto come lo conosceva il suo mercante, quell’idea, evidentemente, l’avrebbe subito scartata. Picasso poteva fregarsene, ma Silvio sentiva il dovere di salvare dalla distruzione uno dei più gloriosi cimeli dei Balletti russi. Di Parade, il balletto immaginato da Jean Cocteau per la musica di Erik Satie, rappresentato a Roma, al teatro dell’Argentina, nel 1917, e al teatro dello Chatelet a Parigi, lo stesso anno, al pubblico non era piaciuto che il sipario di Picasso. L’argentino, intanto, al quale Cardazzo aveva scritto, aveva fatto sapere di essere disposto a venderlo per una somma che, pur non essendo eccessiva, era tuttavia troppo alta per i poveri musei di Francia. Silvio, che non s’era ancora rimesso dell’ultima tremenda operazione, era, allora, da sei mesi, degente in una clinica della riviera ligure. Si mise in contatto con il signor Lloyd, acquirente, allora, di opere d’arte per i musei del Regno Unito e del Commonwealth britannico; il signor Lloyd venne a Milano, vide il sipario, ma con profondo rincrescimento, sostenne che non esisteva una galleria pubblica abbastanza grande per esporto. Disperato, come se si trattasse di salvare una vita umana, Silvio scrisse a Pierre Courthion pregandolo di esporre la situazione al conservatore Jean Cassou. Qualche tempo dopo, a Milano, una fredda e nevosa mattina di marzo, Silvio s’incontrava con Bernard Dorival. Cardazzo ottenne dalla “Scala”, per la seconda volta, il favore di issare il sipario sulla scena del grande teatro milanese, per poterlo mostrare al giovane conservatore del museo nazionale di Parigi. Il giorno dopo, l’immenso telone veniva spedito in Francia per essere sottoposto alla commissione del Louvre. Era già arrivato, quando un telegramma di Rockfeller, dall’America, lo chiedeva, a qualsiasi prezzo, per il Modern Art Museum di New York.
Ai primi di giugno, Silvio poté finalmente rientrare a Parigi.
«Dove pensate di metterlo?» chiese a un funzionario del museo, che incontrò alla vernice d’una mostra. «L’essenziale» disse il funzionario «è di averlo assicurato alla Francia. Jean Cassou si propone del resto di ringraziarvi “ufficialmente” per la vostra tempestiva segnalazione.» Anni dopo, Silvio rivide il sipario di Parade a Londra, alla grande retrospettiva di Picasso ordinata da Roland Penrose alla Tate Gallery. E ricordò il rammarico, apparentemente sincero, del signor Lloyd, quando aveva affermato che non c’era nel Regno Unito e nel Commonwealth un museo abbastanza grande per esporlo.
Ma di tutto ciò, con Picasso, che se ne fregava, non aveva mai parlato.

LE FOTOGRAFIE DI
GIANCARLO MAURI
7 novembre 2017

























mercoledì 25 ottobre 2017

Picasso, Fernande, Eva e Olga


Anno domini 1911. La fine del legame sentimentale tra Picasso e la belle Fernande è nell’aria - e il colpo finale lo sferra lei, quando lascia il pittore spagnolo per seguire un pittore italiano, Ubaldo Oppi, di cui si è momentaneamente innamorata. Dirà lei: l’ho fatto per ingelosire Pablo e ravvivare il nostro rapporto. Dirà lui: non avrei mai avuto il coraggio di lasciare la compagna dei giorni di povertà, ma andandosene con Oppi lei mi ha liberato. La fuitina dura pochi mesi, poi - come se niente fosse accaduto - Fernande sale su di un treno e raggiunge Picasso a Céret, certa di riprendere il suo posto accanto a lui. Le cose non vanno come lei vorrebbe, anzi ben presto prendono una brutta piega: Pablo - che è in compagnia di Eva, la sua nuova compagna - viene aggredito sia verbalmente che fisicamente da alcuni amici che hanno preso le parti di Fernande.
Il 21 giugno Picasso ed Eva lasciano i Pirenei cercando lidi più tranquilli. Dopo una breve sosta ad Avignone, il 26 ripartono con destinazione Sorgues-sur-l’Ouvèze (Vaucluse), dove Picasso affitta la Villa des Clochettes - due camere ed un atelier - per 80 franchi al mese. A luglio arriva l’amico Braque, da poco sposato con Marcelle Lapré, che s’installa poco lontano, nella Villa Bel Air e qui restano fino al 23 settembre, il giorno del loro ritorno a Parigi.
Da Sorgues Picasso, che vuole lasciare Montmartre, scrive una lettera al suo mercante chiedendogli di trovargli un nuovo appartamento con atelier. Alla fine di agosto Kahnweiler gli annuncia di aver trovato un bell’atelier-appartamento al 242 di Boulevard Raspail. Il pittore fa un salto a Parigi, vede l’appartamento e dichiara la sua insoddisfazione. Ciononostante, Kahnweiler si occupa del trasloco, cosa che permette a Pablo e ad Eva di occupare i locali sul Boulevard Raspail lo stesso giorno del loro rientro da Sorgues.
Com’era prevedibile, in Boulevard Raspail Picasso non mette radici. Un anno dopo occupa il 2° e il 3° piano di una casa da poco costruita nella vicina rue Victor Schoelcher, numero 5 bis. L’appartamento è comodo e lo studio è luminoso - seppur con finestre che danno sul cimitero di Montparnasse.


