Visualizzazione post con etichetta Antonina Vallentin. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Antonina Vallentin. Mostra tutti i post

martedì 1 marzo 2016

André SALMON. La jeune peinture française (1912)



Nel 1912 la Imprimerie Bussière di Saint-Amand (Cher) licenzia La jeune peinture française, il libro scritto da André Salmon che ha trovato nella Société des Trente | Aubert Messin | Paris | 19, quai Saint-Michel 19 | il suo editore.
Il volume in -8° (20,5 x 14 cm) consta di 124 pagine, così suddivise: Avant-propos (pp. 1-7); Les Fauves (pp 9-40); Histoire anecdotique du Cubisme (pp 41-61); L’Art vivant (pp 63-100); Una renaissance du paysage français (pp 101-110) e La peinture féminine au XXe siècle (pp 111-121.
Di questo libro sono state stampate 530 copie numerate, così suddivise: 10 esemplari su carta Chine, 20 esemplari su carta Japon e 500 esemplari su vergé d’Arches.
Questa bassa tiratura, riservata ai soci della Société des Trente, ha contribuito fin da subito a rendere introvabile questo volume, il primo testo stampato in cui si narra dell’esistenza di un dipinto di Pablo Picasso - fino ad allora sconosciuto - raffigurante tre prostitute di un bordello della carrer d’Avynió di Barcellona, postribolo a due passi dalla casa in cui si era trasferita la famiglia Picasso nel 1895 e luogo d’iniziazione sessuale (e di rifugio, per un certo periodo) per il quattordicenne Pablo. Partendo da queste conoscenze, i poeti Max Jacob e Guillaume Apollinare - quest’ultimo aveva avuto modo di vedere questa tela il 27 febbraio 1907 - avevano suggerito il nome di Le bourdel philosophique.
Deluso dai commenti dei suoi più intimi amici, Picasso aveva tenuto Le bourdel arrotolato e appoggiato sul pavimento e questo anche dopo il aver lasciato il Bateau-lavoir. Scrive Antonina Vallentin in Vita di Picasso, p. 154: “Raramente riprodotta (la prima volta nel 1925) Les demoiselles d’Avignon passò nella collezione di Jacques Doucet (1923) che la fissò sul muro del vano delle scale di casa sua. Il quadro fu esposto per la prima volta al Petit Palais di Parigi in occasione dell’Esposizione Universale del 1937.”
Come tante affermazioni di questa autrice, anche questa non corrisponde al vero: in realtà è stato André Salmon - ed è questo che Kahnweiler gli invidiava di più - a presentare nel luglio 1916 al Salon d’Antin di Paul Poiret Le bourdel di Picasso, proposto col nome di Les demoiselles d’Avignon. Non erra invece la Vallentin quando scrive a p. 149 del suo libro: “Non sapete fino a che punto mi irrita questo titolo - ha confessato un giorno Picasso, - è stato Salmon ad inventarlo.”
Due anni dopo sarà la Galerie Paul Guillaime di Parigi ad esporre per la seconda volta Les demoiselles nell’ambito di una esibizione da Picasso a Matisse.
Anno 1922, mese di gennaio. Scrive Pierre Assouline ne Il mercante di Picasso, p. 226: “Kahnweiler ha sofferto molto, nel veder andar via, all’inizio dell’anno, Les demoiselles d’Avignon dallo studio di Picasso. Le ha acquistate per 25.000 franchi il sarto-collezionista-mecenate Jacques Doucet, ben consigliato dalla sua cavalleria leggera nel campo artistico, André Breton e Louis Aragon.”
La transazione non è stata del tutto semplice: Doucet offre 20.000 franchi, Picasso chiede di più. L’accordo si trova su 25.000, a questa condizione: Doucet pagherà a Picasso 2000 franchi al mese fino al raggiungimento della somma pattuita, quando Picasso consegnerà la tela. Alla fine - scrive Breton nel 1961 - nelle tasche di Picasso arriveranno 30.000 franchi.
Nei primi giorni di dicembre 1924 Les demoiselles entrano al 46, avenue du Bois di Nearly-sur-Seine, l’indirizzo della nuova lussuosa casa di Doucet, e lì resteranno fino al 1928, l’anno in cui Doucet trasferisce la sua Maison nel nuovo palazzo residenziale al 33, rue Saint-James di Neuilly.
In cuor suo Doucet desidera che dopo la sua morte, avvenuta il 30 ottobre 1929, Les demoiselles fossero destinate ad essere esposte al Louvre. Contattati in merito dagli eredi, i burocrati del Louvre rifiutano per questioni di Regolamento (al Louvre si espongono solo opere di artisti defunti) e quelli del Luxembourg (dove si espongono anche opere di artisti viventi) decidono di non esprimersi: Picasso è un uomo marchiato…
Al contrario, dall’altra parte dell’oceano vi sono uomini con meno scrupoli circa la vita privata degli artisti: A. Conger Goodyear, presidente del Museum of Modern Art (MoMA) di New York, coadiuvato da César M. de Hauke della Seligmann Gallery e con la mediazione del mercante d’arte René Gimpel, giocano le loro carte. Nel 1937 gli eredi del defunto Doucet (che, guarda caso, risiedono in una casa-museo ad Avignon, Francia) vendono Les demoiselles al MoMA in cambio di 24.000 dollari dell’epoca. E lì ci è rimasto.

Maison Paul Doucet
33, rue Saint-James, Neuilly-sur-Seine
photo Pierre Legrain (1933)







martedì 18 agosto 2015

Indagine su Guernica di Picasso


Su Google ho digitato “picasso guernica no, l’avete fatto voi” e una tonnellata di imbecillità si è riversata sul mio monitor. Tutti a scrivere di tutto, copiando dai copiatori dei copiatori - e mai nessuno che legga un documento o uno scritto originale.
Per la precisione qui mi riferisco alla celeberrima risposta che Pablo Picasso avrebbe dato a un ufficiale tedesco di fronte al quadro Guernica: “questo l’ha fatto lei? No, l’avete fatto voi!” - domanda e risposta da me recentemente ascoltata in televisione per bocca di Philippe Daverio nell’ennesima riproposizione di Passepartout, dunque panzana resa verità.

Tutto inizia nell’anno 1941. Parigi è occupata dalle truppe naziste, posti di controllo sono allestiti in ogni angolo di strada. Per ridurre ogni possibile pericolo, Picasso decide di chiudere la casa-studio di rue La Boétie e di trasferirsi nei due piani d’una vecchia casa del Settecento affittata al numero 7 di rue des Grands-Augustins, allora chiamata il “granaio Barrault” dal nome del vecchio inquilino. Il caso vuole che proprio tra quelle mura Balzac abbia immaginato l’ambiente del suo Chef-d’œuvre inconnu, ma di questo ho già raccontato altrove.
Integro con quanto Jean Cocteau ha scritto nel suo Diario (1942-1945), Éditions Gallimard 1989, Mursia 1993, pp. 28 e 29:

Lunedì 23 marzo [1942]. Pranzo con Picasso e Dora. Dopo il pranzo, in cui mi parla delle grane che ha con la moglie e suo figlio e del cambio svizzero che è una rovina (il bambino sta a Ginevra), andiamo a vedere l’appartamento che Dora ha appena affittato vicino a casa sua. È lo stesso stile dei luoghi che subiscono l’influenza di Picasso. Vaste stanze vuote, con un fasto povero. Poi, andiamo in rue des Grands-Augustins, dove Picasso si è stabilito, nella casa dello Chef-d’œuvre inconnu di Balzac. È come se avessero accatastato delle soffitte le une sulle altre, le une vicine alle altre, con angolini e scale ovunque. Da Picasso, tutto è regale. Un disordine regale, un vuoto regale - abitato dai mostri che inventa e che popolano il suo universo. Gigantesche teste di bronzo, tele, oggetti di legno e di latta. Picasso si è anche ricordato di avere, tra altri libri spagnoli rarissimi, la prima edizione introvabile de La Celestina - copia a cui manca la pagina di risvolto. Quell’esemplare deve valere parecchi milioni.

Aggiunge qualche giorno dopo: Giovedì 26 marzo. […] Da rue Dauphine, in fondo a rue de Savoie, si vedono l’atrio e la casa. È un’ala del palazzo dei duchi di Savoia. Ci trasportarono Ravaillac, dopo l’assassinio. Quella palazzina nera è ora la Camera sindacale degli uscieri. Picasso abita nelle soffitte.

* * *

Come la Storia insegna, senza ragione alcuna (se non per mettere a punto la strategia d’attacco aereo da utilizzare nella programmata occupazione tedesca dell’Europa, meglio nota come Seconda guerra mondiale) il 26 aprile 1937 la cittadina basca di Guernica viene distrutta dai bombardieri tedeschi, la popolazione deliberatamente massacrata - e perché non si dimentichi, aggiungo che i bombardamenti sulle città (la guerra psicologica) è stata “pensata” da Giulio Douhet, generale Italiano. Le prove furono fatte in Africa nella guerra del 1935 (bombardamenti su villaggi con armi chimiche) e poi in Europa, durante la guerra civile spagnola. Oggi a Douhet é dedicata la scuola dei cadetti a Firenze.

Scrive lo storico Giorgio Bonaccina, Le bombe dell’apocalisse, Fratelli Fabbri editori, Milano 1972, pag. 101 in poi:

È stato detto che nei paraggi di Guernica c’era un ponte che bisognava distruggere. Frottole, nel modo più assoluto: i ponti si attaccano (se si può, e la Legione Condor lo poteva) con i bombardieri in picchiata, in ogni caso le caratteristiche selvagge dell’incursione dimostrano di per se stesse che il bersaglio non era affatto il ponte. È stato detto anche che Guernica era un centro di ferventi repubblicani e che aveva remotissime tradizioni di libertà. E questo è vero, ma a Sperrle non importava assolutamente nulla del livore dei falangisti per Guernica. Egli scelse Guernica solo perché si addiceva topograficamente al suo scopo di pura distruzione: un agglomerato non troppo vasto di case, separate da vie strette e tortuose in centro, un po’ più sparso ‑ ma non troppo ‑ in periferia.
La barbarica aggressione della Legione Condor ebbe luogo il 26 aprile 1937. Un lunedì, giorno di mercato. Alla popolazione abituale s’erano aggiunti 3 o 4 000 agricoltori dei dintorni che portavano alla fiera il bestiame, l’olio e il vino. Le strade erano affollatissime, il sole splendeva alto, i ragazzi giocavano a pelota lanciando la palla contro le fiancate della Cattedrale. Dapprima, in qualità di ricognitori, comparvero su Guernica due caccia Heinkel 51. Alle 16.30 in punto ne arrivarono in formazione una trentina, che si gettarono in picchiata e mitragliarono all’impazzata. I corpi di un centinaio di uomini, donne, bambini s’ammucchiarono uno sull’altro. Buoi e cavalli, folli di terrore, fuggirono per ogni dove calpestando i feriti. Passò un’ora. Sulla città già sconvolta comparvero 20 Heinkel 111 da bombardamento in quota, muniti di bombe da 100 e da 250 chilogrammi. Sganciarono “a salvo”, cioè contemporaneamente. La piccola Guernica sembrò spazzata via. Passò un’altra ora e gli Heinkel 111 tornarono, lanciando pressappoco 10.000 spezzoni incendiari. Alle sette e mezzo di sera non rimasero che cumuli informi di rovine annerite, su un fondale di fuoco.
A Guernica ‑ letteralmente assassinate ‑ morirono 1654 persone. I feriti e i mutilati furono 889. La propaganda nazista cercò di far credere che Guernica era stata distrutta dai “dinamiteros” delle Asturie, ma nel 1939 lo stesso Sperrle si vantò in pubblico di averla personalmente condannata. E Göring, prima di suicidarsi a Norimberga nel 1946, dichiarerà ai giudici delle Nazioni Unite: “Guernica fu per la Luftwaffe un terreno di prova. Non conoscevamo un luogo più adatto per far compiere un test ai nostri bombardieri”.