Anno domini 2017. Rieccomi per l’ennesima volta di fronte al 242 di Boulevard Raspail. Oggi tutto è nuovo, ricostruito. All’arrivo di Pablo ed Eva - che occupano il piano terra - qui vi era una casa a graticcio nota come cité Nicolas-Poussin, sede di una comunità d’artisti. Le ragioni che hanno spinto Picasso a lasciare Montmartre per Montparnasse è semplice: vuole abbandonare i luoghi che gli ricordano Fernande - una costante di Pablo, questa: una donna, una casa - e vivere una nuova vita con Marcelle Humbert, la donna che ama e che lui simbolicamente chiama Eva. Il Dôme e La Rotonde - i locali frequentati dai suoi amici scrittori - sono a due passi. Modigliani, altro amico di Picasso, ha il suo atelier sullo stesso boulevard, al numero 216. La baronessa d’Œttingen, grande ammiratrice (e collezionista) di Picasso, abita al 229. La redazione de Les Soirées de Paris, di cui Apollinaire è il direttore, è al numero 278. A Montparnasse Picasso non è solo.
Inoltre, in sintonia con Braque, il cubismo analitico caratterizzato da tinte marroni, beige e bianche cede il passo al cubismo sintetico, più ludico. Picasso ritrova i colori e le figure. Poi c’è lei, Eva, di cui Picasso è sinceramente innamorato e questo sentimento lo esprime inserendo nei suoi quadri frasi significative quali J’aime Eve (settembre 1912).
Marzo 1913: Pablo ed Eva tornano a Céret. La stagione è piovosa, Eva, già sofferente, s’aggrava. Continua a tossire. Anche Picasso s’ammala, colpito da una leggera forma di febbre tifoidea. Il 20 giugno i due rientrano a Parigi. Qui, il 22 luglio ricevono la storica visita di Matisse. Il 20 settembre Apollinaire cena per l’ultima volta in Boulevard Raspail. Subito dopo Picasso ed Eva traslocano in una casa vicina, di recentissima costruzione, in Rue Victor-Schœlcher. Ed è lì che mi sposto anch’io.