La notizia della strage degli innocenti arriva a Parigi due giorni dopo, il 28 aprile. Picasso, che ha ricevuto l’incarico di realizzare un’opera per il padiglione spagnolo dell’Esposizione Internazionale di Parigi scarta ogni precedente lavoro e riprendendo alcuni suoi vecchi studi (sono i lavori del 1933 sul tema Minotauro che preparano il terreno a Guernica) già il primo maggio realizza cinque schizzi preparatori per una tela che vuole di grandi dimensioni - 349,3 x 777,6 mm secondo il MOMA di New York, 351 x 782 mm per altri - su cui raccontare a modo suo l’orrore per quel massacro.
All’apertura, a giugno, il ricordo della tragedia di Guernica non piace ai politicanti filotedeschi - non solo francesi - e di conseguenza non può piacere ai leccaculo attivi nel settore della carta stampata. Il gelo cade su quella tela: meglio ignorarla (la porta dell’oblio) e deviare l’attenzione altrove.

Chiusa l’Esposizione di Parigi per gli amici dei criminali tedeschi l’incubo finisce - o meglio, come Roma antica insegna: quando hai un problema interno, esportalo. E così è per Guernica, che con grande sollievo dei politicanti francesi e spagnoli prende la via dell’esilio. Nel 1938 è a Londra, ma qui tira tutt’altra aria e per Guernica è un vero trionfo, tanto che i rappresentanti dei lavoratori ottengono che l’opera sia esposta nel quartiere operaio di Whitechapel, a Leeds e a Liverpool prima di essere imbarcata sulla nave che la porterà a New York dove rimarrà, per volere di Picasso, fino al giorno in cui “le libertà pubbliche della Spagna saranno ristabilite”.

* * *

Già da quanto fin qui raccontato si deduce che nel 1941 nessun “ufficiale tedesco” può aver posto a Picasso quella domanda - in tutte le fantasiose varianti leggibili in rete e sui libri di storielle - visto che da tre anni la tela era custodita tra le mura del MOMA di New York.

Quanto alla celebrata botta e risposta mi affido a quanto scritto da tre importanti biografi di Picasso (e la Vallentin, esperta d’arte, scriveva praticamente sotto gli occhi del pittore, di cui era amica). Ecco le loro versioni, in ordine cronologico:

Antonina VALLENTIN, Pablo Picasso
Éditions Albin Michel, Paris 1961
Edizione italiana: Storia di Picasso
Traduzione di Renzo Federici
Giulio Einaudi editore 1961
pp. 362-63

Ma gli amici che, diretti da Albert Camus, fanno la lettura dialogata della commedia di Picasso sono quelli che, come lui, attendono l’ora della libertà e si riuniscono per sentirsi vicini: Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Raymond Queneau, Dora Maar, George e Germaine Hugnet, Jacquest Laurent Bost. L’amicizia è stata il mezzo migliore per sopravvivere in questi anni neri, fluiti con un’opprimente lentezza che ora è quasi impossibile immaginare. A tutti coloro che li hanno passati a Parigi o altrove, fuori della loro vita abituale, gli anni dell’occupazione sembravano snodarsi secondo un ritmo tutto particolare, come se gli orologi procedessero col rallentatore. Le speranze si logoravano. Spesso questo logorio spingeva anche i meno arditi all’azione o incitava gli altri a patteggiare col nemico.
Picasso era nello stesso tempo protetto dalla sua celebrità e particolarmente esposto proprio a causa di essa. In tutta la Francia occupata circolava la voce che Otto Abetz in persona, già professore di disegno e ambasciatore di Hitler a Parigi, fosse andato a trovarlo e, sorpreso dal freddo che c’era nel suo studio, gli avesse proposto di fargli avere del carbone, offerta che Picasso avrebbe rifiutato. Si raccontava anche che, davanti alla fotografia di Guernica, Abetz si era fermato e aveva chiesto: «Oh, signor Picasso, l’avete fatto voi questo? - e che Picasso pronto aveva risposto: - No, voi!»
La Francia occupata cercava di farsi forza con battute di questo genere che il tam-tam della clandestinità diffondeva largamente. Quando, dopo la Liberazione, fu chiesto a Picasso se questa bella storia era vera, egli rispose ridendo: «Sì, è vera, press’a poco è vera. A volte c’erano dei tedeschi che mi entravano in casa con la scusa di ammirare i miei quadri. Io distribuivo loro cartoline con la riproduzione di Guernica e dicevo: - Tenetele, ricordo! Ricordo!» Automaticamente sospettato, Picasso è anche il bersaglio degli invidiosi. Circola insistente la voce che è ebreo o almeno mezzo ebreo. Quando lo interrogano sulle sue origini, Picasso risponde che, per quanto ne sa, non ha sangue ebreo nelle vene, ma aggiunge subito: «Avrei voluto averne».

Patrick O’BRIAN
Pablo Ruiz Picasso. A Biography, 1976
Edizione italiana: Picasso
Traduzione dall’originale inglese di Paola Merla
Longanesi & C. 1989
pp. 414-15

Fu nell’estate che seguì L’Aubade che i tedeschi e la polizia francese rastrellarono Parigi, arrestando nei mesi di luglio e di agosto del 1942 migliaia di ebrei. Cominciarono allora le grandi deportazioni: treni carichi di résistants, di comunisti, di ebrei, di sospetti provenienti da tutto il paese, molti dei quali vittime di delazioni, attraversarono la Francia diretti a Buchenwald, Auschwitz, Dachau, Mauthausen. La fucilazione degli ostaggi era cominciata da tempo, ma ora, appena fuori Parigi, i nazisti ne uccisero duecento nei soli mesi di agosto e settembre. Furono i giorni delle delazioni, quando per una semplice telefonata o una lettera anonima la Gestapo bussava alla porta a notte fonda; furono i giorni in cui i tedeschi vennero più volte in Rue des Grands-Augustins a chiedere di Lipchitz (naturalmente non c’era: era in America, come essi sapevano perfettamente) e a informarsi se Picasso fosse ebreo, perquisendo lo studio. Non so se, a parte il bronzo, ci fosse qualcosa di illecito da scoprire, ma se c’era non fu trovato; può darsi che il disperato disordine di Picasso abbia scoraggiato anche i più zelanti poliziotti tedeschi. Costoro si comportarono «correttamente» con Picasso, il quale da parte sua fece in modo di avere sempre i documenti perfettamente in regola, in modo da non offrire nessun appiglio: nel suo caso, forse per ignoranza o forse per un certo disagio provocato dalla sua fama, la Gestapo non tentò quei ricatti che aveva adottato con tanto successo in altri casi. Tuttavia non tutti i tedeschi venivano per perquisire lo studio: alcuni si presentavano in veste di intermediari semiufficiali, facendo balenare la prospettiva di privilegi, carbone, razioni supplementari, mentre altri sostenevano di essere amanti dell’arte. Le loro lusinghe non ebbero comunque alcun effetto, e da lui i tedeschi non ottennero mai niente se non alcune cartoline di Guernica che Picasso ficcò loro in mano, ripetendo: «Souvenir, souvenir». C’è l’episodio di Abetz, l’ambasciatore tedesco, che era venuto un giorno a trovarlo con l’intenzione di rendersi simpatico: osservando una riproduzione del grande quadro, domandò con un sogghigno: «E così, questo l’ha fatto lei, monsieur Picasso?» «No», rispose Picasso, «l’avete fatto voi.» L’episodio non è vero, alla lettera, ma era sulla bocca di tutti ed è significativo della stima di cui godeva Picasso. Nessuno, nemmeno le lingue più velenose di un ambiente noto per le maldicenze, lo accusarono mai della minima concessione ai Tedeschi o a Vichy.

Jacques PERRY, Yo Picasso
Éditions J.-C. Lattès, Paris 1982
pp. 327-28

Tout de suite, il faut froid. Mon énorme poêle, qui ressemble à une sculpture maya, dévore et reste toujours sur la faim. Des Allemands viennent me voir. L’ambassade et Jünger me proposent de me faire avoir des bons de chauffage, des bons d’essence. Je refuse : «un Espagnol n’a jamais froid ». Très vite, je décide de ma conduite : ne rien demander, ne rien accepter, ne pas mettre à la porte les visiteurs allemands s’ils se présentent avec politesse. Et je mets au point une distribution gratuite de reproductions de Guernica. Vous trouverez dans tous les livres qui m’ont été consacrés une anecdote drôle. Un officier allemand regarde une reproduction de Guernica et me dit : « C’est vous qui avez fait ça ? » Je réponds : « Non, c’est vous. » Je ne jurerais pas que cette histoire est vraie. C’est une bonne réplique et j’en suis capable. Mon doute vient de ceci : j’adorais inventer ce genre d’histoires en les déviant à peine du réel.

Conclusione: dopo aver letto non meno di trenta biografie su Picasso, un’opinione in merito me la sono fatta: quel botta e risposta, almeno così come raccontata, è un’invenzione “popolare” e questo lo si capisce chiaramente anche, ma non solo, dalle parole che Perry fa recitare a Picasso: j’adorais inventer ce genre d’histoires en les déviant à peine du réel. Che tradotto vuol dire: se nei momenti più tristi questa storia è servita a tenere alto il morale del popolo francese …va bene così. Si stampi.

sabato 14 giugno 2014

Picasso a Vallauris


Di Vallauris ho ricordi offuscati: la memoria proietta l’immagine di un grande piazzale assolato, dove avevo tranquillamente posteggiato l’automobile, e tutt’intorno magrebini abbigliati come si usa a casa loro. L’altra immagine che mi appare è l’interno di un museo con vasi di ceramica, che – lo confesso – è un genere d’arte che poco mi erotizza. Ma qui, nel 1947, Picasso aveva scoperto quest’arte antica e il suo prodigarsi (oltre 2000 pezzi creati in un solo anno) aveva ridato vita a un villaggio che il dopoguerra aveva condannato a morte, con le sue industrie di tegami di bassa qualità costrette a chiudere di fronte all’avanzata in cucina dell’acciaio e dell’alluminio. Introducendo il concetto di ceramica artistica – tecnicamente supportato dagli amici Ramié, titolari della Madoura Pottery - Picasso rilanciò l’industria locale, subito riconvertitasi, ricreando i posti di lavoro perduti. Una notizia, questa, da passare a colui che disse che “con la cultura non si mangia” (ma forse voleva dire “io con la cultura non mangio” e noi non abbiamo capito).

La Vallauris che ritrovo oggi è certamente diversa da allora, ma non troppo. Un grande piazzale esiste ancora, ma attrezzato a giardino pubblico e con tante statue variopinte. Il posteggio per l’auto è a pagamento, interrato sotto lo spiazzo.
Riemerso in superficie, attraverso i giardini con le statue di cui ho già detto, tutte opere di Roger Capron (1922-2006), in gran parte rappresentazione monotematica dello stesso soggetto ridipinto con colori diversi: una giovane donna con piccole ali e due grosse, cilindriche, svolazzanti mammelle.

* * * * *

Trovo nella cartella stampa fornita in occasione della presentazione della mostra Picasso, la joie de vivre, 1945-1948, questa nota di Jean-Louis Andral, conservatore capo del museo Picasso di Antibes:

A Vallauris, Picasso scopre la ceramica. […] Luglio 1946: mostra annuale dei vasai di Vallauris. In questa occasione, Picasso incontra Georges e Suzanne Ramié, proprietari della fabbrica Madoura. La coppia giovane e dinamica si dispera per la decadenza di un arte, di cui tenta, non senza fatica, di preservare la qualità. Picasso visita il laboratorio, fa mille domande e si diverte a far nascere dalla terra alcune figurine fantastiche. Promette loro di tornare, non torna… Fine della storia?
Estate 1947: un’automobile si ferma davanti alla fabbrica; i Ramié, stupefatti, ne vedono scendere Picasso. «Se mi date un operaio che si occupi dei problemi tecnici, tornerò e lavorerò seriamente», dichiara mostrando loro una decina di schizzi che ha realizzato durante l’inverno in vista di nuovi tentativi con la ceramica. I Ramié accettano con entusiasmo.
«Pochi pittori si erano interessati alla ceramica: salvo qualche rara eccezione, la consideravano nient’altro che un’attività complementare, spiega Pierre Cabanne nella sua monumentale biografia di Picasso pubblicata nel 1975. Per Picasso che, da qualche mese dipingeva poco e sembrava manifestare nei confronti del quadro una certa stanchezza, fu una rivelazione […] Ora più che mai aveva bisogno di uno stimolante e soprattutto di uno stimolante artigianale.»
Picasso si ricorda delle ceramiche che si fabbricavano a Malaga quando era bambino; fa appello a tutto quello che ha visto, a tutto quello sa delle antiche tradizioni del mondo greco e della Persia. La sua tecnica è libera, incessantemente innovativa e provoca spesso lo sbigottimento degli operai, come racconta Jean Ramié, figlio di Georges e di Suzanne, in occasione della mostra Picasso céramiste à Vallauris. Pièces uniques allestita nel 2004: «Picasso assimilò rapidamente le tecniche classiche utilizzate normalmente per la decorazione in ceramica: ingobbi o ossidi sotto coperta, ossido su smalto crudo, riflessi metallici su smalto cotto. Ne sviluppò rapidamente altri, molto meno ortodossi se non addirittura eretici, come l’ingobbo su smalto crudo o su biscuit, e ci riuscì contro ogni aspettativa, al prezzo di un’infinita pazienza e di una prodigiosa ingegnosità.»
[...] Dall’ottobre 1947 all’ottobre 1948, Picasso realizza più di duemila pezzi, recandosi alla Madoura quasi tutti i pomeriggi, «Mi domando se i collezionisti apprezzeranno mai le ceramiche di Picasso come apprezzano la sua opera in altri campi, spiega con dispiacere Françoise Gilot in Vivre avec Picasso. Dopo tutto, se si è dipinto su una brutta tela, si può sempre rintelare. In ceramica, invece, non si può separare la decorazione dalla forma su cui è applicata. A causa della fragilità del supporto, molti collezionisti si sono astenuti dall’acquistare, malgrado l’ammirazione per queste creazioni di Picasso.»