Per sancire il raggiunto status symbol, nel 1912 Paul Follot - uno dei più noti artisti decoratori del suo tempo (ceramiche per Wedgwood, tessuti per Corneille et Cie, oggetti in argento per Christofle) - si è fatto costruire un hôtel particulier al numero 5 di Rue Victor-Schœlcher. Ancor oggi questa casa si fa notare per la sua forma a pigna e per le ceramiche che ne decorano l’atrio e il piano terra.
Accanto, numero 5bis, vi è l’accesso a quello che fu l’appartamento e l’atelier affittato da Pablo Picasso nel 1913. Boulevard Raspail è dietro l’angolo, di fronte, ma visibile dai piani superiori, vi è il cimitero di Montparnasse. Vista macabra per i superstiziosi, non certo per Picasso: le ampie finestre del suo studio sono rivolte a nord e la presenza dell’ampio cimitero lascia spazio alla visuale, regalando tanta luminosità. In questo studio l’artista si dedica alle sperimentali sculture-assemblaggio, quali la Guitare in cartone e latta; con un giornale datato 23 dicembre, una scatola di cartone, della carta, guazzo, cartone e gesso crea il Violon - e queste sculture “a forma aperta” scuotono il mondo artistico parigino. Anche la sua pittura si evolve. Trasporta le sue sculture su tela (Guitare sur une table) e dipinge una stupefacente Femme en chemise dans un fauteuil, un quadro che esercita un enorme fascino su Breton e su Eluard: il cubismo getta i semi del surrealismo. Attirati dall’evolversi dell’arte di Picasso - vera festa di colori - al 5bis di Rue Victor Schœlcher bussano i futuristi Boccioni e Severini, ma anche De Chirico, Jacques Villon, Albert Gleizes, Fernand Léger e Modigliani. Derain, Max Jacob e André Salmon lasciano Montmartre per raggiungere Picasso a Montparnasse, il nuovo centro dell’arte.
Picasso realizza anche una serie di piccole nature morte che chiama Ma jolie, un amoroso omaggio ad Eva, la cui salute peggiora di giorno in giorno. Pablo si rattrista e con lei prende a frequentare studi medici, inutilmente.
Nel 1914 arriva la guerra. I suoi amici francesi sono chiamati alle armi. Il suo gallerista, Kahnweiler - tedesco ed ebreo - ripara in Svizzera. I colori sulle tele cambiano, le composizioni adesso sono più fredde. Nella primavera del 1915 gli zeppelin bombardano Parigi. Braque è gravemente ferito alla testa e subisce un trapanamento - e lo stesso sarà per Apollinaire.
In autunno Eva si aggrava. A novembre Picasso la fa ricoverare alla Maison de Santé Golman, 57 bd de Montmorency (terzo piano, camera K). Lei è cosciente della sua situazione e stando a quel che scrive Pierre Daix (Picasso, Hachette 2009, p. 228) un giorno avrebbe detto: «Je désespère de guérir. Pablo me gronde quand je lui dis que me crois pas voir l’année 1916».
Ha ragione: non vedrà il 1916. Muore per tubercolosi (di cancro alla gola, scrive Olivier Widmaier Picasso, figlio di Maya) il 14 dicembre 1915, all’età di 30 anni.
Scrive O’Brian, p. 249: A quel tempo la tubercolosi mieteva ancora molte vittime, in particolare quando mancavano combustibile e cibo: durante l’inverno Eva morì. Qualche amico accompagnò Picasso fino al cimitero, un numero tristemente esiguo se si pensa alla grande quantità delle sue conoscenze; fra questi c’erano Jacob e Gris. Gris scrisse a Maurice Raynal, che combatteva in trincea, per raccontargli del fatto: «C’erano solo sette o otto amici al funerale, il che ha reso la cerimonia molto più triste, a parte, naturalmente, le battute di Max, che ne hanno se mai sottolineato l’orrore… Picasso è molto abbattuto».
Picasso fa seppellire il corpo di Eva nel cimitero di Montparnasse, visibile dalle finestre del suo studio. Poi, senza avvisare Pablo, un bel giorno arrivano i parenti di lei e la bara viene trasferita altrove. Dal nulla è apparsa nel nulla è scomparsa.

Su Picasso piomba una cappa di tristezza ...finché un giorno d’aprile del 1916 un giovane poeta e scrittore viene a bussare alla sua porta. È Jean Cocteau, che vestito da Arlecchino - un omaggio ai quadri di Picasso - gli propone di realizzare i costumi di scena per Parade, un’opera scritta dallo stesso Cocteau e musicata da Satie. Dopo qualche titubanza Picasso accetta. Nel 1917 il gruppo si trasferisce a Roma per unirsi alla compagnia di Diaghilev, l’inventore dei Balletti russi. Nell’atelier di via Margutta Picasso crea gli abiti di scena e dipinge il grande sipario. La sera passeggia con gli amici, accompagnati da alcune delle ballerine di Diaghilev. Una di queste, Olga Khokhlova, attira l’attenzione di Pablo. Rammenta P. Daix in Picasso créateur, Seuil, 1987, p. 163: «Attention, lui aurait dit Diaghilev, une Russe, on l’épouse» (fai attenzione, gli avrebbe detto Diaghilev, una Russa, la sposi).
Così è. Il 12 luglio 1918 viene registrato all’ufficio di stato civile del VI arrondissement, place Saint-Sulpice, il matrimonio civile di Pablo Picasso con Olga Khokhlova - testimoni Jean Cocteau, Guillaume Apollinaire e Max Jacob - poi seguito da una celebrazione nella cattedrale ortodossa di Saint-Alexandre-Nevsky, 12 rue Daru, con tanto di corone di fiori sopra il capo degli sposi e nuvole d’incenso, come rito ortodosso prevede.