* * * * *

Mi dirigo al castello che ospita il Musée nationale Picasso e strada facendo mi colpisce il palese contrasto tra le nude statue di Capron e gli abiti degli uomini e delle donne che incontro. Oggi come allora, Vallauris ospita una numerosa comunità magrebina, gente che cammina per strada coperta da abiti tradizionali. Di tanto in tanto il colore della pelle diventa più scuro, altro ricordo del periodo coloniale francese.

I primi francesi caucasici li incontro al Musée Picasso, nel cui piccolo cortile fervono i lavori. Una signora m’informa che i locali sono chiusi alla visita perché (udite udite) “stiamo preparando l’esposizione mondiale delle opere in ceramica”. Avesse detto “internazionale” anziché “mondiale” già sarebbe bastato… Considero l’iperbole un retaggio della grandeur associata ai bei tempi in cui Picasso e Françoise Gilot tenevano casa a Vallauris (dal 1948 al 1953, data della loro separazione) e passo oltre.

Con calma, le faccio comunque presente che sul sito internet è scritto che il museo è aperto e che io per visitarlo ho fatto tanta strada, venendo appositamente dall’Italia. Touché. La signora cambia tono e malgrado sia ora di chiusura mi concede una gratuita visita a Le temple de la Paix, la cappella sulle cui pareti Picasso ha dipinto La Guerre et la Paix, l'unico, vero motivo di questa mia visita.

Scrive Antonina Vallentin in Storia di Picasso, Einaudi 1961, capitolo XVI:

A Vallauris esiste una cappella sconsacrata che un tempo era stata dei monaci di Lérins, per molto tempo ha servito da frantoio e tuttora è ingombra di blocchi di sanse. Picasso è tentato da questo stretto spazio chiuso da muri che si uniscono in una bassa volta. […] La cappella sconsacrata lo attira, e non solo come campo d’esperienze. Matisse ha appena finito la decorazione della cappella del convento delle Domenicane a Vence e questo maestro della luce ha volontariamente rinunciato al colore. Lo spirito d’emulazione che per tanto tempo ha spinto i due uomini nello slancio creativo, non gioca che in un certo senso. Picasso è così vicino al suo tempo che pensa di dare un seguito al suo Massacre en Corée, di dipingere cioè l’inferno della guerra e il paradiso della pace, questa vera religione dell’umanità, più vicina all’angoscia degli uomini che non i santi estatici. […] Dalla fine d’aprile del 1952 Picasso si raccoglie intorno alla sua grande opera. Rimane faccia a faccia con il suo doppio tema della pace e della guerra fino alla metà di settembre. Sa tuttavia come lo tratterà, come un romanziere sa già quale sarà la forma del suo romanzo, e pensa già ai cambiamenti di stile, prima di essere arrivato a costruirne interamente la trama. Picasso riempie taccuini di rapidi schizzi, di appunti di idee, non di studi così elaborati come quelli che metteva giù quando preparava Guernica. […] Nonostante questa voluta rapidità, esegue non meno di centosettantacinque tra schizzi e appunti. Vuole un racconto per così dire nudo, che indugi sui particolari per non appesantire o rallentare l’esposizione. Cerca perciò di individuare un’idea-forza e di renderla, non attraverso una lenta penetrazione di immagini, ma, contraddicendo in certo modo alle leggi della figurazione plastica, attraverso suggestioni; vuole fissare una sorta di stenogramma di ciò che inventa lì per lì per proprio uso. Il risultato di tutto questo sarà un ritorno agli incubi dell’uomo primitivo e ai simboli dei suoi terrori, e nello stesso tempo un tuffo nell’inquietudine del nostro tempo espressa per segni inediti.

Varco la soglia e mi trovo di fronte ad un grande asino seduto sopra una montagna di libri. La gentile signora – che già mi ha informato che gli eredi Picasso non permettono di fotografare la cappella (“la solita storia di chi ha cartoline e libercoli da vendere” dico io; “oui, il est vrai” risponde lei), mi dice che l’asino sui libri, opera di una giovane spagnola, è fotografabile. L’ambiente è tenuto all’oscuro, illuminato dalla luce che entra da mezza porta aperta, ma per invogliarmi all’opera fotografica madame si premura di chiudere questa mezza porta creando un semi-buio uniforme: “così non c’è contrasto tra luce e ombra” mi sussurra, aggiungendo: “sa, anche mio marito è un appassionato fotografo”. Comprendo, e per non deluderla scatto una foto a casaccio, visto che il buio (in verità, un po' di luce entra da una finestrella) m’impedisce di controllare l’inquadratura nel mirino, ma ho fortuna (oddio: se usi un 24 mm e punti al centro…). La signora vuole vedere l’immagine e sorride contenta. Stasera avrà una notizia in più da portare all’amato.