Nuova donna, nuova casa. In verità già da metà ottobre 1916 Picasso ha lasciato rue Schœlcher per trasferirsi a Montrouge - 22 rue Victor Hugo - in una villa tetra, una sorta di cubo amorfo con piccolo giardino. Ed è in questa casa che un giorno entrano i ladri: rubano tutta la biancheria ma lasciano al loro posto tutte le tele. A loro un Picasso non interessa. Meglio le sue mutande.

GIANCARLO MAURI



















domenica 8 maggio 2016

Picasso e Max Jacob visti da Misia Sert

Max Jacob, by Pablo Picasso (1907)

MISIA
di Misia Sert
Titolo originale: Misia
1952 Librairie Gallimard
Traduzione di Nancy Marotta
Adelphi Edizioni 1981
pp. 227-238

[…] Sì, proprio per un eccesso d’amore Reverdy si allontanava da un mondo dai molti spigoli che rischiavano di ferirlo a morte.
E tuttavia, degli amici, delle pietre e della luce di Parigi l’artista che egli era aveva bisogno come ogni altro. Di Picasso, per esempio, non poteva fare a meno. Fin da giovane gli aveva dedicato un fervore che nessuna tempesta poté offuscare.
Il caso di Picasso, ora che la sua vita, come la mia, è entrata nel suo ultimo ciclo, mi appare un esempio ben tipico dell’equivoco a cui è improntata la vita artistica dopo la guerra del 1914. Lo snobismo di coloro che parlando di lui si contentano di alzare le spalle definendolo un «grosso bluff» mi esaspera, se possibile, anche più di quello dell’orda dei sedicenti iniziati che fanno di Picasso un Dio Indiscutibile, la cui minima stupidaggine scarabocchiata su uno straccetto sarà costosamente incorniciata e troneggerà al posto d’onore nell’appartamento del fortunato possessore. Ambedue gli atteggiamenti sono ridicoli, ma, ahimè!, col tempo sono divenuti egualmente pericolosi. Perché la vastità della fama di Picasso, probabilmente unica nella storia, trattandosi d’un artista vivente - visto che dall’Australia all’Oklahoma non c’è essere umano che sappia leggere che non conosca il suo nome -, comporta una responsabilità altrettanto ponderosa. Si rende egli veramente conto delle proporzioni di questa responsabilità, soprattutto nei confronti dei giovani? Questa gioventù sconvolta, straziata, cresciuta davanti allo spettacolo del crollo di tutto quello che le si era insegnato a rispettare... Una gioventù che non crede più a niente, perché ha visto scalzare i valori reputati indiscutibili, calpestare la morale più elementare -ma pur sempre assetata di ideali e di bellezza come lo saranno tutti i giovani di ogni epoca finché ci sarà il mondo...
Che lui lo voglia o no, Picasso è uno dei rarissimi astri che sono passati attraverso lo sconquasso e le macerie di questo mezzo secolo senza che la sua capacità di attrazione abbia cessato di crescere. Anzi. Per centinaia di migliaia di intellettuali sparsi in ogni parte del globo, oggi il suo nome non evoca solo un genere di pittura, ma piuttosto una scuola, una posizione spirituale o morale - perfino una certa visione dell’esistenza - un atteggiamento che va molto al di là dell’estetica e sconfina con la filosofia e addirittura con la politica. Per quanto possa sembrare inverosimile, parlate con dei ragazzi di vent’anni e vedrete che essere per Picasso non vuol certo dire limitarsi a preferire il cubismo a un’altra corrente e, in genere, la pittura di Picasso a quella di un altro artista. Vi renderete subito conto che ciò implica ogni sorta di diverse posizioni relative a un mucchio di problemi. Posizioni molto spesso negative e quasi sempre vaghe, nel senso che l’adepto avrebbe una grande difficoltà a definirle.
Ai tempi della mia giovinezza eravamo un gruppetto di qualche decina di persone ad amare un quadro di Bonnard, una poesia di Mallarmé o un balletto di Stravinsky. Oggi, troverete non migliaia, ma milioni di essere umani pronti a dichiararvi che adorano Picasso. Tra queste il vostro calzolaio, il muratore all’angolo della strada o il signore che viene a riparare lo scarico del lavandino.
Nell’universalità di una simile religione, in sé e per sé non vedo niente di male. Ciò che mi sconvolge, e insieme mi terrorizza, è l’idea di un dio del quale gli appassionati adepti ignorano completamente i precetti - dato che lui stesso non ha mai cercato di stabilirli. Egli è stato trasportato da una marea montante che l’ha deposto su una sommità fittizia dove chiunque può raffigurarselo attraverso la luce d’un prisma moltiplicato all’infinito, che permette a ognuno di vederlo secondo l’angolazione scelta.