Pagato il conto alla passione, è per lei giunto il momento di riaprire la porta e far entrare quel poco di luce che mi basta per oltrepassare la porta che immette al sancta sanctorum, sulla cui parete di sinistra è fissato il lungo pannello di compensato (10,20 m per 4,70) su cui Picasso ha dipinto a olio La Paix, mentre il pannello con La Guerre occupa la parete di destra. Tra i due, al centro, vi è il vistoso pannello quadrato de Les Quatre parties du monde.

Olio su compensato? Basta riaprire il libro dell’ottima Vallentin ed ecco la risposta:

Nel barocco di Picasso, così caratteristico nella sua tonalità bruna, rientra anche il Panorama di Vallauris. A quel tempo dipinge quasi esclusivamente su tavole di compensato, che a Vallauris si trovano più facilmente che non le tele delle dimensioni volute.

Integra Daniele Giraudy ne Il Museo Picasso di Antibes, Jaca Book 1990:

È un periodo in cui, d’altra parte, i colori in tubetto scarseggiano, come testimonia la corrispondenza tra Matisse e Camoin che ho pubblicato: in essa i due artisti si rendono partecipi delle rispettive difficoltà e se si legge che Matisse aveva rimediato delle lenzuola invitando Camoin a dividerle con lui, quest’ultimo a sua volta racconta come avesse dovuto riempire di colore due vecchi tubetti di metallo vuoti, essendosi il metallo fatto raro. Picasso, da parte sua, si dimostra, come sempre, ricco di inventiva.
Tra le difficoltà della guerra, la vita nel Museo è frugale. Un giorno, durante le passeggiate che soleva compiere con Françoise Gilot, la sua compagna, sulla spiaggia, Picasso trova dei barattoli di conserva, traccia del passaggio di una nave americana, che utilizzerà per preparare i colori. Quei colori che, direttamente collegati alla vicinanza del Mediterraneo, trasformeranno le tonalità scure e pallide delle opere eseguite a Parigi, nella luminosità dell’azzurro marino e del beige della sabbia. Sono tinte queste mai mischiate tra di loro, che si ritrovano in molte delle opere di Antibes. Esse sono, tra l’altro, caratterizzate dalla quasi totale assenza del rosso e dalla scomparsa dei contrasti violenti. E poi interessante notare come la gamma dei colori impiegati dall’artista per i ventiquattro quadri e le quattordici opere su carta consti unicamente di tredici colori. Spesso Picasso utilizza la pittura per barche «Laques Ripolin», che, stesa con un pennello da imbianchino, presenta il vantaggio di essere molto resistente al tempo e ben si sposa con i materiali che egli adopera. Ecco infatti che Picasso all’inizio tenta di dipingere sulle pareti del castello, come testimoniato da Le chiavi di Antibes, ma l’umidità lo obbligherà a ricorrere a materiali differenti - nel caso de La Capra e dei Pescatori, legno compensato -, per poi scoprire il fibrocemento per opere quali il trittico Satiro, fauno e centauro, La gioia di vivere, i nudi e le nature morte. Tuttavia le risorse di Picasso non si fermano qui e, negli ultimi tempi del suo soggiorno nel castello, in mancanza di tele, dipingerà su vecchi quadri trovati nel magazzino del Museo; così, come hanno rivelato le radiografie, l’immagine di una giovane dipinta da Caroline Comanville, nipote di Flaubert, cederà il posto alla Natura morta con persiane nere, murena, seppia e tre ricci di mare.

Come dire: si fa di necessità virtù.

E ancora la Vallentin, opera citata:

Negli ultimi dieci anni la giovane donna che vive al suo fianco è molto cambiata. Picasso non se ne rende pienamente conto che lui è rimasto lo stesso, assorto nei problemi della sua opera, stretto nella tirannia delle sue abitudini. «Il tempo non è passato per noi due allo stesso modo», dirà più tardi Françoise Gilot. Gli anni dai venti ai trenta sono tutto nella vita di una donna, soprattutto se possono fiorire nella serra calda della passione. E questa passione doveva necessariamente logorarsi negli urti della vita quotidiana. Era cominciata in modo troppo splendido per poter trasformarsi in una placida felicità. Un giorno Françoise lascia Vallauris portando con sé i due bambini. Ancora una volta la solitudine si abbatte bruscamente sull’uomo che non ha mai saputo vivere solo e che sente terribilmente la mancanza di queste presenze.

È tempo di riprendere l’auto e puntare in direzione del village perchè di Mougins, nel cui territorio Picasso aveva acquistato una casa. Quella in cui morirà.


© per il testo e le foto di Giancarlo Mauri

venerdì 13 giugno 2014

Picasso ad Antibes



Sono appena tornato da un breve viaggio che aveva - come sempre - obiettivi chiari e precisi: rivedere i luoghi abitati da Picasso nel Sud della Francia e rivisitare i “suoi” musei. L’ultima volta che ero stato a Mougins e a Vallauris l’anno iniziava ancora col “198”, quindi tanta acqua è passata sotto i ponti ...sbiadendo i ricordi.
Nel programma di viaggio avevo incluso altre vecchie e nuove visite, con un punto fisso: si torna a casa solo dopo aver rivisitato il Musée Pierre-de-Luxembourg di Villeneuve lez Avignon e il Musée lapidaire di Avignon. A questi must ho aggiunto altri due indirizzi: il Musée Angladon e il Musée Calvet. Poi …tutto quel che si mangia in fatto d’arte e cultura di certo non ingrassa.

4 giugno 2014. Alle 9 e 30 del mattino sono ai piedi del Chateau Grimaldi di Antibes, ora noto come Musée Picasso. Non vi ero mai stato prima, ma la fresca lettura di Storia di Picasso di Antonina Vallentin (Einaudi, 1961) mi ha acceso la sacra fiamma.
Scrive l’autrice:

[…] Per l’estate [1946] s’insediano [Picasso e Françoise Gilot] in una villa di Golfe-Juan. Come la maggior parte delle sistemazioni di Picasso anche questa è venuta senza che l’abbia cercata: il vecchio stampatore Louis Fort gli mette a disposizione la sua villa. […] Il caso provoca un incontro che si direbbe sollecitato dal ribollire di forze che in quel momento sente in sé. Sulla spiaggia di Golfe-Juan incontra il direttore del museo di Antibes, Dor de la Souchère. […] Il caso l’aveva fatto finire sul binario morto di un museo di provincia, addetto a qualche resto del passato restituito dalla terra. […] Il castello è molto mal ridotto quando, nel 1928, non sapendo che farne, si decide di stabilirvi un museo d’importanza assolutamente locale; vi resiste ancora l’impronta del Medioevo, epoca in cui appartenne ai principi di Grasse, per passare poi ai Grimaldi. In occasione del loro incontro sulla spiaggia La Souchère chiede a Picasso un’opera per il suo museo. L’idea d’associare una collezione archeologica d’interesse locale e un’arte tanto rivoluzionaria sembra a prima vista solo fantastica. Ma il direttore del Museo di Antibes ha riconosciuto i legami profondi di Picasso con il Mediterraneo stesso. Questo iconoclasta è sempre stato attentissimo all’eco dei passi del tempo. […] Così promette più che il dono o il prestito di un quadro: accetta l’offerta di La Souchère di fare del piano superiore del castello il suo studio.
[…] Percorrendo la strada che costeggia le mura di Antibes si sente che qui il tempo si è fermato. I muri, resi accecanti dal sole, si levano a picco su un mare d’azzurro metallico, severo e tagliente. Il castello, molto restaurato da quando ospita il Museo Picasso, e soprattutto grazie a lui, si leva anch’esso bianchissimo, a piombo come le rocce, insieme arcigno e misterioso, come un’armatura d’acciaio costruita per dei giganti. Un piccolo patio accoglie in basso il visitatore, con una vasca di pesci rossi e una pianta grassa che fa pensare a un getto d’acqua solidificato. Una terrazza prospetta sul mare in modo tale che sembra gettarvisi direttamente, tolda di nave pietrificata; il vento la spazza gelido, e d’estate il sole vi batte forte. […]
Il caso sembra aver tenuto conto del desiderio d’una grande opera che si è risvegliato in lui non appena ha girato le chiavi nella toppa del nuovo studio. Il direttore, che stava facendo rivestire i muri in abbandono, ha tutta una riserva di pannelli di fibrocemento che mette a sua disposizione.

Da queste righe della Vallentin, che ha potuto scrivere la sua biografia contando sui ricordi a lei narrati da un Picasso ancora vivo e vegeto, si ricava l’impressione che tutto sia avvenuto per casoAl contrario, circa 50 anni dopo l’uscita del libro della Vallentin le note tecniche inserite nella cartella stampa fornita in occasione della presentazione della mostra Picasso, la joie de vivre, 1945-1948, tenutasi a Palazzo Grassi, Venezia 2006, esclude ogni casualità:

La nascita del Musée Picasso di Antibes
di Jean-Louis Andral
conservatore capo del museo Picasso, Antibes
C’era una volta un castello, piantato come una sentinella di fronte al mare dei mari, sui bastioni di una piccola città dal ricco passato, e un artista favoloso che, come nessun altro, doveva caratterizzare il suo secolo per l’eternità. Poco mancò che Picasso entrasse a Castello Grimaldi in veste di proprietario; frequentatore abituale della Costa Azzurra, la sceglie come residenza estiva dall’inizio degli anni 20, nel piccolo perimetro che collega Juan-les-Pins, Cap d’Antibes e Antibes. È così che trascorre i bei giorni del 1923, 1924 e 1925 ad Antibes, epoca in cui Castello Grimaldi abbandonato dal suo ultimo occupante, il Genio militare, viene messo in vendita dallo Stato che ne è proprietario. Picasso, interessato, pensa allora di acquistarlo. Ma un altro acquirente si opporrà al progetto: la città di Antibes, convinta del valore patrimoniale dell’edificio grazie all’intervento di un personaggio decisivo, Romuald Dor de la Souchère, che aveva iniziato nel 1923 ricerche archeologiche ad Antibes, in particolare nelle strutture militari, e aveva scoperto l’importanza delle vestigia dell’occupazione greco-romana nella regione.
[…] Nell’agosto 1946, Pablo Picasso risiede con la giovane compagna Françoise Gilot a casa dello stampatore Louis Fort a villa «Pour toi» sul porto di Golfe-Juan. In quel periodo, Dor de la Souchère ospita in pensione a casa sua a Cannes lo scultore e fotografo Michel Smajewski, detto Michel Sima, che ha accolto al ritorno dai tre anni di deportazione ad Auschwitz. Venuto a sapere della presenza di Picasso a Golfe-Juan, Sima, che lo aveva incontrato a casa di Gertrude Stein, propone a Dor de la Souchère di negoziare con il grande artista una donazione al museo di Antibes. Dor de la Souchère lo lascia fare «senza grandi speranze e senza desiderio». Viene quindi organizzato un incontro sulla spiaggia, che non porta a una donazione, perché l’artista elude l’argomento. «La conversazione deviò sulla pittura, come era naturale, e Picasso mi rese partecipe di una delusione che accomuna tutti i pittori: “Ho sempre desiderato che mi dessero grandi superfici da decorare e lo Stato non me ne ha mai affidate”». Ciò che lo Stato gli ha negato, gli sarà finalmente offerto da una cittadina di provincia, con la mediazione di un uomo dalla mente vivace e dal cuore così sensibile agli artisti, che coglie al volo l’opportunità assolutamente unica di far entrare al castello della Bella addormentata il pittore della modernità.
Picasso aveva espresso un bisogno di spazio: «L’ho sistemato», racconta Dor de la Souchère a Georges Salles, «nella grande sala del secondo piano. Ho fatto disporre tutto ciò che gli poteva servire: cavalletti, tavoli, materasso per riposare, colori, pennelli. Ho dato ordine a Sima di avere cura di lui, di servirlo e di fornirgli tutto ciò di cui poteva avere bisogno nel suo lavoro. Ho dato a Picasso la chiave della sala, l’ha attaccata alla cintura con uno spago […]. Veniva ogni giorno nel primo pomeriggio e dipingeva spesso fino a tarda sera alla luce di due enormi proiettori (che erano stati noleggiati dallo studio della Victorine, a Nizza, e che permisero a Sima di realizzare i suoi cliché fotografici molto contrastati). Ha composto, con gli oggetti più eterocliti delle sale o della riserva del museo, un assembramento di cui amava il disordine e che lo ha spesso ispirato.
[…]. È entrato nel museo il 17 settembre. Ne è partito il 10 novembre per tornare a Parigi, cacciato dal disagio all’avvicinarsi dei momenti difficili, forse aveva terminato la sua avventura. È venuto a trovarmi alla vigilia della partenza, alla sera. Abbiamo parlato a lungo. Mi ha dato l’elenco delle opere che lasciava «in deposito» al museo: tutte tavole di legno compensato o lastre fibrocemento di grandi o medie dimensioni, tra cui una tela.
Ha portato via una gran quantità di disegni, di schizzi, di tempere, con alcune tele di piccolo formato che costituiscono la parte forse più interessante della produzione di Antibes. Ha precisato il modo in cui desiderava che fossero incorniciate, con un profilato di ferro nero […]».
Ed è così che sono sempre presentati quei 23 dipinti (Ripolin, carboncino, grafite su fibrocemento, legno o tela riutilizzata) che Picasso non portò con sé a Parigi. Oltre a quei dipinti, lasciò anche nello studio del castello 44 disegni. Dor de la Souchère, consapevole dell’eccezionale portata del gesto, farà allora di tutto per adattare il luogo all’incredibile liberalità dell’artista.
Convincendo il comune a intraprendere importanti lavori di restauro dell’edificio con l’aiuto dei Musées de France, organizza con grande rapidità la presentazione al pubblico di questo deposito. Così, il 22 settembre 1947, si svolge l’inaugurazione ufficiale della «sala Picasso», al primo piano, nella ex «sala Grimaldi».