Eppure l’uomo, sotto questa inverosimile ondata di gloria, non ha cessato di essere la tenera argilla di cui è plasmato ogni artista: ed è questo che mi mantiene profondamente legata a lui. Non posso credere che egli non abbia mai dubitato - e anche in certi momenti, disperato. Tuttavia, il pubblico s’impadronisce avidamente di qualunque cosa di Picasso senza che mai si sia levata la voce del bambino del racconto di Andersen che, malgrado la cieca ammirazione delle folle prosternate, gridò nella sua innocenza: «Ma il re è nudo!». Lui, Picasso, in molti casi lo sapeva. Non si fanno 365 capolavori all’anno... e a Picasso è capitato di dipingere diverse tele al giorno...
Ho troppo amato e apprezzato le sue qualità profonde e costanti per fargli il torto di credere che lui per primo possa essere pienamente soddisfatto di alcune delle innumerevoli opere che la gente si è accaparrata come fossero obbligazioni del Canale di Suez.
Picasso è un tenero, e il suo gusto è così perfetto da avere del miracoloso. Per giudicarlo, guardate la casa che si è scelto in rue des Grands-Augustins. Ne conosco poche così sobriamente belle e nobili.
... Ma quest’uomo la cui influenza è sopravvissuta a tutti gli sconvolgimenti è, per un certo verso, di una fragilità smisurata: niente, ai suoi occhi, ha mai valso la pena di sopportare cinque minuti di imposizione, di sforzo e, soprattutto, di noia. La sua giovinezza, intrecciata con quella di Apollinaire in un’epoca in cui era così poco grave dire con la massima serietà: «sinistra e destra, bene e male, nero e bianco, non presentano che differenze apparenti ma puramente convenzionali...», non solo l’ha segnato profondamente, ma gli ha fatto prendere una strada che si è immediatamente rivelata quella d’un favoloso successo. Come si può biasimarlo?
Pure, a rischio di sembrare più realista del re, mi sento obbligata a dire: «Picasso ha in sé infinitamente più di quanto ha dato».
Forse farò sorridere i suoi zelanti ammiratori. «Che cosa si può chiedere di più che essere il sommo tra i più illustri?» mi si dirà.
Il fatto è che, avendolo conosciuto così giovane, credo che meritasse molto di più di quella vita - per quanto gloriosa -, nel corso della quale non credo che Picasso uomo abbia realizzato tutto quello che aveva in sé.
Certamente i mercanti e coloro che si sono autoconsacrati sacerdoti della sua religione gli hanno fatto un grandissimo torto (un po’ come i proustiani hanno fatto venire a molta gente la nausea di Marcel Proust). Quando parlo di mercanti lascio da parte Rosenberg; quando egli, alla fine, partì per l’America, lasciò Picasso libero di occuparsi della divulgazione della propria pittura, abbandonandolo inerme nelle mani di quella specie di amici che vi fanno fare solo importanti e gravi sciocchezze...
Rosenberg avrà anche ammucchiato dei Picasso nelle sue cantine in attesa che i prezzi decuplicassero, tirandoli fuori solo col contagocce. Ma almeno seppe scegliere con un fiuto meraviglioso i quadri migliori, ed ebbe l’abilità di esperii a ragion veduta. Le sue mostre offrivano al pubblico qualche decina di tele abilmente selezionate e messe splendidamente in risalto dalle cornici, dalla disposizione e dal colore dello sfondo, che donavano loro quell’aspetto raro e prezioso di cui questa pittura (malgrado i prezzi richiesti) aveva un assoluto bisogno. Almeno la percezione dell’importanza dell’opera di Picasso era ancora circoscritta a un nucleo di collezionisti che era perfettamente plausibile provassero interesse per lui. Ahimè! poco dopo la guerra andai a una di quelle grandi esposizioni ufficiali al Museo d’Arte Moderna, quai de Tokio: ai quadri di Picasso era riservata un’immensa sala dai muri nudi e freddi; erano appesi a chiodi e ganci senza alcuna cornice e come a casaccio, secondo le dimensioni o l’ordine d’arrivo.
Ero appena entrata in quella sala che una vera e propria angoscia mi strinse il cuore. Una folla di perdigiorno, di macellai e di erbivendoli vagava là dentro sganasciandosi dalle risate davanti all’una o all’altra di quelle povere tele consegnate tutte nude alla pubblica idiozia... Avevo il senso d’un sacrilegio. Lacrime che ero incapace di controllare colavano scioccamente dai miei occhi increduli davanti a un tale massacro... Un guardiano, stile Courteline, mi batté gentilmente sulla spalla per dirmi: «Su, su, signora mia, non bisogna prendersela... Che direste allora se, come me, foste obbligata a star qui tutto il giorno!».
L’uomo del sipario di Parade, della scenografia di Tricorne, l’amico di cui seguivo da più di trent’anni la battaglia che ingaggiava continuamente con se stesso, aveva acconsentito a tutto questo...! (All’improvviso mi ricordai di una sua minuscola tela, una tauromachia di un verde ideale, per la quale avevo trovato una cornice talmente perfetta che per anni quei pochi centimetri di pittura mi erano sembrati l’oggetto più prezioso del mondo...).

Sipario per Parade, by Pablo Picasso (1917)
Poco dopo aver visitato quella sinistra Esposizione provai il bisogno di andare a trovare Picasso nel suo studio in rue des Grands-Augustins. Sentivo il bisogno di trovarmi faccia a faccia con l’uomo, l’amico che m’aveva scelta come testimone alle sue nozze, come madrina del suo primo figlio. Attraversai il grande cortile lastricato del palazzo povero e sontuoso che gli si addiceva tanto e salii i gradini di una delle più belle scale di Parigi per accedere al pianerottolo dove lavorava. Mi mostrò le alte stanze dai soffitti sostenuti da travi enormi, gli angoli - il suo tesoro che accoglieva statuette d’arte negra, oggetti semplici scolpiti in materiali levigati dai secoli - e più in là, con una gioia infantile, la vasca da bagno e i lavabi nei quali, appena ebbe girato i rubinetti, scese un’acqua così bollente che ci trovammo istantaneamente in un bagno di vapore! (Di quest’ultimo dettaglio era particolarmente orgoglioso... e a ragione, se ci si raffronta a un periodo in cui il carbone e il riscaldamento rappresentavano il colmo del lusso!).
Con le sue mani commoventi, staccò dal muro i quadri per metterli alla portata della mia vista indebolita. Ce n’erano decine e decine... Come mi sarebbe piaciuto potergli dire che li adoravo! Come sarebbe stato felice di vedermene portare via uno!... Ahimè! Di tutto ciò che faceva in quel periodo non c’era una sola tela di fronte alla quale avrei potuto vivere. L’amavo infinitamente troppo per essere capace di barare con lui sui miei sentimenti. Quando mi riaccompagnò alla porta e mi abbracciò, vidi i suoi grandi occhi limpidi velarsi di lacrime... cosa non avrei dato per potergli dire: «Adoro quella tela la...».
Mi ritrovai in macchina; piangevo senza ritegno per tutto ciò che non era stato...
La mostra dei quadri senza cornici corrispondeva pressappoco all’epoca in cui Picasso s’era iscritto al partito comunista. Aveva finito per farlo probabilmente per stanchezza, a forza d’essere sollecitato dalla gente che gli stava intorno. Forse fu lui il più sorpreso di tutti nel vedere, un bel mattino, la sua fotografia e il suo nome campeggiare più o meno su tutta la prima pagina dell’«Humanité». Si vede che, un giorno che era in vena di firme (cosa che gli succedeva il meno possibile, data la sua ripugnanza per ogni decisione...), ne avevano approfittato per fargli firmare una scheda d’adesione!
Picasso comunista, che bandiera per i Soviet! E cosa poteva esserci di più logico da parte loro che sfruttare al massimo un nome tanto prestigioso?... Ma qui cominciava il pericolo. Picasso era da tempo la bandiera di se stesso. Perché limitarsi a un partito e diventare il suo migliore strumento di propaganda? Che Picasso sia «a sinistra», anzi completamente di sinistra, ringraziamo Iddio! Ma, è forse questo, per un artista, motivo valido per farsi prigioniero della più rigida delle dottrine? Picasso se ne è reso conto molto presto: tuttavia l’enorme peso che lui rappresentava era già stato buttato sulla bilancia.
Che responsabilità spaventosa! Quante migliaia di intellettuali, di giovani ansiosi di rendersi utili avevano già seguito senza la minima esitazione colui che ammiravano con ardore?... Forse, la sua decisione egli l’ha revocata con la stessa facilità con cui l’aveva presa... ma gli altri, hanno potuto permettersi un gesto del genere?