Più avanti, lo stesso Jean-Louis Andral aggiunge:

Scherzando un giorno con degli amici, Picasso ha definito Michel Sima «il colpevole della creazione del Musée d’Antibes». Lo scultore e fotografo ha in effetti rivestito un ruolo determinante nell’incontro dell’artista con Romuald Dor de la Souchère, conservatore del Museo che sorge all’interno del castello dei Grimaldi. De la Souchère è un amico di lunga data che Sima ritrova a Cannes nel maggio 1945, al ritorno dai campi di concentramento.
Gli mette a disposizione il secondo piano del castello, dove il fotografo allestisce nel 1946 il suo atelier. Françoise Gilot ha raccontato l’arrivo di Sima, venuto a trovare Picasso sulla spiaggia a Golfe-Juan – i due uomini si conoscono dal 1936 – per proporgli di presentargli Dor de la Souchère, aggiungendo che sarebbe stato felicissimo di prestargli una grande sala in cui avrebbe potuto lavorare. I due artisti diventano quindi vicini di atelier e giorno dopo giorno, in modo del tutto naturale, Sima inizia a fotografare i progressi del lavoro di Picasso a castello Grimaldi durante l’estate e l’autunno 1946. Una selezione di queste fotografie viene pubblicata due anni dopo da René Drouin con il titolo Picasso à Antibes.
[…] Catturato nel 1942 durante un rastrellamento a Cannes, viene deportato ad Auschwitz da cui tornerà malato molto gravemente. Nel maggio 45, ritorna sulla Costa Azzurra per ritrovare l’amico Romuald Dor de la Souchère, conservatore del Musée d’Antibes. Dopo un soggiorno in una casa di convalescenza a Grasse, accetta la proposta di Dor di lasciargli il secondo piano del castello di Antibes per farne il suo studio. È proprio questo il piano che dividerà con Picasso nell’estate e nell’autunno del 1946.

Come si evince, è sempre difficile cercare il vero nel tumultuoso mare degli interessi.
E Picasso, come Leonardo, di interessi ne ha smossi troppi. I due - con mostre, libri, gadget, cartoline, t-shirts – sono stati fatti diventare dei redditizi beni culturali, l’esatto contrario della cultura.

* * * *

Il museo apre alle 10, quindi ho tempo per divertirmi scattando fotografie cubiste. All’ora prevista la porta d’ingresso, finora lasciata aperta, improvvisamente si chiude: problemi con la cassa mi dicono. Aspetto appoggiato al muro, all’ombra. Dopo 10 minuti la porta si riapre e i primi biglietti vengono emessi. Ho appreso dalle mie letture che il direttore del museo aveva messo a disposizione di Picasso la scorta di pannelli di fibrocemento per rivestire i muri e che Picasso, preso dalla fregola, non aveva resistito all’imperioso desiderio di riempire quelle superfici.
È questo che voglio vedere. Salgo veloce le scale che portano al piano del castello dov’era lo studio di Picasso. Di quel periodo restano i quadri e i pannelli di fibrocemento, che immaginavo (colpa mia) di ben più grandi dimensioni. Vaste sale ospitano mostre di contorno. Nessuna traccia delle foto scattate da Sima.

Faccio un giro sulla tolda di nave pietrificata della Vallentin, già surriscaldata dal sole. Due turiste americane mi chiedono una foto ricordo da scattare col loro telefonino. Le sculture di Joan Mirò mi guardano e ...tacciono. Prima di uscire - passaggio obbligato per me - è doverosa una visita al bookshop (nota: alla Gallerie dItalia di  Milano ho chiesto a un giovane addetto: “scusi, dovè la libreria?” Lui mi ha guardato strano, ci ha rimuginato un po’ sopra e poi ha risposto: “qui non abbiamo una libreria, però abbiamo il bookshop”. Lezione imparata).

Tanti libri fotografici, ma non trovo copia del primo catalogo del Museo Picasso. Mi dicono che è esaurito e difficilmente reperibile sul mercato. Ma loro non sanno che in fatto di libri sono portatore sano di culite: sette giorni dopo, di passaggio a Milano, mi fermo ad un chiosco di libri fuori commercio; un paio di volumi attirano la mia attenzione e uno dei due - Picasso à Antibes, scritto da Dor de La Souchére - è proprio il catalogo inutilmente cercato al museo. Aprendolo, capisco il perché della sua rarità: alla fine, 16 incisioni si prestano a essere staccate e vendute sul mercato dei collezionisti di stampe, l’orrida fine di molti libri d’arte. Decido di salvarne l’integrità e ora, comodamente seduto al tavolo del mio studio, posso vedere le foto di Sima che mostrano Picasso al lavoro nel castello di Antibes nonché tutte le sue opere che ne allietano le pareti.

È mezzogiorno, l’ora giusta per lasciare il mare e prendere la strada del monte.
Direzione Vallauris.


© per il testo e le foto di Giancarlo Mauri

Picasso à Antibes
di J.-C. R. Dor de La Souchère