Questa sensazionale adesione ha ricordato a molti nostri amici quella di Gide. Conosco André Gide fin dall’infanzia. Una prolungata - e quanto penosa! - crisi di coscienza l’aveva portato a vedere la verità (o quello che lui credeva le fosse più vicino) nel comunismo. Dopo il suo viaggio in URSS aveva aperto gli occhi. Resosi conto della portata e delle dimensioni del suo errore, attraversò ancora una volta un’atroce crisi spirituale e si sentì in dovere di pubblicare subito un libro la cui stesura dovette essere un vero e proprio calvario. Sebbene per me sia sempre stato un amico, io non mi sento vicina a Gide: il suo rigido protestantesimo, le sue lunghe dispute con se stesso sono l’opposto di quanto mi attrae. L’amore, secondo me, è una rivelazione accecante che si impone in maniera talmente evidente che non c’è più ragione di discuterne. Ma Gide è uno scrittore, un filosofo. Mi reputerei molto sciocca se non riconoscessi tutta l’importanza della sua opera e, per di più, ho una particolare stima di lui per la sincerità che ha dimostrato in tutto.
In un secolo in cui non si parla che di persone ‘impegnate’, probabilmente era necessario che un pensatore della statura di André Gide definisse la propria posizione riguardo una dottrina che sta sconvolgendo il mondo. Ma Picasso?... Che andava a fare in quella galera? Nessuno può obbligare un pittore a impugnare una bandiera politica...
So benissimo che oggi la regola è che i musicisti facciano dell’architettura, i pittori della letteratura, gli scrittori della scultura, ecc... Per quanto mi riguarda, ho orrore dei pasticci. Non che non mi piaccia scherzare, ma ho sempre trovato giusto che ci siano dei limiti. Credo che, a forza di estenderli, e col povero pretesto di fare scalpore, si è spesso arrivati sull’orlo del baratro. Se Picasso si diverte a dire a qualche amico: «Anch’io posso scrivere un lavoro teatrale» e a scrivere una farsa in cinque atti intitolata Le désir attrapé par la queue, non ci vedo niente di male, e probabilmente se fossi stata presente l’avrei anche trovato molto divertente. Che ci sia un editore così balordo da pubblicare questa ingenua farsa goliardica e farne un’edizione su carta di lusso speculando sul nome dell’autore, questo mi sembra molto stupido (a maggior ragione se si tiene conto che Picasso aveva superato l’età per questi divertimenti). Ma che poi si arrivi a spingere il «perché non autore drammatico?... perché non ceramista?... perché non... ecc. » fino al «perché non comunista?» ... a questo punto mi rifiuto di stare al gioco. Un uomo della sua levatura ha, di fronte alle nuove generazioni, una responsabilità che è funzione diretta della sua fama.
Non bisogna credere, con questo, che a causa della sua celebrità io neghi a Picasso il diritto di fare quel che gli pare e di distrarsi come più gli piace. Nessuno più di me sarà mai per l’assoluta libertà in ogni campo.
Nello stesso tempo ho sempre pensato che un grande destino comporti enormi doveri. Perché coloro che diventano un polo di attrazione trascinano inevitabilmente nella loro scia una quantità di uomini. Intorno a quelli che, come Picasso, hanno avuto in dono alla nascita un po’ di luce, si riuniscono un’infinità di giovani che cercano, lontano dallo spirito dei partiti che li hanno sempre ingannati, di trovare qualcosa in cui credere. La fede (non uso affatto questo termine nel suo significato religioso) è un bisogno essenziale. Che incubo sarebbe un mondo in cui non ci fossero che disincantati! E come non capire, stando così le cose, che la libertà di alcuni privilegiati deve arrestarsi là dove comincerebbe a distruggere il pensiero di quelli che credono in loro?
Per quanto strano possa sembrare, Picasso ha sempre avuto ai miei occhi il colore della tenerezza, e la sua tavolozza aveva tutte le sfumature essenziali per esprimere l’amore.
Certe cose non si perdonano solo a chi si ama più profondamente. Forse è quanto succede a me nei riguardi di Picasso. I suoi veri amici sono stati anche i miei. Non posso parlare di lui se non con loro. Non sopporto più né i suoi detrattori né i suoi sedicenti ‘difensori’. Ci sarà della gente che vi dirà: «Misia trova ridicoli i piatti di Picasso». Non è assolutamente vero. Anzi, alcuni mi piacciono molto. E penso che avrebbe fatto malissimo a non farli, se ne aveva voglia. In compenso, sono convintissima che mentre li faceva non pensava di venderli a trecentomila franchi. Credo anche che se ci avessimo mangiato, tête-à-tête, del manzo lesso e il cameriere ne avesse rotti un paio, Picasso si sarebbe fatto una gran risata. Ma queste sono cose che non provo neanche a spiegare ai ‘picassisti’... come molte altre.
Oltre a Reverdy, Max Jacob è stato uno dei pochissimi che l’hanno realmente conosciuto e amato. Povero Max Jacob! Nello spaventoso disordine delle poche carte che il caso ha lasciato nei miei cassetti, di lui ritrovo soltanto - a parte quelle quartine che mi aveva scritto per Marcelle Meyer - una lettera terrificante, l’ultima, datata 1944. In miseria, braccato nel suo villaggio di Saint-Benoît, viveva là i suoi ultimi giorni prima dell’orrenda morte a Drancy:
«Nella mia angoscia, chiedo aiuto... l’amicizia che mi avete tanto spesso dimostrato mi torna abbastanza forte alla memoria perché io abbia l’audacia di rattristarvi con lo spettacolo del mio dolore... la casa di famiglia saccheggiata, distrutta con tutti i ricordi della mia infanzia. La mia sorella più grande è morta di dolore. Mio cognato morto in un campo di concentramento. Mio fratello portato in prigione... Ho sopportato tutto, rassegnato alla maledizione della mia povera razza! Ma ora il colmo dell’orrore: la mia sorella più giovane, la mia preferita, quella che chiamavo “piccola mia” è stata arrestata senza una ragione, portata prima al carcere provvisorio e poi a Drancy. È per lei che chiedo il vostro intervento, prima che venga deportata in Germania e che ci muoia in qualche cella... La poveretta non ha conosciuto che disgrazie, il suo unico figlio è in un manicomio.
«Cara amica, permettetemi di baciarvi le mani, l’orlo del vestito... Vi supplico, fate qualcosa...».
Mi ricordo che nel trovare questa povera lettera mi salirono agli occhi lacrime di indignazione e di pietà. La sola consolazione che ebbi nel dolore che provavo per quell’uomo così buono sul quale si accanivano tutto l’orrore e la crudeltà degli uomini fu di constatare che il cuore di Sert non era invecchiato di un solo anno nei quaranta che lo conoscevo. Appena l’ebbi messo a parte della lettera, senza pensare neanche per un istante a tutte le noie che poteva attirarsi intervenendo in favore di un ebreo sotto il terrore tedesco, mise immediatamente in moto tutte le persone influenti che era in grado di manovrare. Ahimè! Il povero Max fu trascinato a Drancy e l’ordine di liberazione che Sert riuscì a ottenere arrivò troppo tardi.
Non una sola volta, nel corso di quei quattro anni di dure prove, ho visto Sert rimanere insensibile davanti a una disgrazia o a un’ingiustizia, qualunque fossero la nazionalità, la razza o il partito di chi le subiva. Come a vent’anni, era rimasto uno di quegli uomini per i quali contano soltanto il valore individuale e la creatura umana.
Reverdy non si era ingannato quando, trent’anni prima, mi scriveva di lui: «... Io so che vita è la sua e voi dovete pensare, vista quella che ho scelto io, fino a che punto io possa apprezzarla. Quella nobiltà d’atteggiamento, quell’ardore paziente e discreto durante il lavoro e la grandezza di questo lavoro fanno della sua vita una bella linea senza fratture... Il tempo che passa, cara Misia, non è niente in confronto a quello che perdura...».

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